Category: vecchiology


I Judas Priest sono uno dei miei gruppi della vita, da circa vent’anni. Chi mi conosce lo sa, chi non  mi conosce no, e tutti gli altri boh. L’altra sera sono andato a rivederli per la settima volta, se i conti tornano. L’ho fatto con gioja, ma con un filo di tristezza. Io mi scaglio sempre contro la gerontocrazia rockettara, tuttavia sono pienamente libero di contraddirmi e mandarvi a fare in culo con le vostre flebili proteste da finocchiacci. E quindi sì, sono andato. Questo tour è annunciato come l’ultimo, e li capisco: ormai sono vecchi e di stare in giro per un anno e mezzo o due a botta non ce la fanno più. Soprattutto Rob Halford, la cui voce ormai è un’ombra di quel che fu, non raccontiamoci minchiate, ed è ammirevole per come cerchi di tirar fuori qualcosa di decente e metter su uno spettacolo degno del biglietto con le corde vocali che gli restano. E poi il malgestitissimo Downing-gate, il pischello di rimpiazzo che ha fatto una bella figura e… ma qui divago.

Dicevo, dopo questo ultimo bel concerto scenograficamente magnifico, con una bella scaletta (Starbreaker, dio ape, m’hanno rispolverato Starbreaker!), una band super in palla e Halford che fa il possibile per arrivare alla fine delle due ore, riuscendoci quantomeno con dignità a differenza di quel pezzente di David Coverdale che ha suonato prima  ed è stato veramente penoso, ecco, ora basta. I Judas Priest non li voglio vedere più, perché non voglio vederli diventare marci e merdosi come David Coverdale, e voglio tenermi i ricordi belli e puliti. Anche se spero che davvero non facciano più tour e si limitino a qualche data isolata in condizioni particolari e magari un altro disco o due. Solo che l’esperienza insegna, mai dar credito ad un rocker, che è in media molto meno credibile di Shakira visto che ha molte più pretese.

Infine, una piccola nota di colore. Ho notato solo adesso un particolare che avrebbe resto ancora più “più” i Judas Priest, e cioè che è un vero peccato che non siano tutti palestrati e unti.

Sarebbero stati ancora più tamarri.
Di conseguenza ancora più virili.
Di conseguenza ancora più gay.
Di conseguenza ancora più metal.

L’unico modo in cui la band metal più metal della storia del metal poteva essere ancora più metal era questo, ma ormai è tardi, ci si deve accontentare.

Scena n.1.
Pausa pranzo al lavoro, nella settimana del Festival di Sanremo. La sera prima c’è stato il discorso di Benigni, che il qui presente non ha cagato di striscio. I discorsi, sommati insieme, vanno tutti verso questa direzione: che bella la cultura guarda Benigni che ci spiega la rava e la fava dell’Inno di Mameli e poi in Italia abbiamo fatto delle cose strafighe guarda qui le opere di Puccini e la Divina Commedia e il Botticelli e la Torre di Pisa oggi non si fa più un cazzo, ma anche nel resto del mondo eh, oddio lì si fanno delle costruzioni e delle robe che magari fra due o trecento anni saranno considerate opere d’arte chi lo sa.

Scena n.2
Pochi giorni dopo la scena n.1, cena a casa dei miei, c’erano pure amici loro. Un commensale, solitamente ostile a tutto ciò che è nazionalpopolare, mi fa ad un certo punto: l’hai visto Benigni l’altra sera? E io, no, non ho guardato Sanremo. E allora: eh, vedessi che spettacolo, ha fatto una lezione di storia e di cultura, la metrica dell’Inno di Mameli, una roba incredibile, e la celebrazione dell’Unità d’Italia, e me lo scarichi dall’interwebs che me lo riguardo?

Scena n.3
Più recentemente, Riccardo Muti protesta per i tagli ai teatri, che senza soldi non possono andare avanti. Riccardo Muti è un direttore di stampo conservatore, fa esclusivamente repertorio consolidato e la sua protesta (comunque condivisibile) trova immediata eco presso chiunque faccia fatica a distinguere la cultura con l’erudizione, il che non significa Muti stesso ovviamente, ma parecchi commensali che erano presenti alla scena n.2 sì.

Appendice A: sarebbe meglio che in tv ci fossero le ballerine che fanno il Lago dei Cigni al posto di Belen. Io leggo Kant/Sartre/Balzac prima di andare a dormire. Oppure lo leggerei. La musica è morta. La letteratura è morta. La morte è morta.

Appendice B: i protagonisti delle scene 1 e 2 sono tutti quanti professionisti laureati di età variabile dai 30 ai 70 e oltre. Nessuno di loro ha proferito le frasi dell’appendice A, ma ciascuno di loro potrebbe dirle con convinzione in qualsiasi momento.

