"Ma tu sei l cullezziuniscta di mosctri!"

E mentre il dibattito dei dibattiti sulle cose futili e cretine (tipo elezioni, Beltroni e Werlusconi) infuria e satura laere, un altro dibattito, parallelo e contenutisticamente molto più importante, si fa strada: quello su "Cloverfield", il mostro-film ideato da JJ Abrams di "Lost" su cui sè detto di tutto e di più. Il dibattito infurierà ancora a lungo, ma sono certo di una cosa: questo film è uno spartiacque. Detto questo, passo al resto.

La storia
Semplice: arriva un orribile mostrone in piena New York e inizia a devastare tutto. Seguiamo la catastrofe per mano della telecamera di un ragazzo qualsiasi che assieme a tre amici va a giro scondideratamente nel macello, immergendosi nel macello fino al collo per non uscirne più.

Lidea
Il film girato in prima persona, in telecamera a mano, per dare unidea di realismo-verismo, non è certo nuova. Si parla spesso, in questi casi, di "The Blair Witch Project" e "Cannibal Holocaust". Il fatto è che nelle due pellicole in questione la telecamera riprendeva cose su piccola scala – perdersi in un bosco stregato il primo, torture e cannibalismo il secondo. "Cloverfield" applica il medesimo principio al film catastrofico e gozzillesco, privandolo così di tutta lapparente e inevitabile aura cinematografica. Non è, il mostrone, qualcosa di gigantesco e cinematografico per definizione, fatto di grandiosità ed epica? Bene, amputiamo pure tutti questi connotati epici e grandiosi, facciamone tabula rasa e ripartiamo da capo, perché adesso il megamostro ce lo troviamo sotto casa, non cè spazio per gli eroismi e si può solo scappare in preda al caos e alla confusione. Veniamo catapultati fra i calcinacci ed è chiaro fin da subito che siamo impotenti caccole.

I risultati
I venti minuti iniziali servono solo ad introdurre un minimo i personaggi, dei giovani qualunque ad una festa organizzata per salutare Rob che si trasferirà presto in Giappone per lavoro. Rob ha un sacco di rimpianti per Beth, e viceversa – durante la festa i due non si chiariscono e lei se ne va incazzata. Quando si sentono i primi botti e si vede lo schermo che trema tipo terremoto, già limpressione è notevole. Quando lazione si precipita per strada, dove si intravede qualcosa di gigantesco, dove la testa della Statua della Libertà viene scagliata in mezzo a Manhattan e ci sono macerie e gente terrorizzata ovunque (grida, feriti, ambulanze, protezione civile e militari iniziano a vedersi sempre più) langoscia sale molto rapidamente – quando poi Marlena, con voce inerte, dice "mangia le persone" si resta inebetiti quanto lei. Quando vediamo gli sciacalli che si buttano a rubare nei negozi incustoditi viene voglia di prenderli a pugni, e quando si vorrebbe sapere qualcosa dalle tv accese nei paraggi, il vociare continuo e la paura dei reporter stessi rende tutto sempre più confuso e inquietante.

La violenza del mostrone fa a pezzi la vita normale e la trascina in un vortice distruttivo dove tutto è caotico, furente, veloce e pericoloso. Il gioco del vedo-non-vedo lascia abbastanza spazio al brivido realistico e al desiderio morboso di vedere/sapere di più, ma contemporaneamente non indugia mai per necessità di sopravvivenza stessa del goffo operatore: "Cloverfield" va avanti in maniera magistrale seminando esche voyeuristiche, che siano dei corpi sbriciolati, le ferite di Marlena, il crollo del ponte, il telegiornale dove si iniziano a vedere i parassiti. Già, i parassiti!  La lotta nella metropolitana con quelle orribili bestiacce fa veramente schifo, perché te li senti addoso. I rimandi ad "Aliens" sono palesi, ma ancor più al videogioco "Half Life", dove cerano ragnacci simili che erano pure battibili a sprangate e bastonate – guarda caso, qui succede uguale uguale. Non so gli effetti di unintracardiaca di adrenalina, ma credo che ci siamo vicini.

Tutto il resto
Il vortice di "Cloverfield" agguanta e trascina, se si riesce a superare lostacolo della ripresa, in certi momenti convulsa e quasi nauseante, e se ce ne freghiamo di qualsiasi concetto ordinario di "film" e "cinema".  Catastrofe e morte rappresentate con crudezza, senza patine di eroismo o ragionevoli speranza. Senza un prima e un dopo: il film è come una finestra su qualcosa di molto più grande, qualcosa di cui non sappiamo lorigine, nè sappiamo come va a finire.
Leggo lamentele tipo: "la batteria è infinitaaaaa…", "la telecamera è indistruttibileeeee…", "riprende troppooooo…" e altre cose simili, che mi paiono esercizi di contabilità da ragionier Scassonio Strarompi.

"Cloverfield" funziona a tanti livelli. Sia come sovversione di una storia classica e straabusata (perdita dellamata – odissea per ritrovarla – superamente del Grande Ostacolo – risoluzione – marcia nuziale di Mendehlsson), sia come ribaltamento di un genere cinematografico che passa dallo spettacolo grandioso ed epico al grezzo e zozzo, sia come miniera di suggestioni derivate da un calibratissimo gioco di rimandi ad altri media, altri film, altre paure. Cè naturalmente il 9/11, in un breve rimando nella fase iniziale; cè il videogioco (il momento "platform" del grattacielo, le scene coi parassiti), un multimedium che ormai ambisce, nemmeno troppo velatamente, allo stato di arte; cè il cinema (si possono cogliere vari riferimenti, dal già citato "Aliens" a "1997: Fuga da New York" passando per il primo tragico "Godzilla"); cè il mondo voyeuristico contemporaneo che è forse il motore principale, e non tanto per la ripresa amatoriale in sè quanto per il modo in cui sei costantemente sulle spine per vedere di più (più sangue, più morte, più ferite, più mostro e più orrore), diventando così vittima manipolata dal film stesso. E poi tutta la serie di connessioni extra film, in particolare la campagna di viral marketing, lattenta progettazione di indizi e siti, etc. etc. Come dice Elvezio (vedete il suo stesso commento alla recensione), si passa ad un modo di pensare nuovo dove il film (ottimo di per sè, chiarisco) fa parte di una ragnatela mediatica (vedi la potenziale connessione morso del parassita —> Slusho) . E cè chi forse non fa lo sforzo di capire ma si adagia su criteri che iniziano a sapere di muffa. Ah, le pile! Ah, il telefonino! Ah, la pisicologggia dei personaggi! Mi sa che quando uscirono i primi film, molti critici teatrali li giudicavano alla stregua di opere teatrali mal riuscite, senza preoccuparsi di capire il mezzo. Ecco, forse è in atto uno strappo allidea di cinema come la
si pensava finora. O almeno mi piace pensarlo. Ipercinema? Chissà… <!– –>