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“Nel 1972, Richard Forthrast, fuggito nella Columbia Britannica per evitare rogne giudiziarie, lavora come guida da caccia specializzata, poi accumula una fortuna contrabbandando marijuana attraverso il confine tra Canada e Idaho. Passano gli anni, Richard torna negli Stati Uniti dopo l’amnistia concessa dal governo e investe la sua ricchezza in un vero e proprio impero. Crea anche T’Rain, un gioco di ruolo online di ambientazione fantasy con milioni di fan in tutto il mondo. Ma T’Rain è diverso dagli altri giochi del genere, perché l’oro virtuale che qui si scava e si conquista può essere trasformato in soldi nel mondo reale. Un gruppo di fanatici dell’informatica cerca di colpirlo creando Reamde, un virus che codifica tutti gli archivi elettronici e li conserva fino al pagamento di un riscatto. Si tratterebbe solo dell’ennesima truffa virtuale, se il virus non colpisse però le persone sbagliate: il ragazzo di Zula Forthrast, nipote di Richard, ha un passato da hacker, e ha appena concluso una transazione illegale vendendo dei numeri di carte di credito alla mafia russa. Quei dati sono stati resi inaccessibili da Reamde, perciò Zula e Peter vengono rapiti dai russi e portati nell’Estremo Oriente per aiutarli a rintracciare e colpire il fantomatico creatore di Reamde. Per la prima volta, il mondo virtuale rischia di scatenare una guerra senza esclusione di colpi: in palio c’è il destino del mondo reale.”

Questa la synossi italiana di Reamde, il nuovo, colossale libro di Neal Stephenson uscito e letto (da me) lo scorso anno. Si tratta di un’opera ciclopia, gigantesca, a tratti umoristica, a tratti delirante, assolutamente esplosiva e… beh, lasciate perdere questa aggettivazione idiota da parte mia, e partite dal presupposto che il buon Neal abbia fatto l’ennesimo centro che distrugge il bersaglio e lo pone più che mai nel novero degli scrittori realmente importanti di quest’epoca. Già, io lo sostengo da una vita e mezzo, ma il barbuto ragazzone di Fort Meade ce la mette tutta per confermare, libro dopo libro, quanto sarebbe meritato un riconoscimento pubblico della sua grandezza. Reamde contiene tutte le caratteristiche che rendono grande Stephenson: una storia di amplissimo respiro in cui brancolano personaggi improbabili che le provano di tutte per uscirne interi, con una fantozziana serie di coincidenze a unire mondi lontanissimi in una polveriera che, pagina dopo pagina, è sempre più pericolosa. La scrittura di Stephenson è, al solito, impareggiabile nel dettagliare un mondo dove natura e tecnologia si fondono senza alcuna soluzione di continuità: sa descrivere con verve, ritmo e naturalezza paradisi tropicali ricoperti di urbanizzazione incontrollata, strade ipertrafficate, ragnatele di cavi e tecnologia onnipervasiva così come se niente fosse, con un ritmo perfetto. Da tempo Stephenson ha fatto dell’infodump una forma d’arte a sè stante: addentrasi nel libro non è molto diverso da una bella navigazione internet, in cui flashback e dialoghi introducono e dettagliano argomenti dei più complessi e disparati per poi ritornare al normale flusso della narrazione. Un po’ come quando si clicca un link per approfondire e si trova una pagina bella quanto quella che leggevamo prima, ce la scorriamo tutta e siamo in grado di ritornare indietro arricchiti da informazione senza rumore di fondo. Non credo che il testo sia mai stato così vicino all’ipertesto, è probabile che mi dimentichi di qualche scrittore , e comunque pochissimi possono vantare una simile maestria. Neal tesse una trama complessa in cui si intersecano molte tematiche e molti sottotesti. Una volta stabilita ambientazione e personaggi, sembra quasi che faccia partire la simulazione lungo binari paralleli. Scrittori poco abili, o semplicemente meno abili, avrebbero fatto ricorso a pesanti deus ex machina per farli convergere. Stephenson si avvale del più semplice, realistico, ockamistico: l’errore, la sbadataggine, l’approssimazione, con le sue impreviste conseguenze che possono essere colte e fatte fruttare se si è particolarmente in gamba. Allo stesso tempo, sono molti i temi tipici di questo tempo che ribollono sotto la superficie: il terrorismo e l’intelligence, la Cina gigante dai piedi d’argilla, la compenetrazione fra mondo reale e virtuale anche oltre il predetto, l’enorme complessità tecnologica, culturale, economica che si agita dietro ad un MMORPG, il geeokdom e la diatriba sulla legittimità del “genere”, il reazionariato provinciale più profondo e pericoloso. E altro ancora: Stephenson maneggia tutto con disinvoltura e lo fa scivolare lungo la narrazione così, come se niente fosse. Sta al lettore soffermarsi a riflettere o lasciarsi trasportare dal turbine degli eventi. Il mondo è tutto interconnesso a portata di click, ogni singolo click può avere inavvertite conseguenze a chilometri di distanza, e poche cose come questo enorme affresco di thriller e azione a rotta di collo nel vecchio medium del libro possono farcelo capire, nei risvolti comici come in quelli drammatici.

      

Adesso, immaginatevi di girare, non so, per il Parco dei Mostri di Bomarzo. Vi aspettate, dietro una curva, di trovarci un qualche bestio pietrificato tipo quello che avete visto cento metri fa, e invece c’è un negro che gioca a Monopoli da solo tutto pensieroso. Ci restate per lo meno sbalestrati, no? Ecco, così mi sono sentito io quando ho saputo che Reamde era stato tradotto in italiano. Cioè, proprio non me l’aspettavo. La maniera in cui è stata realizzata la versione italiana è stata la molla per scrivere questo post, visto che sono secoli che non parlo di libri. Perché vedete, la Fanucci l’ha diviso in due libri, uno di 752 pagine e un altro di 704, venduti a 17.50 euri ciascuno, per un totale di 35 euri. Nel primo non c’è scritto assolutamente che si tratta di una prima parte. Il titolo sembra quello di un qualsiasi film di Steven Seagal. La copertina generica e sgommonissima. La traduzione non so. Sapete quanto vi costa, in inglese? Oggi c’è l’edizione cartonata, comprandolo da Amazon.com appena 12.51 più spedizione, e quindi ve lo ritrovate in casa spendendo meno della metà. Appena 7,50 dollari invece per l’edizione Kindle. Il succo della questione, insomma?

Beh, è presto detto: se siete di quelle persone a cui piace leggere, che ci si tuffano, amano stare dietro all’attualità letteraria e a sporcarvi le mani, prendendovi la briga di conoscere e valutare in prima persona senza l’imbeccata del quotidiano puzzone di turno, se insomma per parafrasare Quirino Principe siete “lettori forti”, dovreste fare un bel favore a voi stessi: abituatevi a leggere in inglese. Potrete disporre di una tavola imbandita 365 giorni l’anno a prezzi convenientissimi, e non vi farete più fregare da un panorama editoriale sempre più dilettantesco e scrauso che toglie dalla circolazione qualsiasi libro una volta esaurita la prima tiratura. Fatelo per voi stessi. Contribuirete pure alla percentuale degli “italiani che non leggono”, per il semplice fatto che non comprate nei soliti punti vendita. In realtà sarete troppo evoluti per cattive edizioni a prezzi da rapina, e vi rifornirete altrove. Certo, se tutti facessero così le bovere biggole libbbrerie fallirebbero. E allora? Lo faranno comunque, perché sono obsolete, è solo questione di tempo. Voi armatevi per fare a meno di loro e del pessimo sistema editoriale nostrano.

