– Radiohead, + Motörhead
(ovvero, come imparai che ho sempre avuto ragione)

La delegazione di codesto blogbs, come saprete dal post precedente, è andata & tornata da quel di Londra ove si era recata al fin di assistere allesibizione del più grande gruppo della storia del rock e chi pensa il contrario è un imbecille e non capisce un cazzo: i Motörhead. Naturalmente, questo breve soggiorno londinese si presta ad una serie di considerazioni sparse che mi renderanno ricco e famoso senza alcun bisogno di pubblicare libri e vincere premi Nobel (tanto a mio tempo vinsi un Osbel, cosa molto più difficile e prestigiosa ed elitaria). VVvvia!

Londoneria

(foto: Gemma Atkinson, primizia inglese da noi poco nota)

Londra mè sempre garbata un fracco. Meno male che cho anche amici in zona (che non si conoscono fra loro, peraltro) che mi portano in giro in maniera ganza. Qualé la maniera ganza di andare in giro? Semplice: a cazzo, seguendo il puro e semplice richiamo delledonismo, alla lontana dalle sirene gobbe e deformi del viaggio della cvltvra che siamo in un paese civile e dobbiamo usufruirne per distinguerci dai connazionali peones. Se vai a vedere i Motörhead, hai già una ricarica di cultura per tutto lanno, non scassare il cazzo, ok? Bene, insomma il viaggio parte con un piccolo, piccolissimo contributo per aggravare le condizioni dellAlitalia: il volo è tutto Ryanair da Pisa. So che non è molto, ma mi piace pensare che se un giorno Alitalia fallirà rovinosamente sarà stato anche merito mio. Siccome il concerto è allHammersmith Apollo, mi sistemo lì vicino, in un bed & breakfast che dista cinque minuti a piedi. Comodo come la merda, che si poteva chiedere di più? La Zona 2 non è il centro ultrapottone e lussuoso che è la Zona 1, ciononostante è pur sempre una bella zona, connessa alla grande con tutto il resto della città da metropolitana e compagnia. Ci sono tanti bei pub inglesi con laria tipica dei pub inglesi, a me garbano un sacco e la birra è buonissima. Poi cé un florilegio di posti dove mangiare a poco & buono. Perché un discorso a cazzo è che in UK mangi per forza di merda. Ma mica è vero. Se lInglesia non ha sviluppato una ricca tradizione culinaria, alla fine poco cimporta. Trovi un sacco di catene, delle più disparate, in giro per la città; kebabbari, tailandesi, cinesi ed etnicami vari si sprecano; infine posti tutti inglesi, dove fanno quelle pasty che sono molto buone, altri piatti locali, e varianti inglesi di ricette tipiche americane. Nellinsieme, ci si sta bene assai, e chi si lagna non sa stare al mondo e vaffanculo.

Iniquità e colonialismo

(foto: Lucy Pinder, altra gustosa primizia britannica)

Lo dicevo due secondi fa, ci sono un sacco di grandi catene della cibaria in giro per Londra. Cé la catena per eccellenza, McDonalds, cé il buonerrimo Burger King, ce ne sono altre solo inglesi, cé Kentucky Fried Chicken, cé Starbucks. Tutto ciò è ovviamente positivo, perché questi posti ti permettono di mangiare ragionevolmente bene spendendo poco. Da Starbucks non cero mai andato, devo dire che è una figata termonucleare globale perché caffè, cioccolate calde e compagnia sono davvero buoni, così come le paste. Quando piglia un colpo di freddo micidiale, magari con pioggerellina sfondaossa, la cosa migliore è infilarsi in un bello Starbucks, prendere un dolce e un caffè, scaldarsi ben bene, e rilassarsi nellambientino comodissimo dove tra laltro cé sempre uno wi-fi hotspot – peccato che non avessi il computer, ma pazienza, è la cosa in sè che è ganza. Questo si ricollega ad un discorso, parecchio deficientz, che avevo sentito meno di un mese fa.

(foto: Saskia Howard-Clarke, meritoria scoperta del Grande Fratello UK)

Insomma una mia amica torna da Londra. E mi dice, con fare piuttosto disgustato, che a Londra ci trovi "le arabe con lo chador di Gucci", come dire che schifo il capitalismo trionfante piega a sè le culture millenarie sbroc sbroc. Questa frase racchiude tutta linsensata insensatezza mongoloìdica dellantimperialismo sbroc sbroc. Il perché è presto detto: come mai ci sono le donne arabe con lo chador di Gucci? Perché Gucci li produce. Perché lo fa? Perché ne può vendere abbastanza da guadagnarci. E perché ne può vendere abbastanza da guadagnarci? Perché ci sono cittadini inglesi musulmani danarosi abbastanza da diventare un target commerciale per una grande firma. Allargando un po il campo, per le strade londinesi, di cinesi, negri, indiani, pakistani etc. ce nè almeno quanti qui, se non di più. Con limportante differenza che non sono immigrati che puliscono i vetri o vendono cianfrusaglie o fanno gli spazzamerda in nero presso le cooperative, sono appunto inglesi di varia etnia ed estrazione socioculturale la cui presenza viene data per scontata (come in USA, che però nascono già come nazione multietnica e quindi è già un discorso diverso). Il fatto che vivano immersi nella cultura locale, conservando se vogliono loro costumi e tradizioni, non vuol dire che non ci siano razzismi vari pure in UK. Solo che in questo iniquo mondo ultracapitalista sbroc sbroc dei ragazzi indiani non butterebbero sotto il treno altri ragazzi indiani per violazione dei confini di casta. E quindi torniamo al chador di Gucci: è meglio per i musulmani vivere in un posto che permette loro di comprare chador di Gucci. Questioni di CCI, ricordate? Quindi chi mi spiega come mai i negri vanno bene solo se ballano al chiaro di luna col mascherone africano e vivono la loro spiritualità superiore lontana dalle sirene del capitalismo, mentre non vanno bene se fanno lavori come gli altri, la loro presenza non desta attenzioni di nessun tipo, se insomma sono cittadini normali che vivono di lavori, consumi e necessità normali?

