Category: libri


Robe fighe in culo

Sia da leggere che da ascoltare, quindi potete abbinare le due cose e sentirvi moralmente e umanamente superiori ai vostri amici mongolitici che leggono Odifreddi ascoltando i Baustelle tirandosela, per questo, un fracco.


Motörhead – "Motörizer"

E uscito un nuovo disco dei Motörhead, e questo già dovrebbe essere abbastanza per rendere felyci & giuggioloni i più intelligenti di voi. Il disco in sè poi è davvero molto molto molto buono, anzi, è veramente una figata termonucleare e spacca, quindi non ci sono molte scuse – quella di Lemmy è la più grande e più rock delle band della storia del rock, negarlo è patetico, è uno sterile esercizio di coprofagia compulsiva che dovrebbe ingenerare ribrezzo negli astanti. Non accade, lo so, infatti è uno dei  motivi per cui a volte vorrei passare le città al lanciafiamme. Ma detto questo, diciamo altro. Si dice sempre che sentito un disco dei Motörhead li hai sentiti tutti. Non è del tutto falso, ma non è neanche così automaticamente vero. Perché sì, Lemmy è sempre rimasto fedele a ciò che lui stesso ha creato oltre trentanni fa: un punk/metal/blues ridotto allosso, tiratissimo, anfetamico ed eccitante al massimo, sporco, gravido di un sotterraneo spleen e profondamento cinico. Brutali, violenti, velocissimi e spietati, perfetti conoscitori del repertorio delle classiche forme del rocknroll originario che portano alle estreme conseguenze, i Motörhead sono incidentalmente pure grandissimi autori di grandissime canzoni. E qui casca lasino: perché ci sono le volte che sbagliano, e tirano fuori dischi di brutte canzoni (vedi "Iron Fist", "RocknRoll", "March Or Die", "Hammered"), e ci sono quelle che filano lisce lisce, nemmeno una canzone è meno che ottima e il disco ha pure una grande compattezza e coerenza di fondo. "Motörizer" è uno di questi casi, non possiamo quindi che essere felici e mandare a fare in culo tutti gli altri. Si può dire che Lemmy sia, in un certo senso letteralmente, un artista classico: ha un ideale forma di musica in testa e a quella si attiene, in un infinito processo di perfezionamento.


Lawrence Wright – "The Looming Tower"

Lawrence Wright è un giornalista americano che, nei giorni immediatamente successivi al fatidico attentato alle Torri Gemelle, si devesser chiesto come stracazzo di budello di koala sia potuto succedere tutto quel casino. Ma fin lì, niente di speciale, ce lo chiedevamo un po tutti. E che, poco dopo, Wright ha fatto molto di più: unindagine, durata cinque anni, in cui ha consultato un cazzigliaio di documenti e archivi e libri e ha condotto più di cinquecento interviste (in giro per Europa, USA e Arabistan) per arrivare a capire in profondità… tutto lambarandàn. E ci è riuscito, partendo dalla figura di Sayyd Qutb, il radicale intellettuale egiziano padre dellintegralismo islamico, passando per Al Zawahiri, ideologo e propugnatore del totalitarismo islamico, fondatore di al-Jihad e inizialmente desideroso di instaurare un governo islamista nel suo Egitto, arrivando poi alla figura di Osama bin Laden, ricchissimo figlio di un grande costruttore edile saudita, desideroso di stabilire una volta per tutto il governo di Allah arabistano unificato. La sinergia fra Al-Zawahiri, bin Laden e i Talebani porterà dove sappiamo, passando per lautobomba alle Twin Towers del 93, quelle alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 98 e la barcabomba che distrusse la nave da guerra Cole nello Yemen. Ma non cè solo lArabistan: ci sono anche gli errori commessi dagli apparati dellintelligence, FBI, CIA e NSA, così poco propensi fino ad allora a collaborare sia per orgoglio sia per burocrazia, cé la figura di John ONeill, capo del dipartimento newyorkese dellFBI che quasi da solo si preoccupava delle mosse di bin Laden, e varie altre cose. La conclusione cui arriva Wright è molto ragionevole: la tragedia, con ogni probabilità, si sarebbe potuta evitare se le agenzie di stato avessero collaborato fin da subito scambiandosi informazioni preziose. Il libro scorre bene, grazie ad una non comune qualità narrativa che tratteggia in maniera sapiente tutte queste grandi personalità: ne seguiamo levoluzione quasi come in un romanzo. Ci sono poi qualcosa come sessanta pagine di note e documentazione che riportano la fonte di ogni singola affermazione, ed una corposissima bibliografia. Ora, pochi cazzi: questo è il modo serio di lavorare. Indagine, verifica, elaborazione, pubblicazione e citazione delle fonti, per un quadro finale coerente e lucido. Lo stesso modo che i cialtroni complottisti non impiegheranno mai, perché non hanno sufficiente onestà intellettuale.

Lopera di Lawrence Wright esiste anche in italiano, si chiama "Le altissime torri" e lo pubblica Adelphi. Siccome costa 29 euri, io vi consiglio, nel caso non aveste problemi con linglese, a comprarlo su Play.com e risparmiarne 20.

Concludo tornando ai Motörhead e un estratto dallultimo disco: è la mia preferita, "The Thousand Names Of God", ed è pure in tema.