Le tre scene, con relative appendici, sono statisticamente poco rappresentative di una tendenza nazionale. Però si accordano mirabilmente con una teoria che vado formulando da tempo: la mancanza di cultura in Italia, fra la gggggente, è tale per colpa della cultura stessa. Autogol, ma è proprio così. Fateci caso, il concetto di cultura, in Italia, comprende solo ed esclusivamente il consolidato: il classico, che te lo insegna la scuola, e ciò che al momento si ritiene culturale (oggi per es. Camilleri o Saviano). Basta. Indagare sui perché e sui percome di questo squallore non è facile, ma credo che gli indiziati siano in realtà pochi: secoli di cristian-cattolicesimo, ansia da distinzione, intellettuali che ci sguazzano, poche risorse.

E' Leanne Crowe, così non me lo chiedete nei commenti.

La cultura cattolica si innesta su un meccanismo altamente perverso avviato, credo, da Platone, almeno in occidente. Un meccanismo secondo cui il corpo e la fisicità sono ignoranza e dimonio, mentre la mente e l’anima sono sempre più vicini alla verità e a dio cane. E’ autolesionista, è demenziale, è stupido, è totalmente idiota nonché crudele: la nostra vita la viviamo nel corpo. Sospendiamo per un attimo l’incredulità e ammettiamo pure che ci sia dio, la vita dopo la morte etc etc. In ogni caso, la nostra vita terrena la viviamo nel corpo, tramite esso la cultura si crea e si fruisce… e lo dovremmo rinnegare, aborrire?!? In breve, l’orizzonte del piacere è bandito. Se l’esperienza estetica comporta del piacere, del “divertimento”, un condizionamento culturale vecchio di secoli e scemo come l’acqua ci obbliga ritenerlo qualcosa di deteriore, da mettere in secondo piano rispetto ad una Vera Arte fatta di ascesi e contemplazione e memento mori. Adorno, Horkeneimer e Benjamin hanno buttato, nel ‘900, ulteriore benzina sul fuoco: nella famosa era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte che diventa subito fruibile, capace di muovere un sacco di sterco del dimonio (= danaro) e quindi diventare merce come tutte le altre senza alcunché di Sacro, il prodotto culturale per essere tale deve… tradurre il memento mori in termini laici! Ovvero, se non riesce ad educare ed allargare le percezioni del fruitore (ovviamente stolto), né ad avere rilevanza sul piano sociale, a “diffondere consapevolezza”, allora è robaccia per ottundere le istanze rivoluzionarie. Per molti versi questi signori hanno fallito a capire quel che succedeva loro intorno.

L’ansia da distinzione moltiplica i danni. C’è chi ama distinguersi ostentando ville e macchinone, chi invece ostentando cultura. Tuttavia per ostentare cultura bisogna che la cultura sia riconoscibile da tutti come tale, altrimenti niente. E quindi i classici, almeno dalla scuola dell’obbligo, sono nomi che hanno effetto sicuro, mentre gli esponenti della cultura à la page sono famosi e polarizzano il dialogo sulle posizioni sì/no, e quindi di nuovo li si può citare. Questo al di là del valore in sé: un autore può essere di moda in quel momento e a tutti gli effetti essere pure meritevole (non sto parlando di Paulo Coelho né di Michael Nyman, quindi, per tirare in ballo ex novità di moda). Le persone che ho citato nelle due scene, e i loro equivalenti sparsi per la penisola, hanno deferenza assoluta verso il Classico (che è sempre meglio, non siamo degni, siamo cacchette) e generale stima per il Di Moda (specie se in sintonia con le proprie convinzioni politiche), senza sapere assolutamente niente di tutto il resto. Allo stesso tempo si lamentano che una volta qui era tutta campagna ed è sparita la cultura assieme alle mezze stagioni. In realtà, non saprebbero riconoscere la cultura nemmeno se li investisse. Perché sono al massimo eruditi, ma mai realmente colti; hanno paura di esprimere giudizi che li possano mettere in cattiva luce, così provano dubbio o al limite condiscendenza per tutto ciò che non è ancora stato accuratamente tassonomizzato nel Museo, solo e unico certificatore dell’avvenuto ingresso nel mondo di una Cultura intesa come passato.

Sintomatico come nei più prestigiosi teatri nazionali (la Scala, la Fenice, l’Arena di Verona per es.) i cartelloni, anno dopo anno, siano sempre incentrati sul repertorio consolidato con poche, pochissime eccezioni. Non c’è alcun desiderio di provare ad uscire dal noto, e qui entrano in gioco pure le poche risorse: una spirale fatta di prezzi alti, la paura che un cartellone “rischioso” (= che vada oltre i tardoromantici) non richiami pubblico, la necessità di andarci per lo meno pari. Del resto molto pubblico ha un’irragionevole paura di non capirci un cazzo, perché memento mori. E quindi, se per caso scoprissero musica contemporanea E bella, con serenità e senza pungoli e lezioni da parte di dotti ed eruditi, penserebbero automaticamente che si tratta di roba di seconda scelta che insomma mica può competere col Museo, eddiocane.