Rocknroll aint worth the name if it dont make you strut

(foto: "120 anni portati meglio dei miei 32&q
uot;, come osserva saggiamente il Cindiale)

Poi ovviamente arriviamo al concerto. LHammersmith Apollo è un teatro di quelli storici, ci suonano nomi di ogni tipo ed è stato scenario di storiche esibizioni di vari gruppi magggici (AC/DC, Thin Lizzy, Judas Priest per esempio). In cartellone, oltre a Lemmy & soci, ci sono pure Danko Jones e Saxon. Il primo, che mi piace anche molto, me lo perdo per eccesso di cazzeggio pre-ingresso, fra fila per recupero accrediti e chiacchiere coi soliti noti cui non si scappa nemmeno in UK (ciao Angelo ed Enzo, se leggeste mai sta roba). I Saxon sono davvero in forma e suonano con la grinta che li contraddistingue da sempre, compattissimi e potentissimi ma forse più monocordi rispetto allanno scorso. Biff ha una voce eccellente, sembra quasi migliorare col tempo, i vecchi classici sono appunto tali e son da seghe ("Denim And Leather", "And The Bands Played On", "747", la conclusiva e da lagrime "Princess Of The Night"), buoni gli estratti da "Lionheart", insipide le anticipazioni dal nuovo disco in uscita a Gennaio. Ma chi cazzo se ne frega, visto che dopo ventiminuti di cambio palco arrivano Mikkey, Phil e Lemmy ("Good evening, were Motörhead, and we play rocknrolll!") – grandinate di watt nei denti, subito, con "Iron Fist", "Stay Clean" e "Be My Baby" che grattugiano le meningi e spintonano le viscere, generando negli astanti un immediato surplus di endorfine da smaltirsi nelle 24 ore successive. La scaletta saltabecca per la lunga discografia del diabolico trio con qualche gustosa sorpresa, vedi ben due estratti dal fantastico "Another Perfect Day", disco che solo oggi viene finalmente valutato per quel che è (una figata, e dire che Lemmy lha sempre difeso a spada tratta). "I Got Mine" e "Another Perfect Day" (appunto) fanno la loro porca figura nel mezzo del repertorio, come i due estratti da "Motörizer", cioè "Rock Out" e la strepitosa "The Thousand Names Of God" preceduta da un breve e suggestivo assolo blues di Phil Campbell sotto una cascata di luci. Spettacolo puro termonucleare globale per le varie "In The Name Of Tragedy", "Metropolis", "Going To Brazil" (lapoteosi), "God Save The Queen", "Killed By Death" con lascive mangiafuoco in esile vestiario s&m, unesaltantissima "Bomber" – roba seria, roba tosta, roba che distrugge lecosistema e brucia acri di foresta amazzonica. Lemmy è al solito simpatico e scherza col pubblico fra un pezzo e laltro, tanto è il migliore di tutti, lo sa lui e lo sappiamo noi. Dun calore radioattivo il bis: "Whorehouse Blues", una "Ace Of Spades" con ospite un vecchio putrido chitarrista marcio e canuto (chi è? Porca troja, ma è Wurzel, ormai ridotto ad una specie di Emmet Brown rockettaro tetraplegico, pare il nonno in cariola di Lemmy), e poi LA canzone definitiva: "Overkill", assordante, maciullante, termovalorizzante, un monumento allamplificazione, al rock per il gusto del rock che si alimenta di rock (lo ribadisce pure il testo – rock a mille sballo a tremila elettroshock agitati dimenati spacca tutto), con luci stroboscopiche che danno un che di sacrale alla conclusione dello show. Saluti finali con ampli in saturazione e figlioletti di Mikkey Dee sul palco assieme al padre, a Lemmy e a Phil. Saluti, plettri, etc.

Fine

(foto: Rachel Aldana,  succosa specialità UK)

Dopo il concerto mi son preso un bellhamburger con patatine fritte dalla friggitoria lì fuoi dallApollo e me lo sono portato in albero, dove ho mangiato guardando la tv e ruttando in tutta tranquillità. Di girare non avevo voglia, visto che lavevo fatto tutto il giorno e si gelava. Il giorno dopo ho visto la bella zona di Canary Wharf, una parte di Londra ristrutturata e tirata a nuovo con finanziamenti ebraici e quindi boicottata dai radical-idiots locali (che sicuramente avranno in casa loro il dvd di "Tren De Vie", perché gli ebrei van bene nei film). Io non me ne intendo, ma è un posto a dir poco spettacolare, un esempio da manuale di architettura moderna, figo in culo. Poi mi vedo con amicici vari che mi nutrono abbondantemente per pranzo & cena nelle rispettive dimore. Poi unulteriore giornata iniqua e colonialista in centro città, dove mi fulmino (e mi sveno, ma ci ero andato apposta) nel bellissimo Rays Jazz, negozio paradisiàco e idilliàco.

Soddisfatto? Sì. Rimborsato? Pure. Unico neo del giro: mi sono scordato di comprarmi un numero di Nuts.
E questa rivista qui:

Quelle robe di erotismo giocoso, lieve, fatto di abbondanza, sorrisi e superficialità. Vabbeh, sarà per la prossima volta! <!– –>