Per parecchio tempo, lo dico senza alcun problema, ho seguito il blog di Gamberetta e l’ho fatto pure con una certa ammirazione. La sua critica puntuale e feroce di un sacco di spazzatura fantasy, soprattutto made in Italy, metteva in luce tutta una serie di falle che bucano l’intero spettro del panorama letterario nostrano. Falle piuttosto gravi, deducibili dalla pubblicazione di vari cessi di libri, tipo:

1) Scrittori che non sanno scrivere e non hanno la minima cura della propria opera;
2) Un universo di addetti ai lavori assolutamente carente e menefreghista che non svolge alcun compito di editing, di revisione, e butta tutto sul mercato così com’è, tanto vende se c’ha abbastanza draghi in copertina;
3) Una malafede assoluta da parte di grandi e rinomati curatori di testata, che si sono arrampicati sugli specchi in tutti i peggio modi per difendere l’indifendibile.

Da questo punto di vista, Gamberetta è stata molto più acuta e vincente di qualsiasi wuminghio.  La sua critica al testo e al mondo del fantastico è stata, nella sua prima fase, molto stimolante, e gliene do atto, anche se immagino ci si pulisca allegramente il culo. Tuttavia ho iniziato pure, dopo un po’, a rompermi i coglioni. Sia per l’acredine sempre maggiore con cui attaccava gli scrittori (ok, io non sono esattamente il re del bon ton, ma almeno il mio tono resta spesso scherzoso – credo), e intendo proprio le persone, sia per un dogmatismo che è emerso con il passare del tempo e ha messo in evidenza i limiti della critica gamberettistica.

Far vedere controesempi di come si dovrebbe scrivere una scena pietosa è ok. Consigliare manuali di scrittura ok. Impostare il discorso sulla pratica dello show, don’t tell pure. Quando però si scende nel fondamentalismo, un po’ meno. Perché la prima premessa alla base del gamberettismo è che fantasy/sci-fi siano essenzialmente letteratura di storie e idee, e quindi sia necessaria, sufficiente, indispensabile una prosa asciutta che permetta a storie e idee di far scivolare il lettore all’interno con la massima naturalezza – presupponendo anche la coerenza interna dell’ambientazione, delle azioni/reazioni descritte etc etc. Di per sé, sarebbe anche tutto a posto. Ma è uno dei modi possibili di scrivere fanta(sy/scienza), il modo asciutto, diretto, realista, heinleiniano di cui peraltro sono un grande sostenitore. Non è l’unico, però. Perché il punto è che lo stile di scrittura dipende da cosa voglia ottenere lo scrittore. Se io volessi scrivere di futuro filtrandolo attraverso la lente del mito, come se fosse visto da un futuro ancora ulteriore e quindi dargli una patina di leggenda e un tono di divertita nostalgia senza bradburysmi, dovrei scegliere attentamente le parole, descrivere in un certo modo, scegliere il giusto tono dei dialoghi etc etc, allontanandomi da una prosa secca e tagliente. Dovrei andare non in direzione di Heinlein, ma guarda caso in quella di Cordwainer Smith. Non so se Gamberetta conosca Cordwainer Smith, ma immagino lo troverebbe una merda, perché di secco, tagliente e realistico ha poco. Ed è così perché fa il necessario per scrivere al meglio il SUO libro, secondo la SUA personale estetica. Possiamo dire se ci riesce o meno – per quanto mi riguarda, ci riesce eccome. Trovo che il grande autore si riconosca anche per questo: fa capire quale sia la sua estetica durante la lettura stessa, e la mette in pratica nel migliore dei modi. Sembra questo il grande limite della critica gamberettistica, condito dall’ossessione per i manuali di scrittura presi come oracoli, tipo “così non si fa, leggi un po’ cosa dice Seth Putnam a pag. 345 del suo manuale Writing Fiction Is Gay!!!1!” Oggi siamo alle guerre dei cloni: senza volerlo, si è formata una frangia di psicotici gamberettiani molto peggiori dell’originale.

Ci sono alcuni appunti che mi viene da fare. Il primo forse deriva dalla mia scarsissima sopportazione del dolore e il conseguente ribrezzo per il sadomasochismo: non sarebbe impiegare il tempo per segnalare ciò che si ritiene meritevole, spiegando perché e percome e tutto il resto, anziché spararsi tonnellate di merda? Visto che le recensioni sono del tutto volontarie (cioè senza il dovere di cronaca immediata da periodico), credo sia più costruttivo impiegare le energie per segnalare ciò che merita. Mutatis mutandis, è la linea che seguo assieme agli amici su Free Fall, per esempio. Il secondo è che i gamberettisti si riproducono velocemente. Ancora un po’ e formeranno una genia di lettori che misurano con riga e compasso Jack Vance decretandone la merdità perché non è conforme allo standard ISO9000 dello Show Don’t Tell e alle norme evidenziate nell’Infallible Book On Writing di W.R. Iter.

Infine, un’ultima notarella. Nel giro del Gamberame si fanno spesso confronti fra Narrativa e Literary Fiction, individuando nella prima la cosiddetta narrativa “di genere” e nella seconda tutto ciò che si bea di essere Letteratura, fatta di stile autocompiaciuto per far sentire colto e intelligente chi legge. Trovo queste distinzioni un po’ troppo forzate, e se vogliamo far sì che la narrativa del fantastico abbia il rispetto che si merita (e se ne merita un bel po’), ci vorrebbe un ragionamento di tipo inclusivo, non steccati e recinti sempre più labirintici. Se la criticaccia snob e prevenuta fa uno sbaglio, reagire con lo sbaglio di segno uguale e contrario la mi sembra una hazzatha.

E’ un bel periodo per gli appassionati di GRR Martin, questo qui. Non solo possiamo gustarci la riduzione tv di A Game of Thrones a cura della sempre ottima HBO, ma a Luglio uscirà il nuovo libro, A Dance With Dragons. Dio canaccio, ce n’è abbastanza per fibrillare emettendo energia a costo zero. Personalmente, mi preparo all’arrivo del quinto volume della saga rileggendomi tutto dall’inizio. E proprio la rilettura mi ha schiuso un orizzonte nuovo su A Song Of Ice And Fire, e per due motivi. Il primo legato alla lingua (stavolta leggo l’origgginale), il secondo legato a una roba che non so bene come definirla ma me l’ha fatta notare un amico, e c’entra con la questione dei punti di vista multipli e la radicale modernità del magnum opus martiniano.

Partiamo dalla lingua. Ma che merda di traduzione hanno fatto alla Mondadori? Hanno pescato il traduttore a caso fra i disoccupati? In italiano, Martin è un buon narratore fluido dalla mano sicura con una gigantesca abilità nel gestire trame complesse ad amplissimo respiro. In inglese, Martin è pure uno scrittore di gran razza. Molte scelte di traduzione sono sciatte, banali, affrettate, tirate via, dilettantesche, quando invece la cura dei termini è molto meticolosa e sempre volta ad un effetto particolare. Per dirne una banalissima, prendiamo il personaggio di Petyr Baelish, soprannominato in inglese Littlefinger per la bassa statura e il fisico mingherlino. Questo soprannome gli fu dato, in segno di disprezzo, dal lord presso cui Baelish faceva da scudiero. Littlefinger, Mignolo, come dire “mezza sega”. Se chiami uno Mignolo, l’intento canzonatorio è evidente, si presta pure all’allusione sessuale. Alla luce di tutto questo, alla luce del fatto che il little finger sia a tutti gli effetti il mignolo, come lo chiami in italiano Petyr “Littlefinger” Baelish? Ma Petyr “Ditocorto” Baelish, ovviamente, perdendo d’un colpo tutta l’immediatezza e i sottintesi ecc. ecc. Altro settore disastrato, i dialoghi. In italiano, non c’è alcuna differenza fra la parlata del garzone dello scannagatti e il Lord di sangue blu della famiglia più prestigiosa e antica del continente. Com’è ovvio, in inglese le differenze e le sfumature ci sono, non è tutto appiattito su una lingua comune media. E poi, colori, umori e sapori. Martin ha sempre professato la sua ammirazione per Jack Vance, e si vede in lungo e in largo nelle descrizioni di usi, costumi, odori, colori delle varie terre. Si indulge spesso e volentieri sulle vesti, sui cibi, sui colori abbinati agli odori e ai riflessi ambientali, per creare un clima esotico e fascinoso – dalle sfumature di grigio e azzurro di Grande Inverno, alle rigogliose terre dei fiumi, alle coloratissime e stravaganti Città Libere, c’è sempre una tinta esotica che insaporisce ogni frase e fa vivere l’ambientazione. La versione Mondadori compila elenchi di vestiti e tessuti e cibarie come fossero listini di atelier e menù di ristoranti. Ho fatto solo qualche macroscopico esempio, eh. Per tagliare corto, magari se ne fossero occupati Riccardo Valla o Vittorio Curtoni… i risultati sarebbero stati ben altri. Cazzo e ricazzo.