L’abisso che c’è con gli Stati Uniti, da questo punto di vista, è pauroso, basta vedere figure come Michael Tilson Thomas o John Axelrod, o istituzioni come il Lincoln Center o la NWS. E senza figure e istituzioni simili (ci sono parecchie orchestre che commissionano opere nuove, laggiù), non c’è alcuna speranza per giovani compositori. Questo per tacere di come, alla resa dei conti, la musica non accademica sia ancora disprezzata: tante belle parole, ma il rock è sempre la robaccia per casinari e al massimo si salva ciò che più approssima il memento mori, tipo le tronfie palloserie dei Pink Floyd, mentre quello originale, creativo e riuscito MA casinoso no e no. E il jazz pure lui non se la passa tanto bene, può andare per spararsi pose, ma se non si è del giro viene difficilmente tollerato a meno che non faccia da sottofondo ad una degustazione di prodotti bio.

Gli intellettuali, che dovrebbero in teoria sondare e cartografare l’ignoto, fornire chiavi di lettura inedite e stimoli interessanti, fanno l’esatto contrario e sono ormai perfettamente integrati nello sterile dibattito mongoloidico di sopra, forse perché consente di campare più facilmente reiterando a livello mediatico le chiacchiere di tutti noi giù al bar (o sul blog). Il loro ruolo è ormai diventato quello della reazione più ottusa, visto che sembrano tutti ormai pronti a giurare pasolinianamente che il mondo antico era una figata e ormai siamo schiavi della merda e dell’assenza di valori voluta dal mondo capitalista e sarebbe meglio tornare all’antico che c’avevamo pure l’Ariosto e Vivaldi e Leonardo Da Vinci e Giuseppe Verdi e gli altri no, tiè! Chiaro che, quando devono valutare produzioni artistiche nostrane, privilegeranno tutte quelle intrise di memento mori. Del resto, libri, film, musica italiana vanno tutte in quella direzione, perché il serpente si morde la coda dopo averci avvelenato i coglioni. Stando così le cose, intellettuali e colti assortiti non potevano che versare lagrime di gommozzzione per Benigni a Sanremo: Benigni, quello che recita Dante, che va a Sanremo, a discettare di testo e musica di quell’inno che fino a due secondi prima faceva venire la merda al culo a chiunque non fosse della Folgore!!1!! Questa è la cultura! Ewwywa!!1!!1!

Non vedo molte uscite da questo panorama desolante, visto che ci sono anche fin troppi feudi politicizzati da difendere. Esistono pugni di valorosi, ma sono casi fin troppo isolati. Vedi la programmazione del Teatro Manzoni di Milano per la sempre eccellente rassegna Aperitivo in Concerto, vedi musicisti di talento come Mauro Ottolini o Caterina Palazzi o Giovanni Falzone, vedi formazioni rock come gli Zeus!. Tuttavia finiscono per disperdersi nel mucchio, li conoscono solo gli appassionati, e nel caso arrivassero altrove si beccano il muro di diffidenza in quanto estranei al Museo. Lo stesso si potrebbe fare, credo, per qualsiasi altro ambito (tranne forse il cinema che è ai minimi storici mondiali).

Concludo con un tentativo andato a male. Due anni e mezzo fa fu organizzato un concerto al Senato. Un’occasione importante. Con un certo criterio e amor proprio, si sarebbe potuto commissionare un nuovo lavoro da presentare per l’occasione; non so, magari al Mauro Ottolini di cui sopra, che è in gamba e avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di interessante, o volendo il marchio d’autorevolezza a Ennio Morricone. Invece, come ben sappiamo, l’ha spuntata l’orrido Allevi. Fraggaboom!

Aggiunta successiva alla pubblicazione: il post che segue si basa sulle informazione reperite alle 9.30 di mattina del 15/03/2011, e non tiene conto ovviamente di come si sia evoluta la situazione dopo.

Due cosette da notare:

1) Un sacco di giapponesi ha perso tutto, e di che si parla? Nucleare sì, nucleare no, Abberlusconi sì, Abberlusconi no, energie verdi e slow food. Che bella umanità.

2) I numeri, questi sconosciuti. Perché davvero di gente in grado di trarre qualche conclusione dai dati non ce n’è, dio rumba, meglio l’isteria e prepararsi a vivere nel bunker perché dopo l’inevitabile catastrofe nucleare prossima ventura arriveranno i predoni stile Mad Max a portarci via le ultime riserve di Stracchino Nonno Nanni. No, davvero, ci vorrebbe un bel corso di andata in culo senza ritorno.

Mettiamo insieme questi dati:

55 reattori nucleari attivi in Giappone;

– 9,0 Richter (“Devastating in areas several thousand miles across.”);

– 3 reattori danneggiati nella centrale di Fukushima, uno dei quali ha subito danni alla struttura di contenimento causando un incidente di livello 4.

Ora, cosa dovrei trarre dal fatto che 1/55 dei reattori di una nazione colpita da un terremoto di 9,0 Richter ha causato un incidente nucleare di livello 4, che è pure nettamente inferiore al bilancio dei danni causati dal terremoto medesimo? Semplice.

Dovrei trarre la sicurezza del nucleare.


