Parlar male di uno come Sting, il tronfio bietolone che si affanna da secoli alla disperata ricerca di qualcosa che gli permetta di mondarsi dal suo passato di musicista rock e guadagnarsi un posto fra i “musicisti seri”, potrebbe sembrare inutile e gratuito, un atto di cattiveria, un po’ come investire una comitiva di tetraplegici con l’Hummer. Il problema è che investire i tetraplegici con l’Hummer è molto divertente, e quindi si può dedicare pure del tempo a sparare su Sting, no? Bene, Symphonicities è il terzo disco di fila pubblicato su Deutsche Grammophon, il che è sintomatico di quanto pure la DG sia in declino, messa all’angolo dalla prode Naxos. Voglio dire, l’etichetta più conservatrice che ci sia in ambito classico pubblica non uno, ma addirittura tre dischi di un musicista pop narciso ed inconsistente? Roba da scassarsi in due dalle risate. Comunque, dopo Songs From The Labyrinth, imbarazzata e stitichella rilettura di musiche di John Dowland degna dei Blackmore’s Night, dopo If On a Winter’s Night… a base melassa folk natalizia da pubblicità dell’Amaro Averna che scalda il cuore col gusto pieno della vita, Stingo passa ad un altro tipo di rilettura: classici dei Police in versione orchestrale. E già qui ci sarebbe da strangolarsi in sei dal ridere, visto che la musica dei Police è realmente poco adatta all’orchestra. Voglio dire, della new wave spigolosa, ritmata, pungente, dalle coloriture reggae e dagli spunti jazz & funk dei Police resta un tracciato melodico sfilacciato su una roboante tessitura orchestrale da due soldi – giusto i Baustelle possono fare di peggio. E dai, non si può. Tranne se ci si chiama Sting, e di conseguenza si crede che nuclearizzare le fondamenta ritmiche e timbriche di un brano rock, e ridurlo ad una brodaglia morbida con trini e merletti, da tenere a fianco del calendario di Frate Indovino, dei libri di Baricco e del dvd dei Tre Tenori, sia una buonissima idea.