Walking forever is a long long time,
Destiny is just the same old line,
The war has come and we have let it come,
The war for the blood of the chosen one,

All you see is illusion,
And all you feel is mute confusion,

The war is never over,

No-one ever sees the black machine,
Youll never fill my shoes,
Out on the killing floor the eagle screams,
Bad man luck and bad man dreams.

No you cannot kill the time,
You will not have to choose,
And then youll have to pay your dues,
You dont care about the pain,
You will survive the day,
And speak the thousand names of God.

Outside the law is such a lonely place,
Running and hiding trying to change your face,
The war is come and we dont understand,
The war for the world and the future man,

All of your days are dying,
All of the doomsday birds are flying,

The war is never over,

Nobody ever wants to hear the truth,
To much like talking blame,
The way we are we are the living proof,
Bad news boogie and sunk in shame.

No you cannot kill the time,
You will not have to choose,
And then youll have to pay your dues,
You dont care about the pain,
You will survive the day,
And speak the thousand names of God.

Under the world is only dead and cold,
And you still think that you can save your soul,
The war is come and we have washed our hands,
Bathed in the blood of the fighting man,

All of your hearts are broken,
And all the magic words are spoken,

The war is never over,

Youll never walk out of this poison ground,
Youll never be the one,
Your head will never get to wear the crown,
No luck left when hope is gone.

No you cannot kill the time,
You will not have to choose,
And then youll have to pay your dues,
You dont care about the pain,
You will survive the day,
And speak the thousand names of God.
<!– –>

Ciao Jack

Lultimo sopravvissuto della fantascienza degli anni 30.
Anticipatore della svolta razionale imposta dalla ciurma di John Campbell Jr. nel decennio successivo.
Scrittore di talento.
Estrapolatore e immaginatore, e ancor più grande narratore.
Umanoidi, simbionti licantropici, legioni dello spazio e crisi energetiche (tra le altre cose).
Chissà che bello doveva essere assistere alle sue lezioni alluniversità.
E ha scritto ininterrottamente fino a 98 anni, sempre lucidissimo.
Se leggo sta roba (e dunque se sono un gran figo) è anche merito suo, visto quanto mi stregò "Gli Umanoidi" eoni fa.
Addio vecchio pioniere.
O meglio, ciao. Loblio è per le caccole, per i Coelho, non per Jack Williamson. <!– –>

Gesti che fanno bene al cuore

Ogni tanto lumanità viene presa da un moto di altruismo e benevolenza, e si lancia così in iniziative di grande respiro socioculturale che commuovono. Una delle più meritorie, naturalmente, è la nuova collana da edicola della Mondadori, Urania Grandi Saghe, che a cadenza sounasega ripubblicherà in volume tutte intere grandi saghe della fantascienza,  riportando alla luce (si spera) quelle perle di divina grandezza che mancano da troppo dai nostri scaffali disastrati – disastrati non nel senso inteso da quel mongoloide di Alessandro Baricco nella sua epopea di cretineria a puntate "I Barbari" (da leggere per farsi un paio di risate).
Come prima uscita viene ripescato lo splendido "Pianeta Tschai" dellimmenso Jack Vance. Per chi non lo conoscesse, Vance è abitualmente chiamato "lo stilista della fantascienza" e non nel senso che si potrebbe più ingenuamente pensare (ovvero, un autore dallo stile gratuitamente lezioso ed estetizzante, come  Ray Bradbury per esempio) – Vance è proprio "lo stilista" nel senso che inventa, in ogni suo romanzo, affascinanti ed esotiche ambientazioni, descritte via via in termini di  cultura, costumi, usi e vestiario. Le sue civiltà aliene, costruite come credibili frutti delladattamento di una popolazione a specifiche condizioni ambientali, sono sempre singolari e ricche di fascino, e (cosa molto importante) le loro caratteristiche si riflettono almeno in parte nella mentalità delle persone che a quella cultura stessa appartengono; non si tratta semplicemente di vacui affreschi di colore.
I protagonisti di Vance sono sempre "gli altri" che si trovano sbalzati in questi mondi sconosciuti, e i temi della differenza culturale, della comunicazione e del linguaggio sono presenti quasi sempre  – costituiscono il principale motivo di fascino della poetica di Vance, che adotta uno stile barocco e descrittivo, così attento alle sfumature, ai colori, agli odori dei suoi stravaganti pianeti.
"Tschai" è Vance al suo meglio: una maestosa epopea di astuzia e sopravvivenza, quella del terrestre Adam Reith che precipita sul pianeta Tschai, lacerato da guerre e conflitti, e della sua odissea per riuscire ad andarsene.
Jack Vance è una persona schiva, di lui non abbiamo mai saputo molto e ci sono in giro poche foto che lo ritraggono. E una figura ombrosa e uno scrittore eccezionale. Andate anche voi su Tschai, forza. <!– –>

Stanislaw Lem (1921-2006)

E adesso mi tocca salutare Stanislaw Lem, il grande scrittore polacco autore del celebre "Solaris" (da cui trassero il pesantissimo film omonimo) e di altre opere eccellenti come "Linvincibile", gli estrosi "Cyberiade" e "Il Congresso di Futurologia", e altra roba ancora. Superbo e originale narratore, spesso alle prese con etica, morale, religione e filosofia della scienza, figura polemica nei confronti dellambiente scientifico accademico quanto in quello della fantascienza stessa, Lem è uno dei più grandi autori europei dellultimo secolo. Il modo migliore per ricordarlo è rileggermi i suoi libri mi sa, e far sì che li possiate leggere anche voi. Se non siete minchioni (ma tanto lo siete), andate in libreria e vi cercate quei titoli che non ho messo proprio per caso.
Ciao Stan.