Non la rievocazione del fantasma di Chernobyl (centrale situata, lo ricordo, nel terzo mondo), non le cazzate della Merkel, non lo sbroc, che magari ci si potesse fare un motore, etc. Madonna jena, noi non abbiamo neppure il problema dei terremoti! E non solo: i giappi hanno subito due bombe atomiche, tuttavia questo non gli ha impedito di ricorrere con successo all’energia nucleare. E non risulta da nessuna parte che in Giappone crescano mutanti come funghi perché Hiroshima e Nagasaki e le centrali.

Naturalmente, per un resoconto serio e dettagliato di danni e controdanni e casini ci vorrà del tempo e finché non arrivano dati veri si resta tutti un po’ sulla speculazione fine a sè stessa. Tuttavia vedo che non si perde occasione di sbroccare e buttarla in politica prendendo la tangente dell’isteria. Che bello, eh? Sareste da nuclearizzare.

"Ho visto tutti i tuoi filmi!"

Una questione che da sempre mi rompe i coglioni è quella dei messaggi nei libri/film/cassonetti. Cioè mi fa proprio vorticare i coglioni a forza 11, anche e soprattutto se la questione viene affrontata da persone che ritengo stimevolissime e letture ancor più piacevoli oltre che frequenti – mi riferisco, nello specifico, ad Elvezio e a Davide, che in tempi recenti hanno posto indirettamente la domanda, rispondendo: quest’opera non va bene e puzza di capra marcia in quanto ideologicamente sospetta. Segue rumore di cristalleria in frantumi, ma in realtà mi s’è rotto qualcosa all’interno dello scroto. La storia è sempre la stessa: oh, questo è il libro X, è fatto così e cosà, ma però che bella morale e che bel messaggio di merda! Siamo sicuri che i giovani debbano leggerlo? E i bambini? Chi ci pensa ai bambini?

Io dico: chi stracazzo se ne frega, dio rospo. Quando valuto un’opera letteraria, ne soppeso pregi e difetti, chiaro, ma sempre valutandola in sé stessa: l’alchimia fra storia, tono, adeguatezza della scrittura, personaggi, svolgimento, in varie e diverse dosi, volta per volta. Ne uscirà un capolavoro, una merda o tutte le sfumature intermedie, è ovvio. E si può criticare, dibattere e argomentare all’infinito su questo, anzi, ci sono legioni di discussioni accademico-fanzinare su praticamente tutto. Trovo sommamente disdicevole, però, quando entra in gioco l’autopsia ideologica. Qui non ci siamo più. E’ vero che un autore non può separarsi al 100% da quel che scrive, chi dice il contrario mente o compila elenchi del telefono. Ma se anche ne traggo “messaggi” o “morali” che non condivido…

Perché trovo che l’importante sia la storia e la sua messa in pratica, non l’insegnamento che se ne possa trarre. Che si tratti di riflusso paranoico da assemblea studentesca anni ’70 o seria convinzione personale di alcuni, dal mio punto di vista è niente più che una stronzata colossale.

L’esempio classico fra i classici è la diatriba su Tolkien, le sue posizione politiche e ideologiche e quanto ne traspaia dal Signore Degli Anelli. Apro, già che ci sono, una parentesi su Tolkien: ci sono molto affezionato per via dell’enorme investimento emotivo fatto ai tempi (1987), con la scoperta de Lo Hobbit prima e del SDA, inevitabile, dopo (“C’è un seguito! Ganzissimo!”). Come dice Davide qui, si tratta sempre di un libro da leggere per via dell’impressionante lavoro di world building, di cui è una sorta di manuale – solo Frank Herbert è riuscito a pareggiare la poderosa creazione della Terra di Mezzo. O almeno, fra quelli che conosco. Da quel 1987 a oggi ho letto quei due libri più volte (dei vari Silmarillion, Racconti Ritrovati, Racconti Scalcagnati etc me ne frego perché sono pallosissimi e superflui). Ogni volta mi sono immerso nel mondo tolkieniano con immutato piacere. Ma al di là del valore affettivo ed effettivo, che considero molto alto, se dovessi portarmi un solo libro fantasy sull’isola deserta mi ci porterei qualcosa di R.E. Howard, Jack Vance o Fritz Leiber. Questo per mettere in chiaro che non sono un fanboyz.

Apriamo la sessione Q&A:

Tolkien è conservatore?
Ok, ma non me ne importa un cazzo.
Mancano figure femminile rilevanti mentre i maschi si riempiono di virili mazzate?
Francamente mi ci pulisco il culo.
Modello di società feudale basato sul sangue e la predestinazione dell’eroe?
1) Non è vero (v. Tolkien sì, Tolkien no);
2) Anche se fosse? E’ un libro, non un partito cui affidare le sorti del tuo paese, dio zoccolo!

Se vogliamo criticare ISDA, facciamolo sulla base del libro. Non su quanto si distanzi dalla nostra utopia preferita e, soprattutto, da quanti messaggi sbagliati invia.