L’altra questione è leggermente più incasinata e sono sicuro che farò un garbuglio di scarsa comprensibilità. Vabbeh, m’importa una sega, tanto leggete voi. La prima volta che lessi ASOIAF fui colpito da quel particolare respiro, da romanzo para-storico. Qualcosa tipo Leo Tolstoj incontra Frank Herbert, ma in salsa di fantasy relativamente vanceiana. Questa approssimazione demente può andare bene sulla superficie, ma poi si rivela del tutto inadeguata. Possiamo certo dire che ASOIAF è un romanzo corale, visto il gran numero di protagonisti. E’ però evidente, ad un certo punto, che i protagonisti della storia sono essenzialmente due: il continente di Westeros e la lotta per il potere, filtrati attraverso il prisma di un miliardo di punti di vista. Martin gestisce questi punti di vista multipli in maniera esemplare, visto che ogni volta che “entriamo” in un personaggio la visuale resta ancorata saldamente alla sua esperienza, senza alcun narratore onniscente, senza che trapeli qualcosa dai punti di vista di altri personaggi in altri capitoli. Il lettore può sapere di più del personaggio protagonista del capitolo che sta leggendo, ma questo fatto è controbilanciato dalla potenziale falsità delle notizie: l’affresco degli eventi è sempre incompiuto e pieno di ambiguità. Per esempio, in tal capitolo dedicato a tale personaggio succede l’evento X. In certi capitoli successivi, alcuni personaggi vengono a sapere di X e in base a loro congetture si comportano come se X = Y, altri in altri capitoli ancora come se X = Z. Nessuno di loro ha assistito ad X, tuttavia ne interpretano le conseguenze in maniera soggettiva, con gioia dell’effetto farfalla. Pensate a questo effetto farfall che si riverbera sulle popolazioni, sulle alleanze, sugli equilibri, per avere un’idea di come il mosaico finale sia sempre incompleto e fallace.

Non solo: la storia ha radici nei fatti di quindici anni prima. Un passato che non è esplicitato nero su bianco da annali e cronache in appendice, ma viene solo narrato dai personaggi, a frammenti.Il lettore può ricostruire in parte gli eventi passati attraverso elementi disseminati nei vari capitoli da narratori non attendibili e dalla loro conoscenza limitata e parziale. Dunque abbiamo un passato storico concreto, perché determina le condizioni di partenza della scacchiera, ma che arriva al lettore in modo da disorientarlo e metterlo fuori strada anche rispetto alle vicende in corso. Ed è qui che casca l’asinaccio: la frammentazioni di una storia attraverso una serie di punti di vista solo parzialmente attendibili e con un retroterra storico inesatto e viziato dai punti di vista medesimi è un elemento tipicamente postmoderno. Dunque, sebbene lo scorrere degli eventi non sia temporalmente dissociato e a spirale (tipo Comma 22 o V), ma per linee parallele, Martin è riuscito in una sintesi davvero sorprendente e originale, dio fromboliere. Oh certo, poi “è solo fantasy”, dirà il diversamente intelligente là in fondo. Bene, spero ti catturi Vargo Hoat.

Non c’entra un cazzo, è solo per decorare la pagina e ricompensare il lettore per le fatiche.

Uscito nel 1956, Stella Doppia è uno dei più bei romanzi di Robert Heinlein, nonché di conseguenza una delle cose migliori che possiate leggere. Vi riporto la storia copincollando da Wikipedia, che si fa prima:

In un non precisato futuro Lawrence Smith, in arte “Il grande Lorenzo”, squattrinato attore di talento, incontra uno spaziale in un bar. Si intravede la possibilità di un ingaggio ben retribuito, ma in un turbinoso precipitare di eventi si trova coinvolto in una sparatoria, costretto a occultare cadaveri (tra i quali, uno di un marziano) e a scappare su Marte. Allora viene a conoscenza del suo compito: impersonare l’uomo politico più importante del momento, Joseph Bonforte, il quale è stato rapito da una ignota organizzazione, proprio poco prima di un evento di portata storica. Bonforte, infatti, ha deciso di farsi adottare dal Nido di Kkkah, una delle tribù degli indigeni marziani, per dare un segnale forte della sua politica illuminata di apertura alle altre razze non umane, e alla abolizione della schiavitù. Lorenzo, costretto ad accettare dalle circostanze, riesce in brevissimo tempo, grazie alla notevole somiglianza con Bonforte (per cui era stato scelto) e le sue doti artistiche, a imitarlo perfettamente. Nessuno si accorge dello scambio quando partecipa alla complicata cerimonia marziana (i marziani hanno un forte senso delle formalità, alla maniera della antica civiltà giapponese). Bonforte viene ritrovato in pessime condizioni fisiche, drogato con sostanze che potrebbero recargli gravi danni psico-fisici. La convalescenza di Bonforte si preannuncia lunga e Lorenzo è costretto sostituirlo ancora. Inoltre, il governo in carica, con una mossa imprevedibile, si dimette e indice nuove elezioni. Si deve formare un governo provvisorio, che, come da tradizione istituzionale, viene affidato al capo dell’opposizione, Bonforte, appunto.(CUT sul resto per evitare spoiler)

Come ogni libro del grande scrittore americano, vi conviene comprarlo sull’interwebs. E come ogni libro del grande scrittore americano, ha un sacco da dire, in maniera esplicita e implicita. Sono diversi i temi che si intrecciano e fanno da sottotesto: razzismo e integrazione, il rapporto fra l’artista e la sua creazione, il sacrificio di sè stessi, il concetto del doppio, la rappresentazione mediatica del mondo politico – il tutto narrato con scioltezza, disinvoltura, nel classico stile asciutto e incisivo di Heinlein, con un tono da commedia brillante che salta agilmente ad un registro quasi epico verso la fine. E’ proprio la rappresentazione mediatica del mondo politico che mi interessa, in questo post. Come avete letto sopra, lo staff di John Joseph Bonforte recluta un attore per impersonare il capo durante un’importantissima trattativa che verrà trasmessa in mondovisione. Lo staff non si fa grossi scrupoli – deve ingannare il mondo intero, fare una cosa sporca, per non perdere terreno. Andando avanti nella lettura vediamo le progressive metamorfosi dello scenario politico, e le metamorfosi interiori del protagonista. Che non sono affatto di poco conto: all’inizio del libro, Smith è un simpaticissimo guascone, un furbastro, una persona comunque meschina, mediocre, profondamente razzista e un po’ ignorante. Lo scollamento fra immagine proiettata e realtà è già enorme, perché la gente (umani e marziani) crede di ascoltare le parole di quell’uomo che aveva sempre sostenuto la causa dell’integrazione e del reciproco scambio economiculturale fra i due mondi, mentre in realtà a pronunciarle è un guitto in rovina, razzista e ignorante, che si presta alla sceneggiata per un modesto consenso. I datori di lavoro se ne fregano del fatto che Smith sia una persona mediocre: loro vogliono la performance di un grande attore, e Smith ai suoi tempi era uno dei migliori. Se ne fregano anche dell’inganno perpetrato: la cerimonia marziana è troppo importante per mandare tutto all’aria dopo mesi e anni di avvicinamenti al Nido di Kkkah.