(devo aggiornare il post, ho saputo unaltra cosa triste)

Pete Wells

Se ne va pure Pete Wells, storica chitarra degli australiani Rose Tattoo. "Nice boys dont play rocknroll" era un motto dei Rose Tattoo, e certo che loro "nice boys" non lo erano proprio. E avevano assai ragione (vero, Julian Casablancas?). Il loro sound scorbutico e martellante era naturalmente avvicinabile a quello dei celeberrimi e mitologici conterranei AC/DC, di cui parevano una versione ancora più essenziale e bruta. Caratteristica la voce aspra e perforante del tatuatissimo piccoletto Angry Anderson (molto noto in patria per il forte impegno sociale, tra laltro  – ma non come certi cialtroni irlandesi, non equivocate) e la chitarra slide di Wells, che conferiva al sound del gruppo un amabile sapore di southern rock. Insomma, un po come la riduzione ai minimi termini di AC/DC e Lynyrd Skynyrd, successivamente moltiplicata per il massimo coefficiente di rumore possibile. Che è come dire "ganzi a bestia". Wells era un tipo riservato – non si sa nemmeno esattamente quanti anni avesse…
Cercate "Assault and Battery" che è meglio, va. <!– –>

Altro round, altro requiem

Non avevo riportato la notizia laltro giorno, ma…
Octavia Butler è morta. Porca merda, fa sempre dispiacere quando uno scrittore di fantascienza se ne va. Forse sarei dispiaciuto anche per un sopravvalutato minchione come William Gibson, perchè in fondo è uno del giro. Però ora parlo di Octavia, scomparsa a soli 58 anni per un ictus lo scorso venticinque febbraio. Le donne che scrivono fantascienza sono poche, infatti mi vengono in mente pochi altri nomi, lovvia Leigh Brackett, Pat Cadigan, Ursula K. LeGuin e Nalo Hopkinson. Octavia Butler era una grande spiazzatrice, di quelli che rivoltavano le prospettive in maniera sorprendente in libri forti come "Incidente Nel Deserto". Una donnona alta e imponente (oltre il metro e ottanta, pare), di umili natali, lesbica, scrittrice, insegnante di università in California, la Butler amava la libertà concessa dalla fantascienza per poter esplorare lumanità, la razza, la povertà, il sesso – era, insomma, una figura di tutto rispetto. E stata anche la prima scrittrice di fantascienza a vincere un premio per meriti speciali nel miglioramento delle condizioni umane, il McArthur Foundation Grant. Da noi non è mai stata molto conosciuta, ma scartabellate ora sulle bancarelle degli Urania… una copia di "Incidente Nel Deserto" dovreste trovarla senza grossa fatica.
Un altro pezzo di sf che se va. <!– –>

ODE ALLA MONTAGNA

Uno dei punti di forza principali dellepopea di George R. R. Martin è il gran numero di personaggi che laffollano. Ci sono quelli con maggior prominenza, ovvero quelli il cui punto di vista guida i vari capitoli (fra questi, il migliore resta lamabile nano Tyrion Lannister, seguito da Danaerys, Arya Stark e Davos Seaworth), e quelli che pur non avendo simili privilegi riescono comunque a colpire a fondo il lettore (e qui chiamo in causa, su tutti, Sandor Clegane). Sia i personaggi narranti sia i personaggi di sfondo sono descritti con cura, soggetti a mutamenti e in definitiva intriganti – lintreccio delle loro vite in una movimentata, avvincente "soap opera fantasy" di crudo realismo e il tratteggio delle loro sensazioni di fronte agli avvenimenti (più che gli avvenimenti veri e propri) costituiscono il perno della poderosa narrativa dellautore americano.
Fra i personaggi secondari, anzi, meno, ce nè uno che mi ha sempre colpito parecchio, uno che mi fa drizzare le orecchie ogni volta che se ne mormora il nome, uno che, sono sicuro, scatena la morbosa curiosità della maggior parte dei lettori: la Montagna Che Cavalca, Ser Gregor Clegane. Un monolitico pezzo di cattiveria purissima,  volendo vedere monodimensionale e  rientrante dello stereotipo del malvagio tutto dun pezzo senza possibilità (ma soprattutto, senza volontà nè necessità e il budello di su ma) di redenzione… eppure talmente ben presentato e caratterizzato nei suoi tratti essenziali da risultare memorabile.
Sono sempre stato attrattto dai cattivi. Limpalpabile Sauron, larrogante HHH, lavido Zio Paperone,  il mordacchione Dracula e  chi più ne ha più ne metta.  Non a caso, Christopher  Lee è uno dei miei attori preferiti in quanto grande interprete di cattivi, oltre che bravo. Alla galleria di questi cattivacci  aggiungo volentieri Gregor Clegane.
Martin ce lo presenta un poco alla volta: se ne sente parlare la prima volta per un torneo, sappiamo solo che è gigantesco (da lì il suo soprannome, "la Montagna Che Cavalca") e che fra lui e suo fratello minore Sandor cè un odio feroce. Mano a mano che la vicenda va avanti, dalle parole dei vari personaggi nelle circostanze più disparate emerge il ritratto di una figura inizialmente sinistra, che presto assume i connotati del mostro psicopatico assetato di sangue.

