Si parla spesso e volentieri di quanto faccia schifo il cinema italiano, di quanto sia strozzato fra clientele, inettitudine e due soli tipi di cinema, peraltro di merda: la commedia che non fa ridere o il pistolotto edificante. C’è naturalmente chi non ci sta, ma per questo suo schierarsi contro si trova ad affrontare una vita dura e difficile. Proprio come Paolo Stopponcelli, brillante regista di “cinema neopopulista” (definizione sua). Il suo scopo è quello di far rinascere un cinema italiano che sia di nuovo cinema, con produttori, maestranze e libertà artistica, capace di sfornare pellicole in grado innanzitutto di piacere al pubblico con storie e personaggi fatti come si deve, e di camminare economicamente con le sue gambe, senza dipendere da fondi statali e affiliazioni politiche per sopravvivere.

Paolo, parlaci di te. Come hai cominciato a fare il regista?
Innanzitutto ciao, sono Paolo Stopponcelli e ho 46 anni. Sono nato a Lompo, in provincia di Saragusa, ma mi sono trasferito a Roma per studiare e poi sono rimasto lì. Ho svolto un sacco di lavori nel mondo del cinema e della tv – sceneggiatore, carrellista, portavivande, mi sono occupato della logistica di vari set, importanti e indipendenti, e ad un certo punto ho capito una cosa: che qualora avessi voluto fare del cinema-cinema, qui in Italia, non ce l’avrei mai fatta. Perché fare le cose a modo mio, dire le cose che voglio io, non è possibile. Il rischio non è ammesso, il film deve rispettare quei due/tre filoni riconosciuti come accettabili, oppure in alternativa essere un progettino che serve solo ad intascare qualche fondo per la cultura, fondo di cui il 90% viene mangiato dalla sedicente produzione e col resto si fa una cagata. Quindi ho lavorato un bel po’ all’estero, nelle produzioni indipendenti in USA, UK, Germania e Giappone, e mi sono fatto le ossa e da zero, vedendo come si lavora sul serio e come si utilizzano le risorse in maniera intelligente. Tutto questo succedeva negli anni ’90. Poi, tornato in Italia, ho cercato di mettere a frutto quello che ho appreso.

E qui arriviamo alla tua produzione, per ora esigua e non facilissima da reperire. Ti cimenti soprattutto con il cinema d’azione, a tratti virato verso l’horror, a tratti verso il noir…
Credo che la produzione italiana degli anni ’70 vantasse grandi artigiani che poi o sono finiti male, vedi la parabola discendente di Dario Argento, o non hanno lasciato eredi, come Sergio Martino. Gente che sapeva mettere insieme storia, personaggi, manualità tecnica, e portare a casa un cinema di qualità, che per prima cosa raccontava una storia e trascinava. Certo, massimo rispetto poi per Don Siegel, Sam Peckinpah o William Friedkin, ma loro potevano vantare mezzi improponibili per gli italiani degli anni ’70. E io appunto mi ricollego a loro, che riuscì a fare cose interessanti lavorando intelligentemente con grossi limiti di budget e tecnologia, in “italianese”.

Il tuo ultimo film si intitola “Colpi di Lupara in Faccia ai Negri”. Come mai scegli titoli così forti?
E’ una cosa che ho imparato da Lina Wertmuller. I suoi film non li ho mai visti, sono l’inizio della svolta intellettuale e rompiballe che ha rotto, ma tutti sanno citare i titoli: “Travolti Da Un Insolito Destino…”, “Mimì Metallurgico…” eccetera eccetera. Si sono stampati nell’immaginario. Io ho deciso di fare la stessa cosa, aggiungendoci però tutta la mia verve che sarà pure politicamente scorretta, ma la gente s’è stufata del buonismo.

Non hai paura delle accuse di razzismo, inevitabili?
No. Io non sono razzista, pensa che mio nipote sta con una negra! Io non sono affatto razzista, però dobbiamo anche rinoscere il fatto che ci sono un sacco di negri che vengono qui e si danno al crimine. E se il cittadino chiede aiuto, si trova il politico di turno che gli dice “zitto, tu, razzista di merda!” Ho voluto creare quindi la storia di un poliziotto, Remo Guglielmi, che non ci sta. La sua città è preda della criminalità, con il boss Carmelo Cialamitaro a tirare le fila. Gugliemi, assieme ad una milizia di cittadini, farà a modo suo perché il sindaco e gli assessori, ovviamente di sinistra, lo fanno espellere dalla polizia dopo che secca un gruppo di negri che vendono D&G contraffatti sul sagrato della Chiesa. Guglielmi non è razzista, lo preciso, l’amico con cui si confida è il kebabbaro Abdul che sta sotto casa sua…

