Passano gli anni, i secoli e i millenni, l’uomo si evolve, con la scienza e la ragione calcia via Manitù e Zeus e alla fine pure Dio, e non parlo di quello che purtroppo è morto a maggio, non è che se la passi tanto bene. Tuttavia, a dimostrazione del fatto che l’algoritmo umano, nelle sue dinamiche sociali come in quelle interiori, è rimasto sempre lo stesso, del Mito abbiamo sempre bisogno. Del Mito come narrazione epica e fondativa su cui si cementa l’identità comunitaria. Mito che una volta prendeva le forme leggendarie delle varie Iliadi, Odissee, Edde, Vede, Bibbie, Corani e chissà che altri testi, fino all’epica americana della Frontiera, e che negli anni della cultura industriale e razionalista in cui (per fortuna, aggiungo subito) viviamo, si incarna in modi solo apparentemente diversi per rispondere allo stesso bisogno – disegnare un panorama di riferimenti comuni e condivisi, di punti certi, un passato  dai cui discende il presente e di cui sentirsi, consapevolmente o meno, orgogliosi custodi. Siamo all’adesso, adesso (cit.). Dove lo troviamo il Mito? Nella musica, nella letteratura, nell’arte. Ovunque si formi un movimento, nacqua una scena, si sviluppi un’estetica che guadagni nel tempo un consistente numero di ammiratori, seguaci, studiosi. Il Movimento nasce, viene sviluppato e portato avanti dai suoi artisti principali, approfondito e ulteriormente sviscerato dai bravi artigiani, studiato e analizzato dai critici, amato e coltivato dagli appassionati. Padri Fondatori, Innovatori, Grandi, Artigiani, Ultime Frontiere sono le figure che, come eroi e divinità, costellano l’immaginario di legioni di entusiasti. Succede quasi sempre che il neofita si addentri nella scoperta del passato per comprendere gli stili, i sommovimenti, le rivoluzioni, le estetiche individuali e le dialettiche interne al Movimento che preferisce. Movimento che, in maniera inevitabile, prima o poi finisce per essere assorbito nel mainstream e farsi da parte per lasciare i riflettori ad un altro Movimento più giovane. Il Movimento che ha creato un Mito, in realtà, non si è affatto estinto; solo, continua la propria vita lontano dalle grandi ribalte. Succederà ancora? Here falls the donkey, ed ecco il vero fulcro del qui presente postsz, figlio di un’amena discussione internettara con lui.

Prendiamo il jazz. Quante volte avete sentito dire, con tono sconsolato e disilluso, che “il jazz è morto”? Immagino innumerevoli, se siete fra gli appassionati. In realtà non è morto affatto, solo si è fatto Mito, che per definizione è remoto e lontano, e intanto il mondo è cambiato. Fino agli anni ’70, diciamo, interessi & passioni erano molto più limitati in numero. Si suddividevano essenzialmente nella fruizione di musica (dal vivo come su disco), libri, film, che di conseguenza alimentavano mercati molto più grossi visto che concentravano quasi tutte le spese hobbistiche delle persone.  Adesso è tutto cambiato, e i soldi li possiamo spendere in moda, viaggi low cost, videogiochi, attrezzature sportive e chi più ne ha più ne metta, grazie al progresso tecnologico e alle economie di scala che hanno abbassato i prezzi in maniera costante. Contemporaneamente, l’industria dei beni culturali negli ultimi dieci anni ha dovuto lottare furiosamente contro i fenomeni di sharing p2p, i negozi si sono trovati la concorrenza dei rivenditori online, tutte le mosse sbagliate per riprendere in mano la situazione sono state fatte e così siamo arrivati all’attuale situazione di disgregazione atomica.

Ora, un piccolo esempio. Il musicista X che suona la musica Y ha un sacco d’idee. Fosse uscito in una qualsiasi decade del ’900, la sua storia sarebbe stata all’incirca questa: una casa discografica, major o indie, avrebbe deciso di investire su di lui con una certa lungimiranza, offrendogli un primo contratto per due o tre dischi, glieli avrebbe prodotti e avrebbe svolto la promozione. X, nell’ipotesi che non si parli di un fenomeno usa e getta, si sarebbe fatto il culo a suonare il più possibile dal vivo aumentando progressivamente il numero di fan, sviluppando il suo personale discorso, ed infine sarebbe approdato ad una sua dimensione all’interno del contesto generale. Fama planetaria o culto, poco importa, le variabili in gioco sono tante ed esulano dal discorso, c’é stato spazio per i Pink Floyd come per i 13th Floor Elevators, per Louis Armstrong come per Webster Young. Adesso è tutta un’altra storia. Molte case discografiche, anche indipendenti, hanno la stessa mentalità da squalo delle attuali major, cambiano solo i numeri, e puntare su caproni che assicurano quantomeno di non andare in perdità purché si conformino ad uno standard accettato (esempio tipico: il mondo del metal dell’ultimo decennio) è spesso preferito al rischio. Inoltre registrare un album costa molto meno, trucchi in studio permettono di accorciare di molto i tempi e far sembrare bravissimi dei perfetti stronzi – gli stessi che poi sul palco fanno schifo e durano poco. Poco perché, se vuoi campare, devi fare una cosa: suonare, suonare e suonare in lungo e in largo.