Ser Gregor Clegane a dodici anni (già alto un metro e novanta, e fortissimo) infilò la faccia del piccolo Sandor in un braciere acceso solo perchè aveva osato toccargli un giocattolo – da lì i rapporti non esattamente idilliaci fra i due.
Il padre dei due fratelli morì in circostanze misteriose durante una battuta di caccia, e una sorella Clegane sparì anchessa in circostanze poco chiare. E pure le due mogli sono morte misteriosamente.
Ser Gregor Clegane allassedio di Approdo del Re (quindici anni prima della vicenda narrata nei libri di Martin) macellò un bambino spiaccicandolo contro una parete, dopodichè ne stuprò e uccise la madre – per inciso, i due erano membri della famiglia reale e di nobile discendenza dorniana, la principessa Elia di Dorne e il figlioletto Aegon.
Ser Gregor Clegane è un uomo solitario, che vive nel suo tetro castello e si sposta solo per tornei o guerre. Pare che nemmeno i cani osino girare per il suo maniero.
Ser Gregor Clegane, come dicevo poco prima, è un mostro sanguinario. A lui interessa combattere, uccidere, distruggere. Quando Nonricordochi attraversa unarea piena di campi bruciati, case distrutte e mucchi di cadaveri orrendamente smembrati e mutilati, dice che la scena mostra il marchio inconfondibile di Clegane.
Ser Gregor Clegane è la belva numero uno di lord Tywin Lannister, signore del potentissimo casato dei Lannister nonchè fine stratega, grande uomo politico e colossale pezzo di merda (sì, anche lui è un mio eroe). Gregor comanda lavanguardia dellesercito dei Lannister, ed eccelle negli attacchi lampo, negli assedi e ovunque sia necessaria unazione tanto rapida quanto distruttiva, nonchè terribile dal punto di vista psicologico. Una lezione. Per esempio nel primo libro lord Tywin ha bisogno di dare una bella dimostrazione di forza, allinsorgere dei casini, e così non perde tempo: scatena Clegane sulla popolazione delle terre dei fiumi. Perchè quando cè Clegane di mezzo, tutti hanno paura: si sa che non è affatto tenero coi prigionieri (che tortura per diletto), tranne che con quelli preziosi. Si sa che ridurrà tutto in cenere e pile di morti. Si sa che non resterà più niente.
Ser Gregor Clegane, quando le cose per i Lannister si stanno definitivamente riassestando, scorrazza per il nord maciullando i traditori e disperdendo le ultime forze dopposizione. Prende limmensa fortezza di Harrenhall, dove si era stabilito laltrettanto spregevole mercenario Vargo Hoat a cui verranno tagliate mani e piedi per sadico divertimento.

Tutte queste notizie vengono disseminate qua e là in maniera quasi casuale e sempre indiretta, fra un dialogo e laltro. Ci si fa presto lidea che, ovunque si nomini la Montagna, sarà tutto tinto di morte, tortura e distruzione. E un modo molto intrigante di presentare una figura che, in mano ad uno scrittore meno abile, sarebbe stata una semplice e involontaria caricatura di cattivaccio stereotipato, uno che fa "Har! Har! Har! Quanto è bello mutilar!" e similia e che poi viene sconfitto dal personaggio di buon cuore. Raccogliendo tutte queste informazioni indirette, invece, sappiamo di Ser Gregor quel che sanno gli altri personaggi e niente di più – leffetto è garantito.
Sono veramente pochi i momenti in cui Ser Gregor Clegane è presente a tutti gli effetti. Uno è al torneo. Un altro è quando lord Tywin è in riunione coi suoi uomini e sta pianificando una tattica di guerra. Poi cè il fantasmagorico duello con Oberyn Martell, fratello della donna e zio del bambino che il gigante uccise barbaramente quindi anni prima.
Quanto è grosso, Clegane? Dalle descrizioni, è alto quasi due metri e mezzo e pesa "quasi trenta macigni, tutti di muscoli". Considerando che Big Show è alto due metri e diciannove, pesa 223 chili ed è anche parecchio sovrappeso, un colosso tutto muscoli  di quasi due metri e mezzo arriverà tranquillamente ai trecento e rotti. Il suo volto viene descritto una volta sola, quando lo vede Arya: pare scolpito nella pietra, quindi immagino sia di lineamenti forti e severi. Combatte con una pesantissima armatura, utilizzando con una mano sola una spada lunghissima che richiederebbe due mani di un uomo normale. La sua forza è tale da tagliare a metà un uomo con un singolo fendente. E un maniaco assassino, o poco ci manca: i suoi scoppi dira furibonda si placano solo col sangue – lo vediamo nel duello con Martell, quando trucida uno spettatore inavvertitamente, ma anche quando viene riportato laneddoto che una volta uccise un uomo perchè russava. Uno dei suoi.
Ser Gregor non ha amici, mi sa. Non credo nemmeno che gli interessino. La cosa più simile a degli amici sono i suoi tirapiedi preferiti, una decina scarsa di torturatori e aguzzini che costituiscono i suoi più fidati collaboratori.