Perché dici “ovviamente di sinistra”?
Perché tutto questo politicamente corretto è una fissa loro. In realtà sono corrotti come tutti gli altri, ma hanno il piedistallino. Nel mio film, la giunta comunale è intrallazzata con la camorra, e preferisce che Gugliemi sia rapidamente eliminato dalla polizia – per far questo, alimenta anche una campagna stampa contro di lui. E tutto per aver impiombato dei negri! Potrebbe anche succedere, potrebbe… ci manca poco! Chi si sente offeso dalle mie parole è un negro, se lo lasci dire.

Nel tuo precedente film, “Shylock, Il Fottuto Mutante Giudeo Strozzino”, ti sei preso accuse di antisemitismo. Sembra tu lo faccia apposta!
Per quel film mi sono ispirato ad un film inchiesta tedesco degli anni ’40, “Süss l’ebreo”, in cui il personaggio di Süss fa appunto una serie di brutte cose e poi alla fine viene impiccato per tutto il malgoverno che ha fatto e si scopre che zac!, era ebreo! Come la mettiamo? Succede anche oggi, spesso e volentieri: una fa della malefatte, corrompe, magari si arricchisce di nascosto, o ha una fortuna inspiegabile, e guarda caso spesso salta fuori che è ebreo… Niente contro gli ebrei, ci mancherebbe, qualcuno di loro sarà anche una brava persona, però succede un po’ troppo spesso. Credo che la comunità internazionale dovrebbe porsi qualche domanda. Il mio film vuole solo sollevare degli interrogativi.

A parte che “Süss l’ebreo” è un film di propaganda nazista, ecco: dopo la seconda guerra mondiale, come si fa a fare un film del genere? Non è venuto in mente a NESSUNO dei suoi collaboratori?
Propaganda? Boh, a me pareva dicesse cose del tutto normali, che tutti sanno ma nessuno vuole dire perché poi arriva la Boldrini a dirti che non va bene e non si può. E che palle! I problemi ci sono stati, e pure molti, ma per fortuna abbiamo avuto l’appoggio di un donatore, che vuole restare anonimo. E’ pure un film neorealista, nel senso che nessun attore è professionista, sono venuti dei ragazzi da associazioni culturali come EvolaOggi, ThuleAbbestia e FreePalestina a lavorare sul set e a interpretare i ruoli. Li ringrazio, senza di loro avrei dovuto chiudere con “Shylock”. Quanto mi hanno aiutato i comunisti, eh? Neanche un centesimo! Che democratici, eh?

Al prossimo film con chi se la prenderà?
Io non me la prendo con nessuno! Nessuno, capito? Ma ci sono cose che la gente, quella normale, dice, e pensa, e non viene ascoltata. Sta a quelli come me dar voce alle loro domande, dandogli una qualche rappresentazione su schermo. E la gente è stufa di dover applaudire i negri o che altro cazzo di stronzo solo perché negri. Prendiamo Martin Luther King, no? “I Have A Dream”. Ok, bravo, però i sogni li facciamo tutti eh, non è che solo perché sei negro allora fare sogni è una cosa speciale per cui ricordarti. Per forza poi la gente s’incazza coi negri!

Ma… lo sa che “I Have A Dream” è solo l’inizio di un discorso lungo, l’incipit di un’idea, e che Martin Luther King per questa idea e questo sogno è morto?
Morto? Ma quando? Non fa l’attore?

Attore?

Sì, dai, quello negro che fa sempre il negro saggio, coi capelli bianchi, che fa Dio, per esempio, e poi l’aiutante di Batman.

Quello è Morgan Freeman!
Ah, io pensavo fosse Martin Luther King, ecco perché non lo trovavo. Volevo dargli una parte nel mio prossimo film, come capo di un’organizzazione terrorista che sfida l’Italia, ormai troppo fiacca per rispondere, così l’onere se lo prende il Vaticano mandandogli contro il suo esercito segreto di superuomini benedetti…

E come si chiamerà?
Non ho ancora deciso, pensavo “I Terroristi Attaccano, L’Italia Barcolla, Il Santo Padre Non Molla”.