Nel penultimo (ad oggi) post elveziano si parla di Harry Potter, di cui ho visto e gradito quattro film, ma di cui non ho letto ancora nulla. Se scorriamo i commenti, c’è pure lì la questione del messaggio e della morale e del cattivo insegnamento e di qui e di là e il ruolo femminile. La discussione in sé è divertente ma mi fa incazzare, perché al solito si arriva a parlare di libri ideologicamente sospetti, che mi sa di indice dei libri proibiti. Sarebbe interessante fare una statistica, fra qualche anno: quanti lettori di Harry Potter, una volta diventati adulti, picchiano la moglie e votano per i Nazisti dell’Illinois di turno? Sospetto la minoranza risibile di quelli che l’avrebbero fatto comunque.

La storia in breve: Burger King, dopo tante voci di corridoio, apre a Viareggio in passeggiata.
Reazione viareggina tipo: merda-cacca-schifo buuuu!
Reazione di quelli che cercano lavoro: oh, che bella notizia!
Reazione mia: alèèèèè!

Io sì, sono proprio contento. In ottica micragnosa perché i Big Whopper mi piacciono e l’idea di potermeli mangiare in un posto raggiungibile a piedi senza problemi è una figata. Più in generale perché Burger King spaccherà il culo ai merdosi locali della passeggiata, con gran sdegno delle comari viareggine, provinciali ottusi che non capiscono un cazzo e si meritano questa bella dose di randellate. Il motivo è semplice: Viareggio è una delle città dal più alto livello di ingiustificato autocompiacimento che ci siano. Forte della certezza di essere al centro dell’universo, che l’importante è il Carnevale e che c’abbiamo il meglio mare del mondo e che tutti gli altri se ne vadIno affanculo, forte del suo acqua rena e ‘gnoranza, il viareggino ha sempre pensato a farsi i cazzi suoi sostenendo col suo vicino di casa l’illusione di vivere nel posto migliore del mondo e se c’è qualcosa che non va è sempre colpa di qualcun altro. Per intendersi, il viareggino è quel tipo di persona che pratica la reductio ad Viareggium del pianeta e quindi se gli fate vedere foto dello skyline newyorkese vi dirà, senza scomporsi, “hmpf, sì,un po’ tipo Camaiore visto da Pedona…”

Tutta questa boria è, naturalmente, patetica. Viareggio, graziata da una natura estremamente favorevole, è stata per decenni una località turistica di un certo livello, capace di abbinare relax, arte, cultura etc etc. Da molti anni non è più così, e non certo oggi per colpa della crisi. Il paragone col resto della Versilia è piuttosto impietoso: Forte dei Marmi si è preso tutto il turismo chic (che già aveva in abbondanza) investendoci in maniera continuata e intelligente. Pietrasanta è cresciuta incredibilmente nell’offerta turistica, fra bei locali nel centro e iniziative culturali varie. Lido Di Camaiore, un tempo la Viareggio sfigata, ha visto una grandissima fioritura negli ultimi cinque anni, con un lungomare completamente rinnovato, nuovi parcheggi, un bel pontile etc. Torre Del Lago, da sempre considerato la merda della merda, ha incrementato notevolmente le proprie quotazioni grazie ai locali gay friendly prendendosi il turismo con velleità di trasgressione. Viareggio poteva differenziarsi per attirare il turismo normale, da ragazzi e famiglie, ma ha preferito l’harakiri, visto che  non offre niente a nessuno e contemporaneamente ha una popolazione di solipsisti convinti di essere perfetti e incriticabili. In questo hanno inciso giunte comunali penose, la corrente inclusa, tuttavia la necrosi è cominciata ben prima ed è particolarmente grave, perché si parla di un’endemica mentalità tourist-hostile in una località turistica. Viareggio, per quanto costa, non offre davvero un cazzo. Anzi, non vale un cazzo. Una città sporchissima, maltenuta, senza parcheggi, con locali di merda, pochissime o zero iniziative, con un livello di microcriminalità in crescita, vede sempre meno turisti, ed è normale; meno normale è la reazione tipica del viareggino che tanto a lui gl’importa una sega, anzi i turisti rompano i coglioni, ma verrà settembre, diobe’!

Burger King si inserisce in questa situazione con la grazia di un elefante in una cristalleria, e mi fa molto piacere. Sarà in passeggiata. La passeggiata di Viareggio è bella, ma è chiaramente tenuta di merda e meriterebbe molto di più. E’ anche un esempio pratico di quanto siamo mongoli, qui: anni fa fu commissionato un megaprogetto di ristrutturazione ad un famoso architetto, Richard Rogers. L’equipe di Rogers non ha certo lavorato gratis, tuttavia ha proposto una cosa molto moderna e interessante. Credete che sia andata in porto? Giammai! Meglio speculare su appartamenti, poi un inglese? Mai! Viareggio ai viareggini! Idioti solipsisti del cazzo.