Infine, val la pena di vedere il rapporto di Ser Gregor Clegane col suo signore, lord Tywin Lannister. Il vessillo dei Clegane rappresenta tre cani, i tre cani che salvarono a prezzo della vita il nonno di Tywin da una belva durante una battuta di caccia. Tytos Lannister ricompensò il signor Clegane, mastro dei canili di Castel Granito, con un titolo e delle terre.
Due generazioni dopo, Ser Gregor Clegane è il pugno corazzato di lord Tywin, il suo cane, la sua belva preferita. "Ogni signore ha bisogno di una belva", ricorda Tywin al figlio Tyrion. Quando pare necessario consegnare la testa di Clegane ai potentissimi dorniani, per via dellincrescioso incidente di quindici anni prima, Tywin è molto seccato: Ser Gregor ha servito i Lannister molto bene, nessuno come lui riesce a seminare la paura fra i nemici.
Ser Gregor è ubbidiente, come un cane a cui ogni tanto viene lanciato un succulento pezzo di carne sanguinolenta.  Con le smisurate spalle coperte dalla potenza dei Lannister, Gregor può dedicarsi alle sue passioni (guerra, saccheggio, ultraviolenza, strage) e restare impunito. E divertente notare come laltro figlio di Tywin, il bellissimo e arrogante Jaime, provi un certo disprezzo per uomini come Gregor Clegane e Amory Lorch (un altro massacratore, ma non altrettanto valido): li considera volgarissimi cani di cui non ha assolutamente bisogno.
Allo stato attuale della vicenda, Gregor Clegane è fra la vita e la morte, in seguito ad un grave avvelenamento. Lord Tywin è per forza di cose dispiaciuto di perdere il suo cane preferito. Nel duello col principe di Dorne Oberyn Martell, Gregor è stato avvelenato ma nel frattempo ha pure massacrato Oberyn stesso, cosa non certo gradita ai dorniani. A questo punto non cè scusante che regga, e dunque per evitare sia  di compromettere ulteriormente i rapporti col reame di Dorne, sia di esser messo di mezzo in quanto mano dietro alle efferatezze di Clegane (sebbene nel caso di Oberyn Martell, per una volta, Tywin non centri – anche se altri membri della famiglia dei Lannister sì), la Montagna deve essere giustiziata per fare da capro espiatorio.
Una bella rappresentazione del Potere, lintenzione (lord Tywin) e lattuazione (Ser Gregor).

Che dire. Ser Gregor Clegane è un modello di vita.
Chi non lo vorrebbe al seguito per scatenarlo al momento giusto?
"Ser Gregor, ti comando di passare a fil di spada il Parlamento!"
"Ser Gregor, ti comando di radere al suolo il Teatro Ariston di San Remo e di passare a fil di spada tutti i presenti!"
"Ser Gregor, distruggi la Telecom e non lasciare superstiti nè prigionieri."

Avrebbe un sacco di lavoro da fare. <!– –>

ANDATE IN EDICOLA

… e comprate questo meraviglioso libro di Robert A. Heinlein. Costa poco, ed è assolutamente meraviglioso. Bellissimo. Potente. Geniale.  Nel caso foste avvezzi alla lingua dAlbione, in realtà, la cosa migliore sarebbe di procurarselo in originale: per loccasione, Heinlein si inventò il dialetto parlato sulla Luna (un inglese imbastardito da forme sintattiche russe e di altre lingue, per riflettere la popolazione multiculturale lunare) con cui è narrata lintera vicenda. E purtroppo questo dialetto nella traduzione si perde, ne rimane poco.
Forza, siete ancora qui? Hmmm, copincollo una bella recensione dal Corriere:

Un piccolo eterogeneo gruppo di lunari guiderà la rivolta della colonia penale con l’aiuto del primo computer senziente della storia della fantascienza. Questa è la vicenda, ben nota, narrata in quella che è ritenuta la maggiore opera di Robert A. Heinlein, La luna è una severa maestra.

La storia della rivoluzione lunare del 2076 rivela uno studio della “Guerra per bande” di Ernesto “Che” Guevara: 1) le forze popolari possono vincere una guerra contro l’esercito. 2) non sempre si deve attendere che si producano tutte le condizioni favorevoli alla rivoluzione, il fuoco stesso dell’insurrezione può crearle.

 E se nel 1966 l’avventura degli insorti lunari poteva sembrare meno credibile a causa del fantascientifico, appunto, aiuto da parte di un computer, dobbiamo oggi ammettere che un bravo hacker con una buona attrezzatura potrebbe egregiamente sostituire Mike, il computer capo dell’Ente Lunare, nel ruolo di leader della rivolta.

Mike sta per Mycroft, il fratello di Sherlock, per via dell’acronimo H.O.L.M.E.S., High-Optional, Logical, Multi-Evaluating Supervisor, che purtroppo si perde in traduzione, nomignolo che gli viene dato da Manuel, suo programmatore e migliore amico, protagonista narrante della storia.

 Altro splendido personaggio è Prof, che forma con Manuel la “prima cellula” del movimento rivoluzionario, così credibile nell’esposizione delle sue idee di anarchico razionalista che l’editore italiano, pubblicando il libro nello stesso anno in cui uscì negli Stati Uniti, si sentì in dovere di epurare di un certo numero di pagine. I personaggi di Mike e Prof ci accompagnano in alcune commoventi pagine di poesia che rimarranno impresse nella nostra memoria.

