C’è un mio vicino di casa, ci tengo a precisare simpaticissimo, che è un vero e proprio Vecchio Rocker. Sapete di quelli che solo i gruppi che si ascoltavano quando erano giovani loro erano ganzi e tutto quello che è venuto dopo fa schifo? Quelli che i Pink Floyd e i Clash e i Deep Purple ma che vuoi che siano quelle merde degli Slayer e dei Dead Kennedys etc etc? Ecco, paro paro. Il nostalgismo del Vecchio Rocker, archetipo di cui il mio vicino è un’incarnazione, è ciò che tiene in piedi la grande baracca del rrrrrrruock prima dell’inevitabile schianto finale che, mi auguro, avvenga il prima possibile. Certo, perché succeda devono prima sparire di giro tutti i gruppi storici, ma trattandosi di biologia dobbiamo solo pazientare – quando anche le band degli anni ’90, tipo Soundgarden o Dream Theater o Radiohead o Tool o Nine Inch Nails o Rage Against The Machine (cito a caso gruppi simbolo dal grande numero di fan) saranno troppo decrepiti per tirare la carretta e le loro 130esime ristampe andranno ad affiancare le 2700esime dei Rolling Stones, il ciclo sarà ultimato. Questo non perché di gruppi bravi non ne siano usciti, è palesamente falso, ma perché il mondo è cambiato. Intanto, siamo subissati dal fenomeno del Classic Rock, ovvero dai gruppi di ventenni che si ispirano a quelli di quarant’anni fa, a volte imitandone persino il look – The Answer, Gentleman Pistols, Wolfmother e milioni di altri. Il fenomeno lo posso spiegare da due versanti: quello tecnologico (i giovini) e quello anagrafico (i vecchi).

Per il versante tecnologico ci vogliono due sottocapitoli:

Il primo è Guiter Hero: la diffusione amplissima raggiunta dal celeberrimo videogioco nel corso degli anni ’00 ha avuto l’effetto non trascurabile di avvicinare ai classici del rock una quantità esorbitante di giovanissimi, che hanno cominciato a scoprire, e a comprare in massa, le discografie dei vari Mostri del Rock. Molti di loro si sono pure messi a suonare davvero, per dire. Magari ispirandosi proprio a quei Grandi Vecchi.

Il secondo è più recente e si tratta del binomio YouTube+Facebook. Per un adolescente che si affaccia oggi sull’interwebs, non c’è poi così tanta differenza fra il 2012 e il 1962, in termini di immediata offerta musicale: basta che legga qualcosa sui Sonics o Rolling Stones o Hendrix o Van Halen o Death o Slipknot o XXX di turno per poter trovare fior di roba su YouTube da condividere immediatamente su Facebook con millemila amici fra cui, si suppone, altri sufficientemente appassionati di musica per scatenare il classico ardore & voglia di scoperta del teenager. Un gruppo appena formato di teenagersz ha le stesse probabilità, oggi, di suonare come i Cream che di suonare come i Muse, e di trovare in entrambi i casi un’industria discografica disastrata ma ancora capace di dargli qualche chance.

Come prova numerica di questa tendenza, il gran numero di ristampe uscite negli anni ’00 (la Sony/Legacy è stata attivissima, forse perché è quella col catalogo più ampio) parla chiaro, e tutt’oggi si continua a batter cassa, anche se con maggior difficoltà, su questo terreno.

Per quello anagrafico, dobbiamo prendere in esame la critica rock, quella fatta di riviste e libri. Quelli che erano ragazzini ai tempi degli XXX e li vedevano sputazzati e derisi dai critici del tempo sono diventati i critici di oggi e, avendo la penna dalla parte del manico, possono finalmente dire al mondo intero quanto fossero fichi i Judas Priest e i Ramones e i Lynyrd Skynyrd, scriverci retrospettive, libri e speciali tv, e celebrarli nella Hall Of Fame. Non per niente tutti questi gruppi, un tempo feccia disprezzatissima dalla critica e dunque davvero rock in quanto eversivi e pericolosi e ai margini, sono oggi tranquilli senatori del megawatt. La spirale innescata da questi due fenomeni è al momento dominante, e stritola qualunque altra scena. Ma si tratta, incredibili dictu, della punta dell’iceberg.

Perché l’era mitologica del rock è giunta al termine, e bene o male l’avevo già scritto, ma manca l’ultimo tassello: come già il blues e il jazz prima di lui, il rock sparirà dai riflettori per diventare un acquired taste, musica per intenditori con un pubblico di nicchia. Lo dico perché osservando la parabola del jazz, il percorso è evidente. Oggi siamo alla fase che quella musica ha attraversato nei primi anni ’80, quando Wynton Marsalis riuscì a ravvivare l’interesse e a diventare un nome-simbolo anche per chi il jazz non lo conosceva. Oggi, di jazzisti in gamba e giovani ce n’è pure tanti, e il panorama è tanto vasto quanto frammentato in una marea di nomi e tendenze contraddittorie. Suona familiare? Perché oggi se fermi uno per strada e gli dici “fammi il nome di un gruppo rock di ora, subito!” è probabile che ti citi un po’ di brit-shit tipo Muse, quindi comunque roba attuale, ma siamo agli sgoccioli. Anche il rock, in tutte le sue millemila tendenze contraddittorie, si dimensionerà su affluenze da max 2000 persone o giù di lì. Anche il rock verrà identificato genericamente come tutto ciò che ha una chitarra elettrica, come il jazz come tutto ciò che ha un sassofono. Future pop star annoiate faranno il loro disco rock come oggi vecchi rocker in pensione fanno il loro disco jazz per uscire dalla routine. Suona triste? Non per me. Più che mai conterà la musica e basta, che smetterà di diventare una religione o un’ideologia.

Quando David Guetta dice di voler rendere la house più grande del rock, sta solo dipingendo il futuro prossimo venturo, inevitabile quando le ultime rockstar andranno in pensione e i dj ne prenderanno il posto a fianco delle popstar. E’ inevitabile. E, per quanto mi riguarda, non è un male. Altrimenti sarei un vegliardo stile Assante/Bertoncelli che si lamenta che nessuna canzone rock rappresenta Occupy Wall Street e quindi il rock è morto bei tempi quelli di Woodstock sbroc sbroc.

Ma il succo del discorso è uno: il nuovo disco degli Offlaga Disco Pax è una merda come al solito e se vi piacciono andate a fare in culo.