Archive for luglio, 2013


Se c’è una cosa davvero strana, ai limiti dell’incomprensibile, è la smodata passione per i Queen che caratterizza moltissimi metallari italiani. I Queen sono un gruppo di enorme popolarità, uno dei più amati al mondo e quindi potrebbe essere lecito aspettarsi un alto numero di Queen-fan pure fra i kid di casa nostra. Eppure i Queen incarnano meglio di chiunque altro tutto ciò che i metallari solitamente detestano, cioè il gruppo più fumo che arrosto, ruffianissimo e sempre pronto a seguire le mode del momento. Sono fatti evidenti a chiunque non abbia occhi e orecchie foderate di biroldo e magari non faccia parte dell’isterico fandom della Regina, eppure molti metallari negano. Non solo: pur essendo solitamente fieri delle conquiste del metal (e a ragione), li vedrete spesso chinare la testa e genuflettersi di fronte alle filastrocche di Mercury e compagnia, che sono così belle che mamma mia (rima)! Del resto pure chi scrive, una volta, apprezzava un sacco i Queen, assieme ad altra robaccia come le produzioni anni ’80 di Sting, Elton John, Rod Stewart, Joe Cocker e altra merda analoga. Nell’estate della terza media (1990) mi prestarono una cassetta registrata dei Queen, con svariati hit degli anni ’80 più qualcosina dei ’70 (di sicuro “We Are The Champions”, “We Will Rock You” e “Bohemian Rhapsody”, forse “Somebody To Love” ma non ci giurerei). Wow, mi parevano davvero troppo superfighi, ma davvero una roba mai sentita. Poi l’anno successivo arriva il metal, e accade che qualsiasi band del nuovo genere appena scoperto suonasse, alle mie orecchie, molto meglio dei Queen, anche se inizialmente magari non me lo volevo ammettere. Poi muore Mercury, grande commozione, aumento smisurato del bimbaminkismo queeniano etc etc, io comunque alla fine avevo da stare dietro al metal, che mi piaceva davvero molto di più. E per forza, vuoi mettere “1916”, “Painkiller”, “Vulgar Display Of Power”, “Badmotorfinger”, “Pump”, “Reign In Blood”, “Somewhere In Time” o “Arise” con “Innuendo”? Durante gli anni non sono mai tornato sui miei passi, anzi, più aumentava la mia conoscenza del rock in generale più i Queen perdevano terreno. Qui però finisce l’excursus biografico-nostalgico, bisogna tornare sul pezzo.