Il romanzo, un inno alla libertà dell’individuo, mette in discussione molte regole societarie dettate dalla consuetudine. I Loonies, grandi lavoratori, estremamente formali nei rapporti interpersonali, con un estremo rispetto per le donne, accettano come unica regola quel che è visto come un dato di fatto, la responsabilità individuale: TANSTAAFL, “There Ain’t No Such Thing As A Free Lunch”, ben tradotto da Antonangelo Pinna come “Non si può mangiare al ristorante e non pagare il conto”. Sulla luna, la responsabilità individuale prevede tra l’altro la scelta del modello famigliare, argomento di estrema attualità ora che quasi tutte le nazioni europee stanno legalizzando forme di convivenza diverse dalla coppia: sul “Sasso”, la poliandria è diffusa a causa del numero delle donne deportate che è inferiore a quello degli uomini, e anche il matrimonio di clan (quello anticipato in Straniero in terra straniera) si rivela una buona idea in un mondo in cui l’unione e la collaborazione fanno sicuramente la forza. Ma la vera invenzione sociale di Heinlein in questo libro è il matrimonio in linea, in cui  il benessere emotivo e finanziario della famiglia è garantito dall’ingresso periodico di nuovi consorti più giovani.

Lo stile narrativo del romanzo è, come ci si aspetta da Heinlein, estremamente chiaro e veloce, e il ritmo è ben mantenuto nella traduzione italiana. Ciò che di importante si perde, tuttavia, è l’intraducibile linguaggio dei Loonies, narratore compreso, che non è inglese formale, ma un capolavoro di creatività linguistica, con sintassi, ortografia e vocabolario presi a prestito da diverse lingue terrestri, soprattutto quella russa; le espressioni formali sono in russo (e si ritrovano quasi tutte nella traduzione), in italiano nel testo originale i nomi politici dei due mondi: Luna e Terra. Il successo americano della Severa Maestra dipende anche dalla speculazione su questo inglese del futuro.

Un’analisi delle particolarità del testo potrebbe risultare lunga quasi quanto il libro stesso, ma vale sicuramente la pena di spendere qualche parola per descrivere i personaggi femminili: donne proprietarie di loro stesse, che si assumono le proprie responsabilità come tutti i lunari, che ricevono rispetto dai loro connazionali maschi. Questo non suonerà strano ai lettori più giovani, ma chi ricorda la condizione femminile com’era in epoca pre-femminista non potrà non riconoscere la lungimiranza di Heinlein nel presumere il futuro a riguardo. E di questo dobbiamo ringraziare Virginia, la sua terza moglie.

Una "chicca": ritroviamo un personaggio femminile di un precedente romanzo, ma in versione adolescente. Al lettore il compito di individuarlo.

Per la biografia di R.A.Heinlein, consultare http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_A._Heinlein

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EROI

Come vedete,  un secondo post dellotto dicembre non lho fatto. Lo faccio ora, il post necrologico che era mia intenzione fare, aggiungendoci pure qualcosina che francamente fa dispiacere. Tanto per iniziare, non scrivo certo per Gionlennon e la sua moglie vietnamita. Chi se ne frega, fanculo lui e quella lagna da hippy in ritardo che è "Imagine".


Lotto dicembre dello scorso anno fu ucciso a pistolate Dimebag Darrell, magnifica ex chitarra dei Pantera. Dime è stato uno dei chitarristi più influenti degli anni 90, e col suo gruppo ha ridisegnato limmagine e il suono del metal, diventandone il faro per le masse. I Pantera riportarono il metal a terra, ad un immagine di strada, semplice e rozza; la loro musica pescava da Judas Priest, Van Halen, Slayer, Exhorder, Anthrax, Metallica (con laggiunta in seguito del southern rock dei Lynyrd Skynyrd e di una malsana vena psichedelica), smontati e ricostruiti in brani brutali, iperelettrici, meno lanciati sul fronte della velocità e più centrati sul midtempo e sul "groove", quellintraducibile parola diabolica che indica il ritmo che prende il basso ventre e lo scuote – il tutto con una pressochè inedita fisicità brutale da gruppo hardcore punk. Terry Date mise a punto un suono frastornante e impenetrabile (ma sorprendentemente in grado di far respirare ogni singolo strumento) sul cui proscenio si ergevano lanimale Phil Anselmo e Dimebag (non che la sezione ritmica di Rex e Vinnie Paul non valesse, anzi, era altrettanto fondamentale). Il primo, col suo ruggito cavernoso (e una sorprendente versatilità vocale), la gestualità bestiale, il look da macho tatuato petto in fuori e dito medio alzato e una vita da balordo; il secondo con un muro di chitarra tagliente, geniali riff staccati che mescolavano disinvoltamente thrash metal e blues, e assoli cristallini che parevano uscire dalle mani di Eddie Van Halen e Kerry King (contemporaneamente). E la capacità di creare splendide partiture acustiche, alloccorrenza. E pure di avventurarsi in unoscura psichedelia palustre calata in uno sferragliare metallico di primordine. Ecco, a Dimebag gli onori.


