Debunking (forse)

Lamica Sara, che sa del mio amore pei canidi (ebbene sì, pure io ho i miei lati di debolezza che moderano larcinota cattiveria e odiosità), mi riferisce di unesposizione nicaraguegna (si dice così?) dove un artista, Guillermo Habacuc Vargas, avrebbe legato un cane ad una parete fino a farlo morire di fame. La cosa sarebbe andata avanti fra gli sguardi semidistratti dei curiosi che, magari, sorseggiavano aperitivi e scioktelz, disquisendo su quanto siano commoventi i libri di Coelho. Cè pure una petizione online per il linciaggio di Vargas, e ci sono blogbs su blosgbs e siti su siti che ne parlano, sempre con indignazione, odio, rancore e desiderio di morte. Tutte cose da cui non sono immune, e che inizialmente ho provato pure io.
Ma ragionando a freddo, ecco che tutta la questione ha dei lati puzzolenti.

Penso al CUAO, il Contesto Ufficiale Assolutamente Occidentale. In tale ambito, la violenza sugli animali è esecrabile e condannabile. Ricordiamoci che lesposizione è avvenuta in Nicaragua – ok, è un Posto Da Negri, però la mostra era per la parte occidentalizzata del paese, quella omologa in tutto e per tutto a noialtri cazzari. Nel CUAO, dicevo, far del male ad un animale è un atto indegno. Lo so che poi gli animali subiscono infiniti spregi e maltrattamenti, ma non si può in unexpo civilizzata e ufficiale: contrasterebbe con limmagine del nostro specchio contraffatto, che ci vuole civili e rispettosi, e pure sesnybili, mica come gli arabi. Fate un giro al sito della Galeria Codice, una galleria darte moderna come potrebbe esserlo il MOMA: ce lo vedreste, al MOMA, un caso come quello descritto? Eppure…

La versione ufficiale della galleria, invece, è questa: Vargas avrebbe legato un randagio preso per strada ad un muro, sotto a delle scritte fatte di croccantini, per le tre ore dellesposizione, avvenuta il 16 agosto scorso. Per il resto il cane avrebbe mangiato regolarmente, per poi riuscire ad andarsene di soppiatto il terzo giorno. Ma cé chi dice che il cane sia morto dopo un giorno solo. Cè una piccola minoranza che difende lartista, a fronte di una piogga di richieste di flagellazione in piazza. Con Google vi potete sbizzarrire, nel caso voleste farvi unidea. Eppure…

Eppure eppure…
  sarà davvero così? Perché la sensazione di bruciato resta, e in più ecco un bel bivio: da un lato un cane (creatura che amo per principio), dallaltro il fermento del mondo vegetarian-animalistico (che odio), dallaltro ancora il giusto ribrezzo delle persone di normale buon senso.

Larte ha dei limiti? No… finché non si arriva alla morte e al degrado di chi non centra nulla. E un cane non centra nulla. Perché Vargas non sé inchiodato lui medesimo alla parete, viene da chiedersi? Non lo so, ma mi rendo conto di come tutto questo sia irrilevante.

Dietro questi eventi e reazioni si nascondono meccanismi che vale la pena di studiare. Questa installazione del cane a quanto pare è lì per ricordare un fatto di cronaca di alcuni anni prima, quello di un barbone chiamato Natividad che si era introdotto in una villa per poi finire ucciso dai cani da guardia. Nessuno si curava di Natividad finché era in vita, da morto invece tutti a fare "poverino poverino", e lo stesso mutatis mutandis avviene con Natividad il cane, che la sua morte sia vera o presunta.

Stando a Vargas, a riprova della sua cinica intuizione, durante la mostra stavano tutti a guardare il cane senza che nessuno mai protestasse, chiamasse la pula o tentasse di liberarlo. Se fosse ancora randagio e malnutrito, in giro per le strade, il 99% di quelle stesse persone ora così adirate non lo degnerebbe duno sguardo, nè si preoccuperebbe per lui. E su questo ha ragione:

“Hello everyone. My name is Guillermo Habacuc Vargas. I am 50 years old and an artist. Recently, I have been critisized for my work titled “Eres lo que lees”, which features a dog named Nativity. The purpose of the work was not to cause any type of infliction on the poor, innocent creature, but rather to illustrate a point. In my home city of San Jose, Costa Rica, tens of thousands of stray dogs starve and die of illness each year in the streets and no one pays them a second thought. Now, if you publicly display one of these starving creatures, such as the case with Nativity, it creates a backlash that brings out a big of hypocrisy in all of us. Nativity was a very sick creature and would have died in the streets anyway.”

Capisco il suo intento, capisco dove voglia arrivare, ma cacchio, non mi piace e lo prenderei a calci nel cazzo. Eppure, come dice pure Vanamonde, al mondo ci sono cose mille volte più gravi di questa, e le lasciamo passare così come se niente fosse. Riducendo il discorso ai minimi termini, la celebre frase di Josif Stalin calza a pennello: "Una singola morte è una tragedia, un milione di morti statistica." Vargas ha messo in mostra la sofferenza del cane, di cui a nessuno sarebbe importato un bel nulla fosse morto per la strada. Lo stesso per millemila altri randagi del Nicaragua (o del resto del pianeta, se è per questo), per non parlare di altrettanti esseri umani di cui leggiamo sui giornali ma di cui cimporta, di fatto, un cazzo. Sono fredde statistiche staliniane, alla fine, ma reagiamo con molta più veemenza per il Cane di Vargas o il Delitto di Garlasco che per gli eccidi & genocidi. Io stesso sono vittima di questi meccanismi, perché sono puramente istintuali – la morte su scala ridotta la comprendiamo e il fattore emotivo di conseguenza ha il sopravvento, la morte su scala smodata no.

"Sei davvero responsabile di tutti i Natividad, barboni e cane randagi? E allora perché finora non hai fatto un cazzo?" La sgradevole provocazione sta in questa domanda. Fosse per me, piglierei Vargas a pugni. Però, tocca un nervo scoperto nellera del dolore di massa ritualizzato. <!– –>