Possiamo prendere la prima fase dei Queen, quella glam-hard, come la più genuina e interessante. Soprattutto in “II”, un album di rock epico ed eccessivo, come se Marc Bolan avesse deciso di suonare con gli Uriah Heep o viceversa, con in più lo spirito della farsa cabarettistica. In quell’album funzionava tutto: i Queen erano maestosi, ma non si prendevano sul serio – pur flirtando con l’orrenda piaga del rock sinfonico, ne tenevano a bada i peggiori eccessi… con l’eccesso di ridicolo. I loro marchi di fabbrica, cioè un certosino lavoro di sovraincisione in studio, essenziale per ottenere i famosi cori da operetta esplosivi come una sezione di fiati e la tediosa chitarra “sinfonica” di Brian May, una teatralità da music-hall che a volte deraglia nel montaggio di demenziali sketch sonori (come definire altrimenti “Ogre Battle”?) e arrangiamenti barocchi erano già ben presenti, l’ispirazione al picco. I dischi immediatamente successivi sono organizzati proprio come spettacoli di music-hall, ogni canzone è un “numero” differente in cui cambia lo stile ma non lo spirito: ritornelli orecchiabili come filastrocche o ninnenanee, cantati con tutti i vezzi di una Marie Loyd e gran dispiego di arrangiamenti elaborati. In questo senso va interpretato l’apparente eclettismo dei Queen: è come se avessero imparato diversi stili di musica da un’enciclopedia per usarli poi tipo attrezzi di scena. Oppure possiamo pensare ai Queen come ai cicisbei del rock, con tanto di parrucca, cipria e pomata, un fluente eloquio e in testa un sacco di nozioni apprese dal retrocopertina dei libri; quanto basta per intrattenere una dama con galanterie e buone maniere durante una serata mondana.
La barca regge fino a “A Day At The Races” compreso, sebbene ogni nuovo album mostri già un numero di riempitivi maggiore del precedente.  A partire da “News Of The World” comincia un processo di normalizzazione che appiattisce la band su un generico sound rock-pop, appena un po’ più affettato e magniloquente della media, in perfetta sincronia con l’estinzione del glam e la crisi dell’hard rock. Il music-hall (tratto distintivo e cifra stilistica originale dei Queen) viene sostituito da un eclettismo facilone e vanesio che si traduce in flirt col gospel (“Somebody To Love”), il r’n’r di Elvis (“Crazy Little Thing Called Love”), le atmosfere da crooner (“My Melancholy Blues”), il recupero dell’hard rock (“Sheer Heart Attack”), il funky (“Another One Bites The Dust”) e in un progressivo inserimento di synth e tastiere, nel vano tentativo di ritrovare l’ispirazione. Nel 1982 “Hot Space” tenta addirittura di saltare sul carrozzone della disco music con appena sei o sette anni di ritardo e a denti strettissimi pure i fan ammettono che non sia esattamente questa bellezza.
Nella seconda metà degli anni ’80 i Queen pubblicano album banalissimi e trascurabili, ma di enorme successo, allineati al pop deluxe del periodo. Solo il timbro di Mercury e il solito gusto melodrammatico li distinguono dal resto della musica da classifica: i Queen sono perfettamente a loro agio con Wham, Culture Club, Tears For Fears, Simply Red etc, tutti gruppi a cui si accodano in termini di suono, produzione e arrangiamento. Il percorso dei criticatissimi Metallica, al paragone, è lineare quanto quello di AC/DC o Iron Maiden. E dunque, come spiegare tutto l’affetto dei metallari italiani per una band che, numeri alla mano, dovrebbe incarnare ai loro occhi tutto ciò che odiano nel music biz? Ci viene in soccorso l’età, perché la Queen-sindrome colpisce soprattutto i metallari dai trentacinque anni in giù, soggiogati in età teenageriale dal mito post mortem di Freddie Mercury. Un grande cantante e showman nonché grandissimo edonista (e qui mi levo il cappello), desideroso di piacere e di intrattenere il suo pubblico che in cambio gli permetteva di fare una sacrosanta bella vita in fantastiche ville a South Kensington. Un nobile fine comprensibile e condivisibile, che però non dovrebbe redimere dozzine di canzoni orrende.
Bah, valli a capire i metalz.

(Post apparso, originariamente, qui. Lo riciclo per pigrizia e per linkare un blog metal diverso dal solito cui partecipo time permitting Frank Sinatra e chi coglie la citazione è un genio.)

