La convergenza di alcuni discorsi in real-life, post su sblogbs (Yossarian, Ottagono) e l’appena passato 25 aprile mi spingono, or ora, a scrivere due o tre penserini laterali su un processo di sbroccotronia demenziale attorno alla ricorrenza della Liberazione, ridotta ormai a annuale casus belli fra contrapposte fazioni di teste di cazzo.

Iniziamo dall’inizio. Domenica 25 aprile a giro. Inevitabile imbattersi nel solito banchetto comiziante. Celebrazione della Restitenza, partigiani sempre, poster esplicativi e quant’altro, tutto regolare, tutto normale. A fianco, ventenni iscritti all’ANPI che strimpellano le lugubri note di Oh Bella Ciao. Striscioni di sostegno a Lula, Chavez o qualche altro coglione sudamericano. Striscioni antisionisti-ma-non-antisemiti in cui la complessa situazione israelopalestinese viene ridotta a Israele merda que viva Palestina. Contro ogni nazismo & fascismo & razzismo scritto lì accanto. Volantini. Ecco, tutto questo ammassarsi di roba mi sembra piuttosto incongruo, per non dire una camionata di merda; di più, un esempio del più classico revisionismo in chiave espiatoria, anticapitalista, antioccidentalista, sbrocchista e un filino cospirazionista che ha preso tanto piede ormai da una decina d’anni circa a questa parte, diciamo dopo il 9/11. In questa visione confusionaria si fa un danno alla memoria della Resistenza almeno quanto lo fanno gli sminuitori nostalgici del fascismo, quelli veri, i camerattttti ancora in giro iscritti a questo o quel partitucolo. Perché se prendiamo un fatto storico (la Resistenza e la fine della WW2), lo inseriamo a forza in una discorso politico attuale secondo categorie attuali, e ci estrapoliamo il cazzo che ci pare per corroborare le nostre tappezzerie ideologiche preferite, stiamo facendo pessima storia per spararci le pose.

Comincio dai partigiani ventenni dell’ANPI. Ok ragazzi, solidarietà e stima per quei vecchi eroici – per i Partigiani (con la “P” mica per niente). A quelle persone che di punto in bianco fecero una scelta di quelle davvero pesanti: prendere in mano le armi, sparare e uccidere, vivere  rintanati fra i monti come animali da preda, consapevoli di aver messo familiari e amici in pericolo di tortura e rappresaglia. Per di più, con un futuro davvero incerto di fronte. Sono stati davvero uomini incredibili perché hanno rischiato tutto senza sapere nulla – non erano soldati, potevano giusto conoscere il territorio (il che gli dava un notevole vantaggio nei confronti dei tedeschi, addestrati ed equipaggiati). Quando penso ai Partigiani penso soprattutto a persone che misero sul piatto della bilancia tutta la propria vita, e quella dei loro cari, per il riscatto morale di una nazione che entrò in una guerra scellerata seguendo una testa di cazzo di cialtrone mascelluto. Un cialtrone che purtroppo aveva squadracce di picchiatori pronti a gonfiare di manganellate qualunque pensiero eversivo. Sinceramente, come posso prendere sul serio i ventenni dell’ANPI che si bullano del loro antifascismo militante quando nessuna squadraccia di stato verrà mai a sbriciolarli di manganellate nè a condannarli a morte o a radergli al suolo la famiglia? No, sapete, perché i Partigiani quelli veri hanno corso questi rischi, i partigiani ventenni rischiano di fare a schiaffi coi mongoloidi di Forza Nuova, e sia gli uni che gli altri possono finire giustamente in galera per comportamenti violenti.

Strettamente collegato è il discorso alleati. Dal ’43 l’Italia era spezzata in due, zona repubblichina-tedesca e zona alleati, con operazioni guerrigliose varie. So anch’io che, in teoria, l’esito migliore del post-guerra sarebbe stata l’indipendenza, ma oggettivamente parlando era impossibile. Le operazioni di guerriglia dei Partigiani potevano infliggere danni, ma non certo sopraffare un esercito. Per questo aiutare la penetrazione degli alleati è stata la cosa giusta da fare per accelerare il crollo del fascismo e lo spazzaggio dei tedeschi. Poche storie a riguardo.  Se, come ho detto prima, i Partigiani rappresentarono il riscatto morale di una popolazione, l’Italia in sè era una nazione che aveva perso la guerra, visto che si era alleata con la parte sbagliata e aveva rimediato una sequela di ciambranate nel muso. I vincitori hanno dettato le condizioni e l’Italia ha avuto la fortuna di esser scelta dal lato atlantico della vicenda, perché nessuno di voi avrebbe voluto vivere come sono vissuti in Polonia, Ungheria e Jugoslavia, per dire. E non diciamo che non è vero, perché non è vero.

Finora ho spiegato l’acqua calda, ma che ci posso fare se mi trovo intorno discorsi infarciti di retorica e mongoloìdia per deformare il passato al fine di giustificare le proprie sbruffonerie ideologiche? Mi sono trovato a discorrere con gente secondo cui era meglio se avesse vinto la Germania, tanto il nazismo era incentrato su Hitler e morto lui le cose sarebbero cambiate e noi magari si sarebbe diventati indipendenti e comunque meglio sotto Hitler che gli americani capitalisti sbroc sbroc (parole proferite da amica sinistrona). Mi tocca osservare, fra le righe, dei selettivi processi di rimozione e selezione, per costruirsi l’album di figurine dei Colpevoli che più li aggradi ai fini del proprio fandom di appartenenza. Questo perché, partendo dal fatto che in guerra le atrocità le fanno tutti, vincitori e vinti sono uguali, no?

Antifascismo ewwywa il terrorismo faccio ammenda del mio occidentalismo. Bah, che retorica mongoloide nonché profondamente svilente e offensiva nei confronti di ciò che celebra in primis. Perché se nelle scuole ci si prendesse la briga di far capire la Costituzione, del perché è stata costruita a regola d’arte nell’immediato dopoguerra con tutti i meccanismi necessari per disinnescare all’origine ogni focolaio di regime, e di mettere nei programmi di lettura un qualunque buon libro sulla Resistenza e i Partigiani, credo ci sarebbe un po’ meno sbroccotronia in giro. Credo, eh, non garantisco.

Ah, oggi è il I maggio e ci sarà il solito concerto a Roma. Chissà che cagata.