Cosa possiamo dedurre da tutta ‘sta pappardella, ora. La prima è che se hai bisogno di un professionista per qualcosa, deve innanzitutto essere bravo in quel che fa. E’ ovvio. Se vi doveste operare per una cosa seria, e la scelta fosse fra il miglior chirurgo della regione che è pure massone, puttaniere e raccomandatore, e il chirurgo normale dell’ospedale di Pontedera che è-tanto-una-brava-persona, scegliereste tutti il primo e di corsa. Dal punto di vista artistico le cose non cambiano. Mino Reitano era una bravissima persona, Miles Davis un emerito stronzo, tuttavia il genio è il secondo. Di conseguenza, vita privata e vita professionale sono due entità separate e indipendenti. La brava persona che è anche un bravo artista/professionista in quanto puro di cuore è un’idiozia romantica, e per chi ragiona così Darwin riserva brutte sorprese. Se spostiamo il campo d’azione alla politica, è un campo sporco in cui l’anima candida di belle intenzioni è destinata a soccombere. Dak Broadbent e il resto dello staff di Bonforte lo sanno bene, e lo si evince dalle loro azioni: meglio imbrogliare tutti e portere a termine un progetto di grande importanza. A fare i candidi sarebbero stati spazzati via. Anzi, nei primissimi capitoli sono costretti a compiere un omicidio con tanto di occultamento di cadavere per riuscire a scappare con Smith senza essere visti dalle autorità spazioportuali, visto che ufficialmente si trovano da un’altra parte.

E poi, l’immagine. La recita convince, tanto quanto il Bonforte originale alla fine convince Smith a proseguire, in una sorta di strano Oruborous. La recita convince il pubblico, l’eredità di Bonforte è sicura, il politico scomparso continua ad esistere con la recita. L’immagine vale più di mille parole.

Applichiamo tuttu quanto alla logora, stantia vicenda Abberlusconi con le puttane. L’immagine di Abberlusconi è quella del gaudente riccone a cui i comunisti voglioni impedire di lavorare. E funziona almeno al punto da procurargli un numero consistente di elettori, anche perché come già detto più volte gareggia da solo vista l’inconsistenza degli avversari. Beccato a puttane per la terza volta, ne uscirà come le altre due – solo gli idioti di Repubblica etc. sono convinti del contrario. Perché? Credo che la forma politica originale dell’Italia sia la signoria, che è sopravvissuta fino ad oggi in maniera ufficiosa. Abberlusconi e la popolazione stabiliscono un legame da signoria, più forte di qualsiasi indignazione e qualsiasi moralismo che fa tremar le sottane delle vestali culturalesche. Abberlusconi è dunque un buon politico? Manco per il cazzo, perché abusa di una posizione di potere (conquistata legittimamente, fra parentesi) per i cazzi suoi e facendo ben poco per il benessere della popolazione, che a casa mia dovrebbe essere l’obiettivo ultimo di un politico serio, che dovrebbe essere sufficientemente privo di scrupoli per usare tutti i metodi sporchi necessari per perseguirlo. Se l’immagine è quella giusta per vincere le elezioni e governare (lo dicono i risultati, non io), mancano volontà o capacità o entrambe per il resto, a differenza del Bonforte heinleiniano. Fine.

Tutto il resto è una manica di minchiate che hanno già consegnato l’Italia postberlusconi ad una manica di carampane pudiche. E siccome c’è stata la battuta sui gay e la ricorrenza dei 35 anni della morte di Pasolini, voglio far notare come PPP avrebbe quasi sicuramente sorriso e approvato le prodezze sessuali del satiro di Arcore, consumate in barba al perbenismo cattoborghese strillato dai media di oggi. Ahr ahr ahr.

« Questa mia professione non è poi male. Il lavoro è facile, la paga è buona. Inoltre fornisce un’invidiabile sicurezza per il futuro… se si esclude il rischio di qualche rivoluzione. Vengo da una famiglia che ha sempre avuto fortuna in queste cose. Però la maggior parte del lavoro è noiosa, e la potrebbe fare altrettanto bene un qualsiasi attore d’avanspettacolo. »

La Piccola Storica Libreria aveva quasi quarant’anni di storia sul groppone. Sita in un bell’edificio del lungomare, era LA libreria del lungomare medesimo, nonché appunto una delle più vecchie della città. Legioni su legioni di turisti, nei fine settimana, vi si fermavano. Diversi libri sono stati presentati, nei limiti concessi dall’angusto spazio, lì dentro. Molti l’hanno vista come un simbolo culturale cittadino (i maligni potrebbero dire che, data la vivacità e la ricchezza della cultura locale, pure i cassonetti potrebbero rivendicare lo stesso titolo). Più volte ho acquistato libri nella PSL, semplicemente perché comoda da raggiungere, e poi perché nei primi anni ’90 la libreria che avevo davanti casa cambiò gestione e diventò una cagata. Compravo alla PSL ma senza sviluppare alcun affetto per il posto: l’atteggiamento della proprietaria, indisponente, con quell’aria da Gran Sacerdotessa della Cultura di Staminchia, e la maleducata spocchia del commesso storico, me lo hanno sempre impedito. Da tempo i miei sentimenti riguardo alla PSL erano mutati, ma per un motivo ben preciso, cioè l’amicizia che mi lega alle due commesse che hanno lavorato lì negli ultimi… boh, tot anni, non ricordo bene. Se capitavo lì era semplicemente per loro, altrimenti che me ne fregava. Oltre ad essere mie amiche, le due erano le tipiche commesse che l’amante della piccola libreria si aspetta: gentili, capaci di consigliare il cliente, alla mano. L’esatto contrario della Signora Proprietaria, che da Oplita del Bene d.o.p. qual é, le ha sempre sfruttate e mal retribuite, approfittandosi di loro sin troppo. Ma qui si divaga.