Burger King dà fastidio (leggete questo delirante articolo) perché, di base, offre un servizio migliore di quello dei locali preesistenti. I bar, ristoranti e tavole calde della passeggiata danno roba di merda a prezzi esagerati, e spesso ti trattano a pesci in faccia e non hanno nemmeno molto spazio per sedersi. Ci vorrà ben poco per vedere torme di persone, il sabato e la domenica, sedute comodamente ai tavoli del Burger King che si mangiano il loro economico & saporito menu ordinato rapidamente e servito da personale che non si mette a sbuffare guardandoti storto solo perché sei un po’ indeciso o fai una domanda. Piangete pure, teste di cazzo, vi sta solo bene se sarete costretti a chiudere, un po’ come la Pyccola Lybreria.

Chiudo con una precisazione: nonostante tutte queste cose, tutto questo andare in malora voluto e cercato con stolida determinazione, tutto questo autolesionismo demenziale, a Viareggio ci si vive bene per diverse cose – clima, si gira ovunque a piedi etc etc. E poi la maggior parte delle persone care le ho lì. Quindi, nonostante lo sfogo e la rabbia che mi fa, ci resto, perché mi rendo conto di quanto sia comoda (e io per la comodità ho sempre un occhio di riguardo). Però te le leva dalle mani. E spero che almeno Burger King gliele dia, quelle ciaffate che si merita.

In questo post credo di ripetere, almeno in parte, roba già detta qualche mese fa, tuttavia siete sempre liberi di andarvene. A fare in culo, naturalmente.

Mettiamo che ora Abberlusconi si dimetta (sì, bonanotte). Mettiamo che Abberlusconi finisca il mandato e si ritiri nel 2013 (molto più probabile). Nel primo caso, se ne va in mezzo allo scandalo delle bbbottane, nel secondo fra altri due anni, dopo aver accumulato di sicuro altri puttan tour e bottanate varie. L’indignatometro nazionale sarà salito a livelli da delirio, in due anni. Pensate: gli italiani all’estero che si nascondono dietro ai cespugli perché altrimenti la gente gli dà indicazioni non richieste sui bordelli, oltre alle solite sulle pizzerie e le liuterie (per il mandolino, si capisce). E via. Non si sentono rappresentati. Mi pare che il sentirsi rappresentati da una persona rispettabile rispettosa ammodino sia la cosa che più interessa alla gente. Me ne sono accorto a cena, qualche tempo fa. E’ partita la salmodia antiberlusconiana in cui si è parlato dell’indecenza, della vergogna, dello schifo, il governo non è un bordello, che figurette. Un commensale diceva, con tono sconsolato, che la cosa più importante avvenuta durante la sua giovinezza è stato l’avvento abberlusconiano, e di come fosse un chiaro indice della mediocrità dei tempi. Testa di cazzo, negli stessi anni abbiamo vissuto la rivoluzione informatica che ha cambiato il mondo e ti preoccupi di questa caccola che è Abberlusconi?

Nessuno ha mai sollevato il punto che è un governo statico e inconcludente la cui unica strategia è un continuo gioco delle tre carte per confondere le acque un attimo e salvare il culo al suo capo, che non ha nessuna particolare visione a lungo termine (se non un discutibile starving the beast applicato all’università) per avviare faticosamente un processo di rinnovamento. Anzi, nemmeno di rinnovamento, basterebbe un minimo di movimento in qualche direzione. Schematicamente, negli ultimi 15 anni:

1) Abberlusconi, con Mani Pulite, perde i suoi referenti politici e non avendone trovati, evidentemente, di nuovi, ci va lui in prima persona; ne ha bisogno per continuare a fare i suoi affari e non finire processato. Comprendendo intimamente la natura di chi ha di fronte, cioè l’Italia e gli italiani, diventa il personaggio più rilevante dell’ultimo quindicennio.
2) I politici di opposizione, purtroppo, sono peggiori di lui. Sono sempre gli stessi che combattono sempre contro il solito avversario compiendo sempre gli stessi errori. Chi perde non governa. E continua a perdere consensi e fare figure barbine. La differenza fondamentale è tutta nella confezione, ma è la più importante al momento del voto: per banale e populista che sia, la linea di Abberlusconi è chiara e presenta un capo, di là no e non si sa cosa vogliono dire su qualsiasi argomento.
3) Non potendo farcela con le elezioni (tranne quel paio di vittorie da cui non hanno imparato niente – non imparano dagli errori e nemmeno dai successi), gli avversari ricorrono al gossip. Si forma un blocco magistratura-giornalismo scandalistico che viola il segreto istruttorio in maniera sistematica e utilizza il cittadino Abberlusconi per screditare il politico Abberlusconi agli occhi della popolazione, sperando che si dimetta. Da notare come il cittadino Abberlusconi ha una bella lista di processi a suo carico, e pure gravi. Processi che non vanno a termine, visto che la giustizia fa cagare. Tuttavia, il metodo utilizzato dalla task force di giornalisti e magistrati è a dir poco fascista. Strano, per gente che dice “attentato alla democrazia” quando Abberlusconi perde una querela che, da privato cittadino, è comunque liberissimo di fare.
4) In tutto questo casino, il paese è paralizzato sotto ogni aspetto. Al punto che l’unico tentativo di sbloccare qualcosa, in 15 anni, l’ha fatto Marchionne bypassando il governo e l’opposizione, che non si sono nemmeno degnati di far sapere la loro opinione. C’erano le puttane ad Arcore, sapete. Sulla mossa di Marchionne ho ancora le idee confuse e sospendo il giudizio fino a che non mi sono informato meglio. Posso solo dire che si tratta di una riposta ad un problema concreto. Magari è la risposta sbagliata, però è anche l’unica pervenuta.