Mediterranean Rim

Italia, futuro imprecisato. Compaiono dal niente (e, quindi, dal Molise) dei megamostroni che si mettono a spaccare tutto. E’ un casino. Bisogna fare qualcosa, dice. Nel tempo in cui i megamostroni devastano l’intera superficie dell’Abruzzo, le migliori teste pensanti del paese hanno una grande idea: costruire dei megarobottoni, proprio come nei cartoni animati che vedevano da piccoli, nei vecchi tempi ricchi di calore umano e ottimismo. Nel frattempo, i megamostroni hanno desertificato la Liguria. Comincia la saga degli appalti: della meccanica si occupa la FIAT, previa concessione di incentivi statali e di auto da rottamare provenienti dall’Europa dell’est, che vengono prontamente riciclate, ma questo si scoprirà solo in un libro di un giornalista nel sequel. Dell’elettronica invece si occupa una ditta che nessuno aveva mai sentito nominare, che però è intestata alla moglie del Ministro dell’Agricoltura, mentre il design viene affidato a Pininfarina. Nel frattempo, i megamostroni hanno trasformato Veneto ed Emilia-Romagna in un cumulo di scorie radioattive. Entrano ora in scena Salperio (Stefano Accorsi) e Agata (Alba Rohrwacher). Si sono conosciuti all’università, dove si sono laureati in scienze dei nuovi media con una tesi sui film di Godzilla come metafora dell’imperialismo occidentale. Poi hanno scelto di vivere insieme, di call center in call center. Dopo vent’anni, la loro unione è in crisi. Scoprono che il governo cerca dei piloti per il robottone che dovrà combattere contro i megamostroni (che nel frattempo hanno fatto sprofondare Toscana e Val D’Aosta), e quindi partecipano alle selezioni nella speranza di rinvivire il loro matrimonio. Passano le selezioni: il Cardinal Pinugliori, zio di Agata, ci mette una parolina buona col Ministro della Difesa, suo amico dai tempi del collegio. Nel frattempo, i megamostroni hanno fatta una tartara con la Sicilia. Cominciano gli appalti per il cantiere, la spunta la Ba.Gon.Ghi. SpA di Caloggero Cialamitaro (specializzata in villette a schiera fronte discarica abusiva), che doveva un favore al Senatore Canello per quella storia dello smaltimento dei farmaci scaduti. Nel frattempo, i megamostroni hanno arato l’intera superficie di Lazio e Campania. Su Facebook nasce il movimento “No ai Robottoni!!!”, che presidia da subito il cantiere con picchetti, manifestazioni, t-shirt, passamontagna, lanci di bombe-merda e raudi serpentoni, bloccando i lavori che continuano a ingurgitare danari. Nel frattempo, i megamostroni hanno preso la Puglia e l’hanno conficcata in verticale nel mezzo della Sardegna. Il cantiere del robottone si mimetizza perfettamente fra i mille edifici incompiuti e cantieri abbandonati che costellano la Salerno-Reggio Calabria, dunque non sorprenderà se ad un certo punto gli zingari cominciano a rubare i pezzi per estrarci il rame. Nel frattempo, i megamostroni giocano a tennis usando il Friuli come palla e Marche ed Umbria come racchette. Agata è convinta che comunque, se i megamostroni fanno così, è per qualche trauma nella loro terra d’origine; assieme a Salperio prepara una petizione su Facebook perché il Presidente del Consiglio faccia capire alla gente che se i megamostroni fanno il tiro al piattello con la Val D’Aosta tirandoci contro la Basilicata è tutta colpa nostra. Il film si conclude con l’approvazione di un disegno di legge: multa di cento euro a chi usi la parola “mostri” (e relative composizioni) per indicare le gigantesche creature che ora si dirigono altrove perché in Italia non è rimasto altro. Lagrime di commozione negli occhi di Alba Rorwacher, chè le Creature se ne sono andate senza che fosse necessario l’uso della violenza. Ora l’ha capito, scegliere di pilotare quel mostro di metallo ipercostoso era stato un errore. L’amore trionfa sempre sull’odio. Fine.

f35

A bombardare le abitazioni di tutti quelli che, negli ultimi cinque minuti, hanno pubblicato una lagrimevole petizione su Facebook invitandoti a partecipare, che manca poco!!!1!!! Oh, non so voi, a me scassano davvero troppo il culo ‘sti qui. E gli F35 sono belli, quindi spero ne comprino tanti già sono in ispregio ai rompicoglioni in giro per FB. Che palle. A margine, va detto che gli F35 sono una spesa che fai 1) per mandare in pensione diversi aerei obsoleti e sostituirli con una serie di mezzi nuovi di trinca ma in quantità inferiore, perché essendo multifunzione puoi usare gli stessi per la portaerei, per il bombardaggio aereo, per dissodare i campi etc. mentre prima c’era un aereo diverso per ogni funzione, con relativa moltiplicazione delle spese (carburanti, formazione dei piloti, armi, tennnnici etc etc), 2) perché è lecito presupporre di qui ai prossimi anni la formazione di un esercito europeo integrato capace di andare avanti da sè senza fare la zecca di quello americano. Anche questo è un aspetto della nuova era multipolare, e ogni polo deve avere il suo esercito, con buona pace di John Lennon che infatti è morto.

Qualora sul giornale leggiate di un violento omicidio al cinema dopo che uno spettatore aveva sbottato “ma che americanata!” con aria di sufficienza, ecco, sappiate che l’aggressore ero io. In tal caso continuerò a postare dal carcere, spero.

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