E’ successo, solo un due-tre anni fa, che accanto alla PLS abbia aperto un punto vendita di una Grande Catena, in uno dei più begli e storici edifici della città. Una mossa non certo garbata né corretta, ne convengo, soprattutto da parte dell’amministrazione comunale. La Signora Proprietaria era pure inizialmente in trattativa per gestire tutto lei, poi è stata brutalmente scavalcata da altri dotati di canali privilegiati. Di questo, e del conseguente dimezzamento dell’incasso, certo non le si può fare alcuna colpa. Di tutto il resto, però, sì. La Signora Proprietaria ha investito per anni i soldi nella sua Casa Editrice (assurda, senza mercato, uno sfogo vanesio) sottraendoli alla libreria, che ha iniziato a cadere a pezzi. Quei soldi potevano essere impiegati per assumere regolarmente le commesse e per ristrutturare l’edificio, magari rimettere pure a nuovo il fatiscente piano superiore e il vecchio locale della caldaia. Credo che questi due punti fossero essenziali per la sopravvivenza. In seguito alla ristrutturazione la PSL avrebbe potuto programmare stagioni di incontri e presentazioni con tanto di aperitivi e robette sfiziosette, quelle cose dove la gente va per darsi un tono e far vedere che c’è stata – sapete, quelle stronzate che cementano i rapporti all’interno del giro culturalvelleitario locale, con tutte le conseguenze del caso. E poi, volete farvi una risatina? Quando stava per uscire un bestseller annunciato, la Signora Proprietaria sdegnosa diceva alle sue sottoposte “no, Commessa, ne ordiniamo solo un paio (sottinteso, che a me quella roba plebea non garba)”, così che se uno passava di lì a cercare il nuovo di Sophie Kinsella, e non era il primo o il secondo a farlo, usciva e lo andava a compare alla Grande Catena lì accanto. Bella mossa, vero? Ora la PSL ha chiuso i battenti. Per infliggere il colpo mortale e chiedere il conto salatissimo di dieci-quindici anni di errori è bastata la concorrenza di un bruttissimo punto vendita. Bruttissimo perché i punti vendita della Grande Catena, quando di proprietà diretta della Catena stessa, sono ottimi: nelle grandi città come Roma o Milano ne ho visti di splendidi con gran dovizia di libri (pure stranieri), cd e dvd, e personale preparato. Nella mia città ha aperto invece un franchising che ha solo il marchio, e fa schifo: organizzato malissimo, allestito peggio, sembra il reparto libri di un supermercato.

Naturalmente questo episodio è fonte di sbroc a 360 gradi, perché la retorica della piccola libreria contro il grande colosso è un topos irrinunciabile di chi scambia l’estetica della cultura con la cultura, e quindi è meritevole di napalm.

C’è chi sostiene che sia un attentato alla cultura.
Chi sostiene che le Grandi Catene abbiano solo i best seller e le novità e trascurino il resto (il che è falso: nel punto vendita della Grande Catena c’erano molti più libri che nella PSL).
Chi si scaglia, più genericamente, contro le nuove generazioni che non comprano più libri o tempora o mores.
Chi dà la colpa a internet che ti permette di comprare tutto magari spendendo addirittura meno e senza avere a che fare con persone altezzose e sgradevoli.
Chi infine vede il tutto parte di un gigantesco disegno orchestrato dai banchieri per instupidire la gente col Grande Fratello e le scie chimiche.

Niente di tutto questo, coglioni. E’ solo che il meno adatto alla sopravvivenza ha ceduto. Tutto lì. L’unico dispiacere è che le mie amiche dovranno trovarsi un altro lavoro.

Un uomo di quarant’anni ha spedito il suo romanzo fantasy spacciandosi per quattordicenne cieca a vari editori. Un grande editore ha contattato l’autore, che lì per lì si è finto il padre della cieca, dimostrandosi interessato al talento della giovinetta. L’uomo comunque poi ha detto chiaro e tondo che l’ha scritto lui e non esiste nessuna figlia cieca, però se volevano pubblicare lo stesso il romanzo andava bene. La risposta è stata che insomma no ecco perché le prime pagine erano ganze, eh, poi però andando avanti non ci convince, no no, mi dispiace. Un film? No, tutto vero, c’è questo post qui che racconta tutto nei dettagli, con salace umorismo. Mette a nudo un meccanismo repellente alla base di tanta produzione “artistica” e “culturale”. E’ quel meccanismo che io chiamo Sindrome del Cieco di Merda, e tutto per merito di Andrea Bocelli, Annalisa Minetti (eh?) e tutti quei mutilati che hanno vinto Sanremo proprio in virtù dello status di mutilati, le conseguenti lacrimine e lacrimucce e certo se non li premiano i giudici sono proprio cattivi ecco. I mutilati ben si prestano ad uno sfruttamento intensivo, tra agiografie lacrimevoli, ospitate a 360 gradi, e qua e là e su e giù, oltre alle vendite di libri/dischi che possono contare sul megafono pubblicitario che esalta la mutilazione. Perché sia chiaro, quando ti sloghi la mascella perché stai ascoltando Songs In The Key Of Life mica pensi però mica male per un cieco, pensi che sia una roba termonucleare e Stevie Wonder un supergenio.

E così dopo la querelle su Urania e i suoi tagli, che ha avuto la sua sponda pure da queste parti, arriva, con garbo e umorismo, il fantastico caso di Amanda la ciechina, che con nomi e cognomi sarebbe stata una bomba in culo al mondo dell’editoria nostrana. Credo che questi episodi, in apparenza piccoli, siano molto più importanti delle cazzate di Bruno Vespa al Campiello, perché mettono a nudo tutta la meschinità di un mondo che si ritiene immune e se ci spari contro sei ovviamente un ignorante e non capisci un cazzo e vedrai pure invidioso perché non ti pubblicano niente. Eppure trattare il proprio pubblico da idioti non è indice di furbizia nè tantomeno di intelligenza. Quando tutti questi signori, fortemente critici della civiltà dell’apparire, si lamentano che la gente non legge e manca la cultura sbroc sbroc, dovrebbero innanzitutto definire cosa sia la cultura. Scommetto che, per loro, sarebbe culturissima se la gente comprasse un libro anche orrendo, purché pubblicato da loro, che può servirsi dell’effetto-Bocelli. Del resto ci sono editor di alto profilo che, con faccia culesca, difendono a spada tratta l’arte che hanno visto sgorgare copiosa dalla penna di Licia Troisi e Rossella Rasulo: perché NON dovrebbero sfregarsi le mani all’idea di pubblicare il fantasy di Amanda la ciechina?

Il caso Amanda resterà patrimonio dei lettori di fantastico, quindi popolo cultural-letterale già di serie b, così come Urania che taglia facendo la gnorri. Epppperò, questo universo del fantastico e dell’immaginazione, così bello e illuminante nei suoi momenti di gloria, è riuscito a illuminare pure nella miseria! Mica una cosa da poco. E ora, qualcosa di completamente diverso. Concerto dei Quireboys ieri sera a Viareggio. Bravi, bravissimi, in forma smagliante, divertimento a tutto bordone giù nel burrone. Eravamo in tre gatti in un locale che ne contiene due. Queste le considerazioni: 1) in queste circostanze rivedi quelle facce sparite di giro da secoli, i vecchi metallari con cui ti vedevi sempre al vecchio negozio metal locale vent’anni fa; 2) la gente preferisce starsene a casa a guardare Annozero piuttosto che un concerto di Spike & soci. O tempora…

Urania

Non credo di poter aggiungere molto, sull’epic fail di Urania (non Afrodite Urania, ma la storica testata fantascientifica di Mondadori) e dei suoi curatori. Iguana Jo, Elvezio e Scott hanno detto grosso modo tutto quello che c’era da dire, e l’hanno detto bene.

Per chi si fosse perso qualche puntata, recentemente i curatori di Urania hanno ammesso candidamente che i testi superiori alle 350 pagine vengono sfoltiti in sede di traduzione di un 15%, per questioni puramente economiche, cioè per offrire Urania a prezzo ancora basso, tanto poi voglio dire i tagli si fanno su passaggi non essenziali alla comprensione del libro, ok non vi s’era detto ma insomma se non vi va bene andatevene a fare in culo brutti pezzi di merda che alla fine si tagliuzzano storielle di ufi e omini verdi mica Balzac madonna cane, oh!