Alla luce di tutto questo, immaginiamo lo scenario de-berlusconizzato, che sia quest’anno o nel 2013. Gli scandali su puttane e bunga bunga hanno mandato su di giri i moralisti. Molti si sono riscoperti moralisti solo di recente, per aggregarsi al coro. Tutte queste persone chiedono una cosa: un governo, e un rappresentante degli italiani, rispettabile. Uno che non fa battutacce, che non va a troie, che stia bene in foto assieme a Obama, che non tocchi il culo alla Merkel, che sia dignitoso, che trasudi impegno, dedizione, serietà e rigore. Che lavori e non si diverta un cazzo. Che abbia una famiglia e la rispetti, almeno quanto le istituzioni. Che abbia una dialettica fatta di impegno, rispetto, serietà e cazzabuboli simili. Magari andrà in Chiesa o sarà un ex volontario. Poi, che politica faccia, in realtà, non è molto importante – sarà comunque un centro-centro appena screziato di dx o sx. Non importa, basta rinormalizzare l’immagine. Moderazione, moderazione da gesuita. Una figura simile metterebbe d’accordo gli indignati d’Italia, la Chiesa e il MOIGE. Si ricomincerà a parlare con insistenza di buon esempio e di valori. A guardare con insofferenza e disapprovazione da Libro Cuore tutto ciò che abbia più sapore di un piatto di semolino sciocco accompagnato con un bicchiere di acqua Tesorino. Ritornerà, probabilmente, una grigia cultura da DC fatta di morigeratezza e buon esempio e altre stronzate simili, e il rappresentante pubblico “giusto” sarà quello più simile ad un precettore gesuita, pronto a bacchettare tutto ciò che possa essere “diseducativo”. Giochi a God Of War? Guardi Tarantino? Che è, non vorrai mica che torni Abberlusconi, vero? In mezzo a questa merda prossima ventura, anche se spero vivamente di sbagliarmi, la musica rock più marcia tornerebbe ad avere un che di corrosivo. Certo in maniera meno dirompente, ma insomma – se l’alternativa dev’essere l’accigliata Carmen Consoli e la riscoperta di Mina… E siate pronti a sfoderare il manuale di resistenza culturale per gli anni del MOIGE a venire:

La bussola per sopravvivere è tutta qui. Shout At The Devil. Un classico del metal intriso dello spirito più debosciato, incosciente, irresponsabile e sfrenato che ci sia. Dioniso incarnato. Lo so che Gino Castaldo e Ernesto Assante vi continuano a smerigliare i coglioni con la trasgressività dei Rolling Stones finché campano (sia loro che i Rolling Stones), ma basta non dargli retta. L’esaltazione totale e assoluta dei piaceri della marcitudine, che poi sono quelli normali che solo porcherie come il peccato originale e i dieci comandamenti riescono a mistificare, espressa attraverso una disco bomba che trasuda letteralmente di vita sconvolta, dissoluta, pericolosa e divertente. Quella che i nuovi demogristi inizieranno presto a denigrare qualora si manifesti in fenomeni di successo. Fanculo, merde. Stappiamo un alcolico peso per Vince, Mick, Nikki e Tommy: la resistenza culturale solo loro, non quei manfruiti dei Baustelle.

Oggi Facebook mi ha portato questo articolo. Si tratta di un appello scritto da Franco Mussida, chitarrista della PFM nonché titolare di una scuola di musica di ottima reputazione, per la salvaguardia di quella musica popolare dai grandi valori che oggi stenterebbe un bel po’. L’articolo contiene anche cose condivisibili, condite però da un forte senso di o tempora o mores!, e soprattutto denuncia l’assoluta e totale incomprensione di come sia cambiato il mondo (musicale e non) negli ultimi vent’anni. Ma proprio zero. Ho scritto qualche tempo fa un post sulla natura di questi cambiamenti, e non starò a riperli qui. Le considerazioni le facevo per il jazz, ma sono facilmente generalizzabili.

