Ascolti di femmmene

(in foto: Harumi Nemoto, altra bella figliuola giapponese, fanculo a Kate Moss e cessi magroni anoressici)

Ho sentito negli ultimi tempi un paio di dischi o tre (ma forse quattro) su cui spendo alcune parolette. E un po che non capita. Niente metalz, di quello ne parlo fin troppo altrove.

Jem – "Finally Woken" (2004)
Non si tratta delle Holograms dellomonimo orribile cartone di ventanni fa. La Jem in questione è una ragazza gallese il cui nome, ne sono sicuro, non vi dirà un cazzo. Eppure il pezzo che apre lalbum, "They", ultimamente lo si sente spesso: è nella pubblicità di un auto, dove si vede un angiolo che perde le ali per poter entrare nella suddetta macchina. "They": apertura affidata a strati di voce femminile che intonano una filastrocca nonsense un po spettrale, un tappeto di breakbeat ritmati il giusto, un cantato lieve, leggerissimemente sporcato, avvolgente – come una Dido con più voce, nerbo e calore. Il resto dellalbum procede su queste coordinate con una grazia notevole e una serie di canzoni molto buone, dotate di un sottile humor farsesco, larma segreta della Jem. "Finally Woken", per ricapitolare, è un validissimo disco di elettronica downbeat al femminile, un po malinconica un po solare, screziata di volta in volta di etnico, retrosixties, dub, rock e classicheggiante, accostando con controllata spregiudicatezza le diverse suggestioni e i relativi loop. Un bel risultato, e ci si può ampiamente stare. Tra laltro "Wish I" la conoscevo già, forse era in un altro spot. Per me sè trattato di una sorpresa molto piacevole, al punto che vi ci piazzo pure un link al syto ufficiale: toh.

Tori Amos – "Americal Doll Posse" (2007)
Dopo una cagata come "The Beekeper", tanto sovrabbondante quanto vuoto e palloso, non é che le aspettative fossero così alte. Invece la stronzissima Tori è venuta fuori con un cd certo non strepitoso, ma di sicuro piacevole e con un discreto di numero di brani molto buoni, sebbene nemmeno uno sia eccezionale e la durata complessiva (quasi ottanta minuti) sbricioli leggermente i coglioni. Non so perché le sia presa tutta questa logorrea, bah. Fermo restando che arrivata a "From The Choirgirl Hotel" la Amos aveva ormai detto tutto quel che aveva da dire, e che da lì in poi ci sarebbe stato spazio solo per buone appendici come "Scarlets Walk", non si può non ascoltare con gran piacere il boogie rock di "Big Wheel", la cavalcata pianistica di "Bouncing Off Clouds" nel suo classico stile, la rocksessanta/settantosa "You Can Bring Your Dog", "Velvet Revolution" che riprende in chiave gitana la melodia cantata da Chaplin alla fine di "Tempi Moderni", la fiabesca "Dragon". Si ha solo limpressione che lalbum duri troppo, ecco. Poi vabbeh, cé il concept, che lei intepreta cinque donne diverse che si esprimono attraverso le canzoni bla bla bla, insomma, tutte cose di cui non può fregarmene di meno. Ma devono essere importanti: quando dico che "The Beekeeper" fa cagare, di solito mi sento rispondere in maniera stizzita che evidentemente non ho capito il percorso interiore della Amos, o meglio ancora, "di Myra Ellen".

Amy Winehouse – "Back To Black" (2006)
Appena ho sentito quella vociona scura che cantava il buffo ritornello di "Rehab" mi son detto che, porca merda, io dovevo ascoltarla sta qui. Perché cé stato recentemente il revival del pop-jazz, le chanteuse che in maniera più o meno scolastica hanno ripreso una tradizione per riproporla ai giovini doggi. La Winehouse, la meno revivalistica del gruppo, mi piace di più di tutte: voce che ricorda un po Sarah Vaughn, un po Macy Gray, un po Lauryn Hill, un repertorio che fonde calore soul, arrangiamenti jazz e incalzanti ritmi hip hop mantenendo una marcata accessibilità, e infine una personalità casinista e disordinata, da vero personaggione. Lapertura della già citata "Rehab", con "They tried to make me go to rehab I wont go go go" e un arrangiamento di fiati sempreverde, è veramente da k.o.: gigiona, autoironica, coinvolgente. Il resto dellalbum si mantiene allaltezza. Mi piace assai la seconda canzone "You Know Im No Good", che calcherà la mano sulla storia della cattiva ragazza, ok, ma è una credibile rievocazione pop dello spirito di Billie Holiday. Oppure la malinconica "Just Friends", scattante, in levare, punteggiata da un semplicissimo riff di sassofono che non dà tregua su cui si adagiano i suadenti, corposissimi vocalizzi  della giovane londinese. Esagero, non esagero… chi se ne frega. Amy Winehouse è forte, certo non sarà Cassandra Wilson, ma neppure ambisce a lottare nello stesso campionato.

Una considerazione a margine che non centra un cazzo: guardare i film di Ozpetek è il primo passo sulla strada dellomofobia. <!– –>