E poi, ieri notte è morto il grande Robert Sheckley. Con lo scrittore newyorkese, emerso negli anni 50 sulle pagine di "Galaxy", la fantascienza prende una netta (e apparente) sterzata umoristica per riflettere, con risate di fondo amare, sullassurdità della condizione umana. Robot postini che fanno morire nelle sabbie mobili i destinatari delle lettere, perchè privi di penna per firmare; mogli acquistabili per corrispondenza che non sono quel che sembrano; vincite di viaggi per luniverso grazie a concorsi di cui non si sapeva lesistenza (nè, tantomeno, di avervi partecipato); viaggi swiftiani in universi balordi; e molto altro ancora. Cè chi ha fatto paralleli fra Sheckley e Woody Allen, in effetti il paragone ci sta: stesso milieu socioculturale, la borghesia ebraica newyorkese, stessa passione per lassurdo e il paradossale, stessa predilezione per personaggi inetti e scalcagnati. Molto belli suoi romanzi come "I Testimoni di Joenes", "Anonima Aldilà" o "Lo Strano Ritorno del Signor Carmody", ma dove il buon Robert dava il meglio di sè era nei racconti: brevi, fulminanti, inventivi, sarcastici. Dice di più un suo racconto di cinque pagine che un libro di Umberto Eco di seicento – pertanto se voleste conoscerlo buttatevi prima di tutto sulle antologie di racconti, in particolare la classica "Mai Toccato Da Mani Umane" che fu ristampata un paio danni fa sulla benemerita Urania Collezione. E se non avete voglia di affannarvi fra usato e bancherelle, cè sempre Amazon. Sheckley è morto in unospedale di Poughkeepsie (stato di New York), per un aneurisma, anche se era già stato parecchio male in precedenza nel corso di un viaggio in Russia. Aveva settantasette anni. Un altro mito che se ne va, e il mondo è un luogo più triste. <!– –>

Spade, troni ecc.

Cercando di dare una definizione esauriente di "letteratura fantasy", si potrebbe arrivare a questo, grosso modo:

*Letteratura avventurosa;
*Ambientata in mondi di livello socio-culturale paragonabili al nostro medioevo, intendendo con esso il periodo che va dallAlto Medioevo al Rinascimento;
*Dove mostri e magie esistono;
*Proliferata nei tardi anni sessanta e definitivamente negli anni settanta, come fenomeno imitativo dovuto allo spopolare de "Il Signore Degli Anelli" di Tolkien in ambiente studentesco e controculturale ai tempi della contestazione.

Ecco, parlando in questi termini, a me la letteratura fantasy fa profondamente schifo. Detesto quei tizi che riproducono ad libitum laspetto più esteriore dellopera tolkieniana in epopee seriali profondamente estetizzanti e vuote (principe indiscusso della categoria, Terry Brooks); non sopporto le nuancès filosofico-femministe da quattro soldi di Marion Zimmer Bradley e Julian May; ho i crampi per la prosa infiorettata, il mondo para-arthur-tolkienista e la melensaggine concettuale di David Eddings; le scorribande avventurose di Katherine Kerr sono invero soporifere; nessuno ha mai dato un sufficiente numero di nerbate a Margaret Weiss e Tracy Hickman, due imbecilli che sono partiti dallimmondizia "Le Cronache di Dragonlance" per poi andare a riempire gli scaffali di mezzo mondo con la peggior merda medievalmagica; e che dire degli interminabili polpettoni di Harry Turtledove? E la solfa potrebbe continuare ancora a lungo, sempre allinsegna di una letteratura definita "fantasy" in cui il principale assente è proprio la fantasia dato che questi libri sguazzano nella rifrittura delle solite tre o quattro idee avariate del cazzo.
Quanto enunciato lì sopra esclude ovviamente Tolkien medesimo, esclude il barbarico splendore di Robert Ervin Howard, esclude le picaresche storie di Fritz Leiber, lesotico, barocco Michael Moorcock, le opere fantasy del genio di Jack Vance e pochissimo altro.
Tutta questa premessa per dire che, avendo ingurgitato in passato molta fantasy ed essendo arrivato alla conclusione che si tratti di una colossale catasta di merda, sono molto sospettoso quando mi si consiglia un libro di fantasy  e ci vado molto cauto anche se il consiglio viene da amici estremamente affidabili in termini di senso critico. Bene, ho letto George R.R. Martin, "Il Trono di Spade", e ne sono rimasto colpito in senso positivo. La storia è un complesso intrigo di corte che si dipanerà per altri diciottomila volumi che leggerò di sicuro, perchè sono molti i punti a favore:

1)Una storia ciclopica, dal respiro davvero enorme, rappresentata a mosaico tramite i punti di vista di diversi personaggi molto ben delineati (quando si passa da uno allaltro, la differenza di prospettiva e punti di vista è tangibile e riuscita) – quasi un romanzo russo!
2)I personaggi, appunto, ben studiati e vincenti;
3)Niente lagne, niente elfi e magie, un approccio terra terra realistico e cruento;
4)Una non comune abilità a portare avanti tanti fili narrativi in parallelo con grande scioltezza. La curiosità di sapere come proseguono le singole vicende e come andranno a riunirsi fra di loro, linteresse che ti spinge a fare un sacco di ipotesi nellarco della lettura, le pieghe via via inaspettate che la vicenda prende… ecco, tutta roba notevolissima che il primo Terry mongoloide Brooks che passa di lì non è in grado di fare, pur con tutto il serio professionismo di cui è capace.
5)Una scrittura secca e incisiva, magari un po impersonale, ma perfetta per una narrazione che vive, appunto, di eventi, movimento, velocità, ritmo. Martin non cerca di ricreare un triviale romanticismo epico di serie z, utilizza piuttosto un registro realista e forte, con un certo gusto per il truculento e le zone dombra (morali e non).