E’ sull’ultima frase, quella evidenziata, che mi soffermo. Perché dipinge in maniera in fondo squallida tutte queste persone che, ormai da tempo immemorabile, sono i nomi della fantascienza italiana. Quei curatori, traduttori, etc. cui ci siamo inevitabilmente affezionati nel corso degli anni, cui abbiamo sempre voluto bene quasi come fossero dei fratelli maggiori perché in fondo se non era per loro la fantascienza oggi col cazzo che avrebbe quel microscopico lumicino in edicola che ha. Quelli che, si diceva, “ci credevano”, stavano dietro alle uscite angloamericane e cercavano di pianificare una serie di uscite in edicola anno per anno, che meglio così che niente. Adesso viene fuori il taglio del 15% senza informare minimamente il lettore, che è scorretto. Ed è supercomico leggere la versione originale, leggere poi la traduzione mutilata, farlo notare a Lippi etc, e ricevere in risposta una piazzata isterica. Non diciamoci cazzate, un romanzo da un trattamento simile ne esce svilito, sabotato, sfumature e tocchi peculiari vengono mandati a fare in culo. Diecimila (credo) lettori italiani hanno probabilmente sottostimato il valore di un sacco di scrittori, e per anni, per via di questa pratica del cazzo, che fa di Urania un bluff e svela i suoi curatori per gente poco seria. Sono dell’idea che il rispetto lo si guadagna giorno per giorno, altrimenti si fa come quei metallari che continuano a difendere gli Iron Maiden perché diecimila anni fa hanno scritto The Number Of The Beast e quindi i loro dischi di oggi sono intoccabili.

Non so più che pensare, a questo punto, dei cariatidei Lippi, Catani e compagnia. Alla fine sono diventati noiosi vecchi tromboni. Anche loro col solito adagio, che volete che sia, fantascienza, sarà mica importante, no? E’ “di genere”, robetta, le cose serie sono altre, su… Eppure per anni sembravano loro quelli che combattevano, pur con toni mai sopra le righe, i pregiudizi sulla fs. Che tristezza che mi fanno. Preferisco a questo punto l’entusiasmo esplosivo del buon Ugo Malaguti, la sua dedizione, il suo atteggiamento quasi donchichottesco, almeno ma sincero e animato da conoscenza e amore autentici per la sf. Bene, anche se tanto mi conosco e so che comprerò tutti gli Urania che troverò interessanti. Probabilmente aumenterò gli acquisti in inglese, così potrò valutare in maniera più onesta e realistica la qualità dei libri integrali. I tagli del 15% non sono pratica estranea alla storia uraniana, anzi, sono i degni eredi delle dissennate sforbiciate di Fruttero, e delle gzippature dell’era Monicelli – queste ultime le più scusabili per le cause impedienti di allora.

Tzè, che volete che sia il 15% a nostro arbitrio, la fantascienza… Sarà. Io sono più che convinto che Jack Vance valga molto più di Herman Hesse, per dire.

Qui su Sei Un Idiota Ignorante, lo sapete, siamo veri e propri fari della cultura, anzi, della Cvltvra. E’ dunque con un pizzico di orgoglio e malcelata superbia, nonché una certa qual alterygia, che primi in Italia parliamo del nuovo libro di Sven Svensson, La bambina che pettinava i merli, in uscita a settembre per i tipi della Marziglio Editore. Ne parliamo per primi non così tanto per bullarci, o meglio, non solo. E’ che Gianni Melio Fulcro, direttore della Marziglio, ci ha contattati alla Mansion chiedendo la nostra collaborazione per il lancio in grande stile di un libro come questo, il thriller nordico definitivo che è la summa di quel movimento esploso con la famosissima Millennium Trilogy di Stieg Larsson, il testo finale che si fa carico di tutte le suggestioni e i tòpoi letterari del neo-noir del Grande Nord e li transfigura, li eleva, deflagrandone il potenziale che solo nelle migliori pagine degli altri autori si era intravisto – vuoi per imperizia o malizia, vuoi per la febbrile ansia dell’artigiano che prova a farsi artista e lascia ancora le pesanti scalpellate dello sbozzascalini sul suo pur pregevole David di Michelangelo, vuoi per una messa a fuoco non del tutto riuscita della materia monstrum affrontata. Svensson dribbla tutti questi problemi e si pone come Autore vero, autorevole, veramente. La bambina che pettinava i merli, naturalmente, non avrebbe avuto esiti tanto alti se non fosse stato l’ultimo capitolo della monumentale pentalogia iniziata con Il negro privo di gabbia toracica e proseguita con L’occhio del pescatore di Bergen, Il cammino ove incrociano i demoni e La termite che indicava Dio. Una pentalogia che qualcuno si è già affrettato a etichettare “Il Guerra e Pace degli anni ’10”, e forse a ragione. Vediamo la sinossi:

Amir Goran-Petrov ha una vita, apparentemente, felice. Pur essendo negro infatti è comunque svedese, figlio adottivo di una famiglia benestante e quindi abita in una confortevole casetta lontana dai quartieri popolari pieni di tossici, mutanti e in-bred. Un giorno, durante la fika delle 11.34, scorge un particolare stonato nel suo ufficio: in un angolo c’è una bambina che pettina amorevolmente un merlo. Amir prova a rivolgerle la parola, ma senza successo, perché la fika finisce e deve tornare al lavoro. Nessuno dei colleghi pare averla notata, né quel giorno né i successivi. In un’altra parte della città, Helga Cederlund è una donna a pezzi. Fa la babysitter per i figli di Sonja Lindberg, potentissima e volitiva donna politica lesbica che ha fatto quattro figli mediante inseminazione artificiale e ricopre la sua carica per merito personale, senza bisogno di quote rosa. Helga si sente un’inutile babysitter senza futuro visto che, se non cederà alle avances della sua datrice di lavoro, le verrà tolta la casa e sarà costretta a prostituirsi per comprare le ricariche del cellulare. Un giorno, in mezzo ai fratelli Lindberg, Helga nota una bambina mai vista prima: una bambina che pettina amorevolmente un merlo. E’ così che Helga e Amir incroceranno le loro strade, in una vicenda complessa ed emozionante destinata a ricomporre la struttura stessa dell’intero universo (o meglio, di Stoccolma).

Immagino che siate già pisciosi d’ansia per leggere questo capolavoro. Quasi quasi vi invidio perché io ormai l’ ho già letto. E invidio ancora di più chi si appresti a leggere l’intera pentalogia per la prima volta. Finalmente si tirano le fila del discorso, e considerate che gli eventi si dipanano in un arco temporale di circa cinquant’anni. Ritornano alcuni elementi fondanti, anzi, ne ritornano molti – dagli spietati industriali del Gruppo Ostrogoth, fondato anni prima dall’inquietante Verne Stromblad e il cui sinisto Progetto per l’Avanzamento dell’Uomo trova risonanza filigranica nelle vicende di tutti i personaggi coinvolti, al tenero Alex Malmstrom ormai ottantenne e malato di mente ma portatore di segreti importantissimi, passando per la Cuspide, l’organizzazione transnazionale che tiene le fila del discorso e assembra al suo interno esponenti di spicco presi da tutti gli ambiti che contanto (potere politico, militare, metalz). La scrittura di Svensson è, se possibile, ancora più sottile e raffinata di prima. Lui la chiama linearità trans-stilistica, termine eccentrico che in realtà sintetizza in maniera ottimale la sua teoria di “una prosa data dalla somma algebrica di tutti i registri stilistici ed emozionali, equamente dosati”. Solo un occhio superficiale e distratto potrebbe giudicare la prosa di Svensson pedante e piatta, come quella di un geometra del catasto di Fauglia. Prendiamo questo paragrafo:

“Jesper si alzò dal suo letto e, dopo aver sbadigliato ed essersi grattato la nuca con forza ma non troppo, si mise in piedi. Poi andò a fare colazione con i biscotti e la marmellata e il salmone che aveva comprato due giorni fa ma non era riuscito ancora a consumare per l’ansia da documentazione sul caso Ostrogoth. Quindi, dopo una doccia di circa venti minuti, perché gli piaceva stare sotto l’acqua calda, chiamò Helga. Si diedero appuntamento al Bar Sjoskefrund. Ora restava del tempo libero, che Jesper passò mettendo in ordine la sua collezione di aringhe, una delle migliori di Svezia, che gli aveva procurato pure una medaglia di bronzo alla Mostra Reale delle Collezioni di Aringhe.”

