La Piccola Storica Libreria aveva quasi quarant’anni di storia sul groppone. Sita in un bell’edificio del lungomare, era LA libreria del lungomare medesimo, nonché appunto una delle più vecchie della città. Legioni su legioni di turisti, nei fine settimana, vi si fermavano. Diversi libri sono stati presentati, nei limiti concessi dall’angusto spazio, lì dentro. Molti l’hanno vista come un simbolo culturale cittadino (i maligni potrebbero dire che, data la vivacità e la ricchezza della cultura locale, pure i cassonetti potrebbero rivendicare lo stesso titolo). Più volte ho acquistato libri nella PSL, semplicemente perché comoda da raggiungere, e poi perché nei primi anni ’90 la libreria che avevo davanti casa cambiò gestione e diventò una cagata. Compravo alla PSL ma senza sviluppare alcun affetto per il posto: l’atteggiamento della proprietaria, indisponente, con quell’aria da Gran Sacerdotessa della Cultura di Staminchia, e la maleducata spocchia del commesso storico, me lo hanno sempre impedito. Da tempo i miei sentimenti riguardo alla PSL erano mutati, ma per un motivo ben preciso, cioè l’amicizia che mi lega alle due commesse che hanno lavorato lì negli ultimi… boh, tot anni, non ricordo bene. Se capitavo lì era semplicemente per loro, altrimenti che me ne fregava. Oltre ad essere mie amiche, le due erano le tipiche commesse che l’amante della piccola libreria si aspetta: gentili, capaci di consigliare il cliente, alla mano. L’esatto contrario della Signora Proprietaria, che da Oplita del Bene d.o.p. qual é, le ha sempre sfruttate e mal retribuite, approfittandosi di loro sin troppo. Ma qui si divaga.

E’ successo, solo un due-tre anni fa, che accanto alla PLS abbia aperto un punto vendita di una Grande Catena, in uno dei più begli e storici edifici della città. Una mossa non certo garbata né corretta, ne convengo, soprattutto da parte dell’amministrazione comunale. La Signora Proprietaria era pure inizialmente in trattativa per gestire tutto lei, poi è stata brutalmente scavalcata da altri dotati di canali privilegiati. Di questo, e del conseguente dimezzamento dell’incasso, certo non le si può fare alcuna colpa. Di tutto il resto, però, sì. La Signora Proprietaria ha investito per anni i soldi nella sua Casa Editrice (assurda, senza mercato, uno sfogo vanesio) sottraendoli alla libreria, che ha iniziato a cadere a pezzi. Quei soldi potevano essere impiegati per assumere regolarmente le commesse e per ristrutturare l’edificio, magari rimettere pure a nuovo il fatiscente piano superiore e il vecchio locale della caldaia. Credo che questi due punti fossero essenziali per la sopravvivenza. In seguito alla ristrutturazione la PSL avrebbe potuto programmare stagioni di incontri e presentazioni con tanto di aperitivi e robette sfiziosette, quelle cose dove la gente va per darsi un tono e far vedere che c’è stata – sapete, quelle stronzate che cementano i rapporti all’interno del giro culturalvelleitario locale, con tutte le conseguenze del caso. E poi, volete farvi una risatina? Quando stava per uscire un bestseller annunciato, la Signora Proprietaria sdegnosa diceva alle sue sottoposte “no, Commessa, ne ordiniamo solo un paio (sottinteso, che a me quella roba plebea non garba)”, così che se uno passava di lì a cercare il nuovo di Sophie Kinsella, e non era il primo o il secondo a farlo, usciva e lo andava a compare alla Grande Catena lì accanto. Bella mossa, vero? Ora la PSL ha chiuso i battenti. Per infliggere il colpo mortale e chiedere il conto salatissimo di dieci-quindici anni di errori è bastata la concorrenza di un bruttissimo punto vendita. Bruttissimo perché i punti vendita della Grande Catena, quando di proprietà diretta della Catena stessa, sono ottimi: nelle grandi città come Roma o Milano ne ho visti di splendidi con gran dovizia di libri (pure stranieri), cd e dvd, e personale preparato. Nella mia città ha aperto invece un franchising che ha solo il marchio, e fa schifo: organizzato malissimo, allestito peggio, sembra il reparto libri di un supermercato.

Naturalmente questo episodio è fonte di sbroc a 360 gradi, perché la retorica della piccola libreria contro il grande colosso è un topos irrinunciabile di chi scambia l’estetica della cultura con la cultura, e quindi è meritevole di napalm.

C’è chi sostiene che sia un attentato alla cultura.
Chi sostiene che le Grandi Catene abbiano solo i best seller e le novità e trascurino il resto (il che è falso: nel punto vendita della Grande Catena c’erano molti più libri che nella PSL).
Chi si scaglia, più genericamente, contro le nuove generazioni che non comprano più libri o tempora o mores.
Chi dà la colpa a internet che ti permette di comprare tutto magari spendendo addirittura meno e senza avere a che fare con persone altezzose e sgradevoli.
Chi infine vede il tutto parte di un gigantesco disegno orchestrato dai banchieri per instupidire la gente col Grande Fratello e le scie chimiche.

Niente di tutto questo, coglioni. E’ solo che il meno adatto alla sopravvivenza ha ceduto. Tutto lì. L’unico dispiacere è che le mie amiche dovranno trovarsi un altro lavoro.