Non mancano dei difetti, come dei nomi sinceramente orribili (ma qui forse sono io ad essere schifiltoso – no, è Martin a essere cialtrone, ecco) e luso di quelle similitudini e metafore "da romanzo fantasy" che odio tanto – tipo "come dita insanguinate su un teschio eburneo", "come lame dargento" e altre simili cazzate che andrebbero bandite dalla Convenzioe di Ginevra. Fatto sta che allo stato attuale Martin abbia vinto il mio scetticismo, e che io di conseguenza mi stia gettando molto volentieri nellimpresa di leggermi tutto il colossale ciclo del Trono di Spade. <!– –>

Ah, il relativismo…

In TV, poco tempo fa, ritrasmettevano un vecchio servizio: Pier Paolo Pasolini su una spiaggia che intervista giovani e giovanissimi sul divorzio, se è giusto che passi la legge ecc. ecc. Accanto alle risposte di chi era daccordo, cerano anche quelle di chi non lo era ed invariabilmente si riconducevano ad un tormentone: "perchè altrimenti uno può fare quel che gli pare."
A giugno abbiamo avuto un referendum, di fatto boicottato, che ha ottenuto la medesima superficiale risposta.
Abbiamo un tizio, Mela, Pera, come si chiama quel coglione insomma, che rifiuta i meticciati e i capricci personali scambiati per libertà.
Abbiamo Benedetto XVI che fin dallinizio ha messo in chiaro una cosa: linea dura contro il "relativismo" (che mi piace interpretare come "fare quel che si vuole, purchè nel farlo non si danneggino gli altri"). E giù applausi: vista la grande impennata di popolarità del Vaticano durante il passaggio di consegne fra i papi e con lo "scontro di civiltà" sullo sfondo, sono in molti ora a saltare sul carro del vincitore sperando di soddisfare ambizioni miserabili varie.
Buoni ultimi quei patetici cialtroni che recitano la parte della sinistra, che ora sventolano la carota dei PACS: i PACS fanno molto relativismo, ma si scontrano con la frangia più numerosa dItalia, quella che di fatto sta dietro al chiesame e quando cè da prendere decisioni su questi argomenti segue lorientamento cattolico come se fosse una legge naturale. Quindi, chi si attende di vedere i PACS nel caso di uneventuale vittoria di Ulivi, Margherite, Rape e verdure varie è un illuso: questi qui mirano alle poltrone, poltrone che non manterranno con lapprovazione di una cosa indigesta alla maggior parte del paese! Cè chi parla di potentissime "lobby gay" che tramano nellombra, quando invece mi paiono, purtroppo per loro, serbatoi di voti, ideologizzati e quindi manipolabili dallavvoltoio di turno.
Tutte queste discussioni ruotano intorno al concetto di "famiglia", di volta in volta offesa, minacciata, lacerata e chi più ne ha più ne metta. La famiglia che è la cellula base della nostra società, si dice. Ora, per noi tutti è inevitabile trovare normale il nostro concetto di unità familiare – padre, madre e figli. Ci siamo cresciuti noi, i nostri genitori, i nostri nonni e anche tutti i nostri amici, conoscenti, vicini di casa ecc. Questa è lunica forma familiare che si adatta come un guanto alla morale cattolica, ma è per forza di cose lunica e la migliore? Per puro spirito di contraddizione mi viene da dire di no. E del resto in passato ci sono e ci sono state società poligamiche, poliandriche e pure "multiple" (lo scrivo così in mancanza di termini più adatti) tipo certe tribù pellerossa: glielo spiega Joe Ratz che non va bene? Insomma, vorrei sapere cosa potrebbe succedere cambiando questo assetto, o meglio ampliandolo (modello occidentale tradizionale a cui si affiancano altri modelli). Il mondo sarebbe migliore o peggiore, o sarebbe solo una cosa relativa ai cazzi propri in casa propria, e al di fuori resterebbe tutto uguale? Per ora resta una domanda senza risposta, cè solo da dire che non mi va di condannare tutto come una vecchia scandalizzata o un Pera qualsiasi. Si parla di natura, di "giusto nucleo familiare", di prima cellula del nostro occidente cristiano, ma stringi stringi, è una convenzione.

Penso a un perfetto manuale di relativismo e penso a "Triton", ambizioso romanzo di Samuel Delany uscito nel 1976. E la storia di Bron Hellstrom, ex prostituto di Marte che si è trasferito su Tritone, satellite indipendente dalla Federazione Terrestre dallordinamento sociale del tutto autonomo e proprio. Su Tritone, ognuno è sovrano assoluto su sè stesso: una società basata sullemancipazione personale, sul raggiungimento della propria pienezza individuale, cosa resa possibile dal livello tecnologico e dalle condizioni socioeconomiche. Qualsiasi orientamento sessuale è ammesso senza problemi, è possibile cambiare orientamento o sesso per mezzo della chirurgia, è possibile abbracciare i più bizzarri culti religiosi (tipo i Biascicanti)… è possibile tutto, perchè ognuno ha piena facoltà di scegliere per sè stesso, e nessuna autorità esterna può permettersi di interferire. La famiglia non cè più: ci sono comuni, più o meno grandi, e libere. La vicenda di Bron è quella, fondamentalmente, del disadattato: viene dalla vecchia cultura maschilista e cozza con una civiltà diversa perchè non riesce a comprenderla, giustificandosi con una bella dose darroganza di fondo. Sullo sfondo, una guerra civile, meditazioni linguistiche, giochi di strategia si susseguono attraverso le vicende quotidiane dellantipatico protagonista, il tutto nella prosa ellittica, raffinata e barocca di Delany.

Ecco, giusto per contemplare le possibilità, a tanta gente farebbe bene leggerlo. E poi non capirci un cazzo, ok, ma almeno potrebbero dire di aver fatto uno sforzo dimmaginazione. <!– –>

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