E così oggi un musicista bravo bravissimo suppppplìme si trova la grande fortuna di poter fare tutto da sè, col pieno controllo della propria attività, e la grande sfortuna di essere una goccia in un mare di informazione. Stando così le cose, non c’è più spazio per il Mito, che ha bisogno di figure di richiamo overground, quelli delle grandi cifre che colpiscano l’immaginazione generale, e di altri non meno talentuosi in retrovia a cementare, espandere, fortificare e diffondere. Mike Reed, lì sopra in foto, è bravissimo e porta avanti una serie di progetti di grande interesse. Probabilmente non lo avete mai sentito nominare. Mike si produce i suoi dischi da sè, li mette in vendita da CdBaby, insegna e suona un sacco dal vivo, e fa un grande uso di social network e strategie autopromozionali per farsi conoscere. Ce la fa a campare così, ma riuscirà ad aggiungere un nuovo capitolo dal Mito, alla Grande Narrazione del jazz, senza avere un numero consistente di ammiratori devoti che ne spargano il verbo, senza rilasciare interviste ai media non di settorie, senza grossi marketing discografici? Credo proprio di no, e questo indipendentemente dal suo talento di batterista, compositore e leader. Lo aspetta un undergroundato di ferro, di cui comunque non sembra proprio lamentarsi.

Jason Moran è un talento addirittura prodigioso che sta ottenendo riconoscimenti davvero importanti. Scoperto e lanciato da due colossi come Steve Coleman e Greg Osby, in dieci anni ha sviluppato un discorso talmente originale e significativo che lo ha portato, in questi giorni, ad essere uno dei vincitori annuali del fondo per arte e ricerca della Fondazione McArthur. Ha inciso quasi dieci album da leader e ha partecipato a varie sessioni di altri musicisti, lasciando una traccia importante per il piano e in generale il jazz a venire. Gli sono pure state commissionate opere per occasioni speciali. Riuscirà ad aggiungere il suo nome al Mito? Pur essendone all’altezza, deve fare i conti anche con l’oste, il pubblico. Pubblico che si accultura e si abbevera del Mito, com’é logico e giusto, ma poi per pigrizia o altro usa il Mito come metro e non come punto di partenza per conoscere quello che c’é intorno. Il Mito, con la grande forza gravitazionale della nostalgia, rassicura e consola quando sarebbe necessario invece fare uno sforzo in più e zittire l’orrendo coro che salmodia “una volta qui era tutta campagna”.

Nel jazz il problema è forte perché ormai il Mito ha assunto la sua fisionomia compiuta da tempo: dalla fase degli anni ’20 a metà anni ’50 è stato una delle forze creative con i riflettori puntati addosso, poi l’arrivo del rock gli ha progressivamente tolto lo spazio, in particolare negli anni ’60, e da lì l’epopea si considera (a torto) finita. Se fermate uno per strada e gli chiedete di nominarvi un musicista jazz, se va bene vi risponderà col nome di un Mito ormai morto o col silenzio (se va male con Enrico Rava). Non ci sono più stati artisti in grado di uscire dalla nicchia e bucare il mainstream – l’ultimo è stato Wynton Marsalis venticinque anni fa. Oggi, se le stelle si allineeranno per bene, Christian Scott e appunto Jason Moran potrebbero farcela. Poi c’è una marea di talenti, anche rispettati e rinomati, ma sempre all’interno del giro – che si tratti di carriere giovani come quelle di Logan Richiardson, Sean Jones e Tia Fuller, o ben consolidate come James Carter, Matthew Shipp, Terence Blanchard e Orrin Evans. Per dirla col bellissimo documentario Icons Among Us: Jazz In The Present Tense, c’è una rivoluzione silenziosa in atto. Basta saperla ascoltare e capire, senza perdersi nel nostalgismo, addirittura per epoche neppure vissute in prima persona. Eldorado è finita, ora c’è da guardarsi intorno. E quindi, diventare cercatori attivi e capire. TANSTAAFL!