Soltanto un improvvido e ottuso potrebbe criticare banalmente questo brano come robetta grigia e amorfa. Eppure la teoria della somma algebrica stilistica ci permette di comprendere la ricchezza lessicale e sintattica di Svensson. Ogni frase definisce, dalla relazione con la precedente e la successiva, il registro stilistico con cui interpretarla. Quindi sommando le molteplicità stilistiche, queste ultime si annullano e lo stile diventa solo apparentemente banale, stupido e bolso. E ritenerlo tale testimonia banale e stupida bolsaggine di chi legge, gente che nemmeno dovrebbe tenere un libro in mano, basta, dio campanaccio, con queste persone di merda che non capiscono un cazzo, e porca troja, e la cultura dove finisce altrimenti, eh? Parlo a voi, sì, belle le mie testine di cazzo, c’è gente come Sven Svensson che scrive capolavori con la stessa facilità con cui si monta un mobile Ikea. Ma è ora di finirla, porca puttana, andate a fare in culo, continuate pure a non capire un cazzo di Qui e Ora sussunti nel dispiegarsi d’una trama complessa che dipinge l’affresco del declino dell’occidente pur all’interno delle mura della socialdemocrazia svedese, vai, continuate, che è già tanto se vivete a nord di Torre del Greco, dio rambaldo!

Domenica pomeriggio ero in libreria. Visto il clima allegro, visto che le commesse sono mie amiche da anni, visto che c’era un amico loro, ci s’é messi a discorrere. L’amico in questione ad un certo punto ha detto una cosa piuttosto interessante: solo negli ultimi tempi si era reso conto della qualità della prosa di uno scrittore. Aveva letto saggi e manuali tecnici tutta la vita, recentemente aveva iniziato a leggere narrativa, e così aveva fatto la mirabile scoperta e la differenza fra uno scrittore e l’altro, anche nel modo di scrittura. Ok. Questo mi ha fatto balzare alla mente due cose: che molte persone, durante la lettura, hanno una visione esclusivamente “orizzontale” di quel che leggono. Percepiscono un libro solo come trama da godere senza intralci, e il loro giudizio su di un libro si sintetizza quasi sempre in: “la trama è bellissima e parla di x, y e z che fanno a, b e c, e poi è scorrevolissimo e non ce la fai a smettere”. E’ una descrizione talmente elastica che, a parità di gradimento, può essere applicato a capolavori come a merde colossali, a Raymond Chandler come a Stephanie Meyer. E mette subito in chiaro una cosa: la non-consapevolezza di chi la pronuncia. Beninteso, non c’é niente di male. Ognuno dedica il proprio tempo a quel che vuole, e se dalla lettura vuole una storia che si legge velocemente e basta, che faccia pure – odio i pedagoghi indottrinanti. Detto questo, uno potrebbe pensar che comunque la critica potrebbe/dovrebbe fornire una mappa del territorio artistico con chiavi di lettura, interpretazioni, prospettive, con coraggio e (chi l’avrebbe mai detto) spirito critico. A questo punto entra in gioco un bel post elveziano sulla dissoluzione del concetto di critica nell’era internettara.

Chi li ascolta, oggi, i critici? Servono ancora, non capiscono un cazzo, ewwywa la demograzzia dell’interwebs? La realtà è molto più aggrovigliata di una risposta sì/no a queste domande. Preferisco partire con un po’ di pulizia e mettere subito alla porta tutta l’attività critica perniciosa, svolta da persone di questo tipo:

– l’ideologizzato: scandaglia l’opera per radiografare ideologicamente l’autore, da stroncare a sangue qualora incompatibile con la tessera di partito del critico stesso.
– l’amico degli amici:
fa parte di un network di varia estensione e non fa altro che promuovere gli amici degli amici, che a loro volta ricambieranno.
– il vecchio: ha un’idea ben precisa di come dev’essere un bel libro/disco/film, ed è sempre la stessa. I giudizi sono tanto più negativi quanto più l’opera in esame vi si allontana. Non cerca mai di capire l’intenzione dell’autore e il criterio di realizzazione, pretende che ogni autore si conformi al suo augusto ideale.
– il modaiolo: presentissimo in vetrine mediatiche di alto profilo, non fa che seguire le mode, complice un pubblico disattento e altrettanto modaiolo, desideroso di esibire l’estetica della cultura.

Facendo piazza pulita di queste quattro categorie, togliendo di mezzo l’accademia, in ogni caso importante per il confronto col passato e il c.d. status quo, resterebbe il vasto arcipelago degli autori di saggi, critici da rivista, e ultimamente internettari. Quelli che più spesso si rivolgono ad un pubblico consapevole, o desideroso di diventarlo. Qui da noi ormai si è sviluppata una dinamica perversa, quantomeno in ambito letterario: uno scrittore può contare su un certo numero di amici di amici che lo sostengono, e se è particolarmente fortunato pure qualche modaiolo in vista. Le voci critiche contrarie, che analizzano e argomentano seriamente, sono oggetto di minacce, insulti, sputi e calci (virtuali, per ora), quando non di querele. Lampante, prima che chiudesse il blog per motivi personali, il caso di Gamberetta. Lucida e tagliente nello stroncare tanto pessimo fantasy nostrano, ha deciso di mollarlo e dedicarsi esclusivamente alla roba straniera per gli assalti degli scrittori-troll invasati e dei loro fan.

La cosa assume toni davvero grotteschi perché alla fine si parla di guerriglie fra poveracci: le cifre da spartirsi sono bassissime, ben al di sotto delle diecimila copie per libri di genere e non molti di più per il mainstream (fermo restando che detesti queste categorie, ma è per capirsi). Gamberetta o Elvezio, che non sono neppure critici di mestiere e parlano solo dai loro blog, stroncano il libro XYZ di ABC? ABC e fan al seguito gli trollano il blog e sparano insulti alla persona, evitando accuratamente di rispondere nel merito. Un atteggiamento mafioso a dir poco. La torta, per quanto piccola, è stata spartita e i commensali difendono con le unghie e coi denti le loro fette. L’epurazione della figura dell’editor, la compiacenza di vari direttori editoriali e di testata nonché di grossi portali vari, e la formazioni di cosche ben coperte fanno il resto e creano un ambiente asfissiante dove ogni parola va, evidentemente, soppesata. Questa situazione ha prodotto un panorama occupato in alto dai Valerio Evangelisti, Paolo Giordano, Margaret Mazzantini, Licia Troisi e Wu Minghia vari, dai loro sodali e replicanti, dai vincitori del Premio Urania (ne voglio uno d’ufficio senza aver inviato niente, tanto ormai…), e saturato in basso dai libercoli degli editori a pagamento, dove si trova di tutto e di più. I bravi veri, che pure ci sono, mi paiono alle prese con un mare in tempesta pieno di mulini a vento. Mi piacerebbe molto sapere che ne pensano lui e lui, che metto fra i bravi. E pure i sempre vigili Iguana e Davide.

