Vecchi individui ripugnanti che fanno casino

In questi giorni non avevo voglia di scrivere un cazzo, sarà lestate, ma ora ho deciso – qualcosa ha da aggiungersi. Oh sia chiaro, Jessica Simpson non è nè vecchia nè tantomeno ripugnante, ho solo messo la foto per via della t-scèrt, che di sicuro manderà su tutte le furie Madonna e Thom Yorke, nonché gli indie e gli emo, che comé noto son tutti vegani e frustoni incalliti.

Insomma, che scrivo? Voglio impegnarmi poco, parlo degli ultimi concerti che ho visto, via.

Deep Purple – Pistoia, 12/7/2008
I vegliardi dellhard rock, un pezzo di storia, quel che vi pare, ma fa sempre un gran piacere vederli. Nella piazza del duomo di Pistoia poi anche di più. Cé un fracco di gente, sembrerebbe tutto pieno o quasi, mi chiedo il giorno dopo come sarà, con Lenny Krapfen, ma chissene. Hanno  aperto con unimponente "Pictures Of Home", medley-izzata con la bella, funkettona e recentissima "Things I Never Said". Poi fanno "Into The  Fire", gigantesca, "Strange Kind Of Woman", le bellissime "Rapture Of The Deep", "The Battle Rages On", "Perfect Strangers", "Demons Eye", "Space Truckin", le obbligatorie "Highway Star" e "Smoke On The Water". Per  me il momento migliore e stato "Hush", molto funkosa e dilatata dai soliti spazi jammettosi ganzissimi – tutta la piazza del duomo ballava e si dimenava senza limiti di età, credo, metastoria e mitopoiesi. Il suono era davvero ottimo, la band si divertiva da morire e i loro sorrisi erano a dir poco contagiosi. I  momenti in solitario dei vari musyci sono stati estremamente piacevoli, Ian Paice si conferma (assieme a Neal Peart e Mikkey Dee) lunico batterista rock che riesce a fare assoli di batteria senza ridurre in atomi i coglioni. Morse secondo me è grandissmo, si è integrato perfettamente nel suono dei DP e ha personalizzato a dovere le parti di Blackmore.  Ian Gillan non era molto in forma con la voce, ma era il solito simpatico istrione e quindi  gli si perdona tutto. Due parole per i musicisti che hanno suonato prima, entrambi a me sconosciuti (ce nerano di più ma io ne ho visti due e basta). Tommy Emanuel: incredibile guitarrista, usa solo una guitarra acustica amplificata da cui riesce a tirar fuori unincredibile gamma di suoni, grazie ad una tecnica singolare e strabiliante. Il suo stile è molto percussivo e ritmico, davvero impressionante, e in un pezzo si è messo a percuotere la cassa armonica per creare un ritmo africano. Dio missile, davvero. Vorrei provare a sentirlo su disco.  Andy Timmons Trio: power-trio di rock strumentale molto potente e virtuoso, non conoscevo manco un pezzo ma me li sono goduti tutti quanti, band  solidissima e molto affiatata, ritmicamente ipermobile, gran gusto del solista. Per certi versi mi fanno venire i Rush in versione strumentale e più blues.

Wayne Shorter quartet, Fiesole, 18/7/2008
Quando girò la notizia di un tour di Wayne Shorter con un quartetto acustico nuovo di zecca era il 2000, o giù di lì, e le reazioni furono di grande contentaggine. Il vecchio maestro sembrava aver ritrovato lentusiasmo, stimolato anche dal talento di una sezione ritmica straordinaria (Danilo Perez al piano, John Patitucci al contrabbasso, Brian Blade alla batteria). "Footprints Live!" (2001) e "Beyond The Sound Barrier" (2005) confermavano che sì, Shorter è in forma abbestia, e lalbum orchestrale "Alegrìa" del 2003 non lo includo solo perché, appunto, orchestrale, ma è un disco che porta alla cecità (dalle seghe, ovviamente). Ebbene, Shorter suona venerdì allAnfiteatro Romano di Fiesole, ci devo troppo andare dio impestato nel guano di tortora. E quindi, vai, venerdì Shorter e i suoi pardsz iniziano puntualissimi alle 21:30 spaccate. Cè un sacco di gente, tra laltro. Se è vero che Wayne, settantacinquenne e panzerotto come non mai, è tornato al suo jazz acustico e cerebrale che lo rese grande quarantanni fa, è anche vero che lesibizione di stasera (e presumibilmente dellintero tour, a leggere in rete) non ha niente a che fare col suo repertorio consolidato. No, per niente. I quattro suonano per unora di fila senza interruzione, in un gioco complesso di improvvisazione collettiva ancorata di quando in quando a motivi – alcuni, immagino, elaborati durante larco del tour, altri in serata stessa. Il flusso sonoro è ribollente e privo di veri appigli tematici, suona piuttosto come la vita di un impossibile organismo musicale, fatta di un saliscendi continuo, di tensioni e rilasci, di contrazioni e dilatazioni, insomma avrete capito. Mi ha molto colpito il piano di Perez, musico davvero ganzo che ricorda per certi versi Herbie Hancock e Horace Silver, fra gli altri – lo dico per il gusto per lesotico, la microframmentazione degli accordi (o lelaborazione di voicing fighi in culo, che è meglio), la spinta ritmica e i fraseggi spezzettati delle più svariate forme, in ogni caso sempre adeguati e pronti ad ispirare il grande capo. Shorter spesso e volentieri prende lavvio proprio da un giro del piano e da lì costruisce le sue spirali, alternandosi al tenore e al soprano, come al solito. Guida il gruppo in maniera estremamente sicura e autorevole, con gesti e segnali sonori – di questi ultimi ci se ne accorge quando la musica prende una determinata piega in seguito alle chiusura delle frasi sassofonistiche. Blade e Patitucci sono anche loro straordinari, ci mancherebbe. Il primo suona in quella maniera musicale che fa venire in mente il più grande batterista di tutti i tempi (Max Roach), Patitucci crea un denso tappeto di note pizzicate, gommose, saltellanti, quando usa le dita, e un suono particolarmente oscuro e cupo quando usa larchetto. Dopo unora, i quattro escono dal palco, ma faranno ben due bis, sempre seguendo la stessa impostazione. Chi si aspettava nuove versioni di "Footprints", "Orbits", "Juju" etc. forse è rimasto deluso… ma Wayne Shorter non sembra intenzionato a guardare indietro, anzi, sembra ancora nel pieno delle forze creative e guarda decisamente avanti.

Conclusion fusion
Orbene la stagione concertistica mi sa che si chiude, ora. Voglio stare al mare e basta. Cé da dire che, porca puttana, dico sempre che basta i vecchi sbroc sbroc, poi però vado a vederli, i vecchi, se mi garbano. E chiapperi, mi garbano e suonano pure vicino, dovrei non andarci? La prossima volta spero di poter parlare, che ne so, di Jason Moran e dei Soilent Green. <!– –>