Mussida rileva giustamente che il mercato discografico è in supercrisi, che per arrivare in cima alla classifica basti ormai il freakazoide fresco di X Factor con duemila copie vendute nella prima settimana e successivo (nonché meritato) inabissamento, e che l’industria miope e attenta solo al profitto alla fine ha rotto tutto. Tutte cose vere, ma che dimostrano una prospettiva limitatissima e poco legata all’attualità – fare i nomi di Elton John, Sting e Peter Gabriel del resto non ti fa partire col piede giusto. Sostenere che gli ultimi scampoli di vitalità nella musica popolare li abbia dati Gabriel (comunque un grande musicista, eh) significa aver ignorato sistematicamente roba tipo Tool, Alice In Chains, Pantera, Rage Against The Machine, Massive Attack, DJ Shadow, Deftones, giusto per citare entità di grande successo artisticommerciale partita negli anni ’90 e ben nota pure da noi. Mussida sembra nostalgico dei grandi movimenti e delle rappresentazioni generazionali, ma è destinato a conficcarsi stalagmiti nel baugigi: non è più possibile. Le condizioni socioeconomiche sono troppo diverse e i costumi troppo cambiati. Se il rock ha inciso profondamente sull’evoluzione del costume e del sentire, oggi le spinte oltraggiose sono state completamente riassorbite. La linea che da Chuck Berry passa per Rolling Stones, Alice Cooper e New York Dolls fino a Rob Zombie e Marilyn Manson ormai si è interrotta per l’impossibilità di spingere i confini del rappresentabile ancora più in là senza perdere visibilità mainstream: oggi ci si scandalizza per finta di fronte agli oltraggi calcolatissimi di Lady GaGa (da queste parti apprezzatissima, a proposito, come ogni cosa spettacolare e divertente). L’ascolto si è frantumato in nicchie che nessuna forza può ricomporre, visto che gli interessi e gli stimoli di un singolo sono oggi moltissimi quando prima c’era la musica e basta.

Le case discografiche, major in primis, naturalmente sono colpevolissime: rivolta ogni attenzione alla massimizzazione del profitto per soddisfare gli azionisti, prive ormai di figure come Ahmet Ertegun, hanno scelto di non investire più a lungo termine sulle carriere ma di buttare subito via a calci con non fa il botto al primo disco. Continua così per dieci anni (diciamo dal ’95 al ’05), e vedi che succede, soprattutto in concomitanza con l’esplosione del p2p? Desertificazione, merda che straborda dalle classifiche, nessuno che compra più i dischi, mega investimenti pubblicitari ormai a perdere perché le vendite non li ripagano. E concerti, in proporzione, sempre più affollati, soprattutto in America dove la cultura della musica dal vivo è molto forte e molto sentita. E qui affiora tutta l’altra metà del cielo, la trasformazione che il mercato ha subito e che ha dato molto più potere e responsabilità al singolo musicista. Che ora può e deve innanzitutto maturare il più possibile, magari suonando live un casino, poi incidere e distribuirsi un cd ai concerti e via internet (v. il benemerito CdBaby), bypassando la distribuzione normale. Molti musicisti in America vanno avanti così, perché lì il mercato e la mentalità lo consentono. Questo porta ad una particolare sinergia fra artisti e pubblico, e quindi si formano le comunità (anche vastissime) di appassionati di musica e concerti, autosufficienti e indipendenti, estranee ed impermeabili alle mode, incuranti del successo usa e getta, capaci di proliferare al di fuori delle grosse etichette, le più colpite dalla crisi. Il modello di business musicale di cui i Grateful Dead furono indiscussi pionieri si è rivelato vincente. Mussida non sa niente di tutto questo, è evidente, perché in caso contrario cercherebbe di capire se e come una cosa del genere potrebbe prendere piede anche da noi. No, la sua conclusione è talmente allucinante che merita di essere riportata qui sotto in bella calligrafia:

“Le istituzioni dovrebbero metterci lo zampino, offrire ai ragazzi occasioni per sperimentare a prescindere dal mercato. Si dovrebbero incentivare i locali a riconvertirsi in luoghi per ascoltare e ascoltarsi. Mi riferisco ai salotti e agli assessorati che continuano a considerare la Musica popolare come sottocultura… E’ giusto continuare a puntare sui-mega concerti da centinaia di migliaia, da milioni di persone? Non sarebbe più sensato ripensare alla costruzione di un rapporto più «ravvicinato», ripartendo proprio dai piccoli locali delle nostre città? Se si affievolisce il valore della Musica popolare, che è poi quella più ascoltata, cantata, partecipata, rappresentata, si affievolisce il nostro «sentire comune», diventiamo tutti un po’ più deboli. Un po’ più soli.”

Oh certo, che gran soluzione, lo stato che interviene a favore di svantaggiati d’ogni tipo col pallino della musica. Come se non fosse bastata la catastrofica lezione del cinema. A Mussida consiglio di svegliarsi e guardare prima oltreoceano e poi farsi qualche domanda. E ancor prima, documentarsi su quanta bella musica ci sia in giro, di quella che in classifica magari non ci arriva, non incarna movimenti e ribellioni, ma spacca veramente il culo. Sting, Elton John, Peter Gabriel… bah, con questi presupposti si va poco avanti! E’ già tanto che non abbia parlato di Woodstock. E siccome si riesce solo a rimpiangere le Eldorado di turno, l’impasse durerà ancora a lungo, e continuerete a sentire cover band nei locali perché tanto al pubblico in media la musica nuova interessa poco, e il cane continua mordersi la coda pure se è un boxer.

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