Vorrei concludere questo sconclusionato post con riflessioni più personali. In passato credo di essermi scagliato pure io contro i critici, anzi, Cvitici. Uso la parola “credo” perché mi riferisco al blogbs. E’ sempre stato un atteggiamento difensivo, il mio, dato dal fatto che troppo spesso il mondo della Cultura Ufficiale ha attaccato, per di più in maniera frettolosa, superficiale, poco documentata e scorretta, quello che mi piace. Fantascienza, metal, horror, punk… se già strappano un sorriso compiaciuto, presso gli ambientini dei salotti buoni, c’è già da stappare lo spumante. Questo paragrafo appena scritto è contraddittorio solo in apparenza. Perché dall’altro lato c’è il fandom, che accetta supinamente di tutto e lo difende a spada tratta non appena qualcuno che non è del giro muove qualche critica, anche sensata. L’invariabile risposta è tapparsi le orecchie e urlare “fantasy! fantasy! fantasy!” (o horror o sci-fi o noir o quel che vi pare). Roba da roncolate. E’ sempre stupido l’atteggiamento defender of the faith, perché bisogna innanzitutto comprendere il senso della critica. Che può essere giusta, sbagliata, una merda. Ma finché non la si capisce non si va da nessuna parte. A me piace molto leggere libri che trattano argomenti di mio interesse. Leggo molto di musica, visto che è una delle mie passioni principali – da ascoltatore. Tante volte mi è capitato di leggere boiate, e di dire “critici merda non capiscono cazzo sbroc sbroc”, ma allo stesso modo tengo come un tesoro la mia copia vecchia e putrida di Cos’è la Musica di Herbet Weinstock, che mi aprì un mondo quando ero in terza media. Ce ne fosse di gente come Gary Giddins o Lester Bangs. E potrei fare altri esempi. Di solito si tende a inveire contro chi contraddice le nostre convinzioni e ad esaltare chi le conferma, è umano. Sono convinto che si possa criticare tutto e che niente sia sacro, basta solo che l’argomentazione portata, condivisibile o meno, sia all’altezza, ed è questo che troppo spesso manca: un’argomentazione all’altezza, di quelle che possano in certi casi aprire orizzonti nuovi. Vedi quell’articolo in cui Whitney Balliet esalta Buddy Rich a scapito di Max Roach. Nei contenuti non sono affatto d’accordo, pur stimando molto Balliet. Tuttavia, è infallibilmente argomentato e cristallino nella sua logica, oltre che splendido come stile. Come definirlo, nell’insieme, se non un gran pezzo di giornalismo musicale?

Arrivo ora a me, e al mio hobby del giornalismo musicale. Nel mio piccolo, cominciai a scrivere di musica a fine anni ’90 per tre motivi: la musica mi piaceva, scrivere mi piaceva, e il livello degli articoli sulle riviste metal di quegli anni era sceso talmente in basso che mi sono detto, se questi caproni si beccano dischi e concerti gratis per scrivere simile merda priva di spirito critico, scritta da fan e per giunta in un italiano traballante, beh, allora anch’io. Altro esempio. Pur ascoltando jazz da molti anni, ho iniziato a scriverne solo recentemente e solo qui, perché prima avevo paura di scrivere cagate non all’altezza. Poi leggo tutte le immondizie che si scrivono sul jazz, su riviste specializzate come su giornali famosi e inserti culturali vari, e capisco che non c’è alcun motivo per trattenermi. E questo lo dico io che non conto un cazzo. Poi uno che se ne intende legge e mi incoraggia, mi propone addirittura di scrivere su una delle due riviste specializzate che ci sono qui in Italia… ringrazio e declino perché altrimenti non avrei più tempo per ascoltare musica per piacere e basta. Tuttavia il segnale è preoccupante: da un lato non emergono più critici, o se preferiti esploratori e cartografi dell’arte, validi, dall’altro anche se ci fossero non li si vuole più perché potrebbero sgranocchiare pezzi della piccola torta faticosamente conquistata. E la perdita è quella di un contributo intellettuale stimolante, se fatto bene. Voi vi divertite, a parlare col muro? Non ci credo!

Faccia? Piede?!?
Mi sa che era "face" e "heel" dioboja!

Anche se è molto che non scrivo di wrestling, adoro il wrestling, che in quanto fantastico sport-spettacolo è molto meglio dello sport che è palloso. Di conseguenza non potevo che andare a vedere "The Wrestler", film già pluripremiato, il trionfo di Mickey Rourke etc etc, lavrete letto già ovunque. La storia è piuttosto semplice: Rourke interpreta Randy "The Ram" Robinson, ex gloria del wrestling anni 80 (ovviamente, anche se non viene detto, si suppone in WWF/WWE) ormai in disgrazia. Lo vediamo in un arco della sua vita odierna, ventanni dopo la gloria: un cinquantenne solo, malandato e pieno di acciacchi che sbarca faticosamente il lunario alternando lavori modesti a incontri nel circuito indipendente. Una storia triste (la figura di Ram Robinson pare ricalcata su quelle di Jake "The Snake" Roberts e Scott Hall) che si prestava bene allepica trita, al solito melodramma con riscattone finale, è invece improntata al più crudo realismo. Ram è un fallito, dallinizio alla fine: lui sa solo lottare, e anche se i suoi giorni di gloria sono finiti da tempo e i soldi sputtanati, preferisce fare una vita di merda così piuttosto che ritirarsi del tutto dai ring. Questo lo ha portato a essere irrimediabilmente solo e patetico, al punto di non riuscire nemmeno a riconciliarsi con la figlia dopo un infarto (altro momento topico di un approccio più banale alla storia).

Le analisi filmiche serie le lascio a chi se ne intende più di me. Quello che voglio mettere in evidenza è unaltra cosa: scommetto che molti cvitici parleranno di un film che usa il mondo del wrestling, con le sue glorie e le sue miserie, come sfondo per raccontare la storia di un individuo disgraziato. Bene, sono cazzate che può dire solo chi del wrestling non sa una segona, perchè il wrestling pervade ogni singolo momento del film. Ram vive continuamente con la testa nel wrestling e nel ricordo nostalgico dei tempi doro (coincidenti coi massimi tempi doro del wrestling): solo assieme ai wrestler, giovani o vecchi, appare un minimo felice, ascolta metal anni 80, la sua canzone quando vince è "Metal Health" dei Quiet Riot e per tutto il disco si sentono un sacco di hit maggiori e minori del genere, gioca ad un vecchissimo videogame di wrestling sul suo paleozoico NES dove lui stesso è presente fra i personaggi, non riesce a tenersi nessun lavoro perché vuole il pubblico e il ring (emblematica la scena del supermercato), per poter sostenere il ritmo degli incontri e le continue lesioni si riempie di antidolorifici e anabolizzanti, è stordito e rincoglionito, ma meglio essere unombra del passato adorato dal pubblico di nicchia che mollare. A costo di rimanerci secco, o quasi, come linfarto che lo becca dopo un terribile incontro con Necro Butcher nella federazione hardcore CZW (una delle più sanguinarie del mondo). Il wrestling è sempre sullo sfondo, sempre sottinteso, se non è in primo piano: quando Ram incenerisce ogni possibilità di riavvicinamento con la figliola, è per gli stessi motivi per cui lei lha sempre odiato in passato (non spoilero) – ed è una cosa che viene lasciata intuire e basta. E via così, wrestling fino al midollo. Spero solo che non inizi ora unappropriazione indebita del wrestling da parte di tutti coloro che lhanno sempre schifato – cavallete di merda, non abbiamo bisogno di voi.

Un plauso finale al credibilissimo Mickey Rourke, e non solo per la prova recitativa, ma anche per quella atletica. Dando per scontato che le cose più rischiose, come la Ram Jam, le esegua una controfigura, moltissime scene di lotta le gira lui – sottoporsi ad un allenamento simile a 55 anni non è roba da tutti. Attendo numeroso il dvd.

Vedo che il buon Blumfeld tra laltro ha avuto impressioni simili alle mie, e ha pure notato lo stesso goffo errore di traduzione! <!– –>

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