Seriamente mongoli, mongolamente seri

I Tool son tipi strani e non lo scopro certo io. Già un gruppo rock dove lelemento più brutto è il cantante e quello più bello è il batterista non torna molto. Comunque vederli dal vivo conferma ancor più la stranezza del tutto, una stranezza che da un lato pare naturale, dallaltro attentamente dosata perchè il loro essere personaggi-non-personaggi è parte del loro, ehm, personaggio.
Schivi, ombrosi, taciturni, i Tool sono decisi a parlare solo per voce della loro musica e del loro complesso impianto iconografico e visivo, tanto suggestivo quanto sfuggente e indecifrabile, un nodo gordiano fatto di magia ed esoterismo, evoluzionismo, psicologia, e un sacco di roba strana.  Comunicare tramite la non comunicazione: io personalmente non so un cazzo delle cose di cui parlano, non sono in grado di cogliere nè di collocare i riferimenti che costellano la loro opera, e sono sicuro di non essere lunico. La loro musica però è talmente bella e suggestiva che non me ne importa un bel segone, è dieci anni che vado avanti così e tanti saluti.

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Il panorama visivo-immaginifico dei Tool mi fa venire in mente una celebre formazione americana, i Blue Öyster Cult: pure loro infatti hanno elaborato un universo lirico e concettuale molto denso e stratificato, colto e ambiguo. Loggetto trattato è diverso (esoterismo, guerre, abissi lovecraftiani, realtà sfuggente e mostruosità che premono per entrare), ma luso del medesimo è molto simile: una pioggia di simboli e temi affascinanti e ambigui, una inestricabile maglia di riferimenti incrociati, la costante sensazione che ci sia sempre un livello di lettura che ci sfugge, limpenetrabilità.
Dal vivo si estrinseca ancora di più la volontà dei Tool di essere diversi, tramite performance visuali di grande effetto dove la normale interazione band-pubblico è completamente assente: un cantante che se sta impalato da una parte e che sembra un incrocio fra Gollum e il nano Bagonghi, chitarrista e bassista fermi  nelle proprie postazioni, batterista ovviamente dietro la batteria; alle spalle di ognuno, un telo su cui vengono proiettati i filmati suggestivi e inquietanti partoriti dalla mente del chitarrista Adam Jones. E poi la musica. Si è scritto spesso e volentieri che un concerto metal assume toni da rituale pagano, ma è possibile dire la stessa cosa di un gruppo così ascetico e severo? Ebbene sì, si può. La perfetta gestione delle dinamiche sonore dei loro pezzi viene accentuata e utilizzata come maglio emozionale, se mi passate lorrendo termine –  i Tool riescono a tenere costantemente sul filo laudience, caricano il pubblico di tensione durante i lenti crescendo e le parti cupe e frammentarie finchè la tensione non viene liberata quando la musica esplode nelle parti più potenti e aggressive.  Sui brani degli ultimi due dischi ("Lateralus" e "10000 Days"), quelli dalle maggiori connotazioni progressive e strutturalmente più complessi, il gioco funziona alla grande e le impressionanti esecuzioni di "Lateralis" o "Jambi" lo testimoniano. Ci pensano musica ed immagini insomma, lasciando ai quattro strampalati musicisti il ruolo di esecutori e basta – sembrano quasi posseduti, intenti ad esprimere qualcosa che viene da "fuori".
Se Rob Halford incarna il Dio Metallico e officia una sorta di rito dionisiaco, i Tool fanno sprofondare il pubblico in una trance mistica da Catari del rock.
In ogni caso il meccanismo divistico dello star system, a cui riescono per larga parte a sottrarsi concedendo lo stretto indispensabile in fatto di interviste e apparizioni pubbliche, non li ha risparmiati, come è successo molte altre volte in passato del resto. Il loro splendido, fascinoso, visionario impasto sonoro dove si colgono echi di King Crimson, Rush, Godlfesh, Blue Öyster Cult, Voivod, Melvins e Ministry, per quanto sempre più complesso e impenetrabile di album in album, attrae un numero sempre maggiore di persone. Se vogliamo un gruppo metal rappresentativo, intelligente, realmente importante al giorno doggi per cifre e creatività, dobbiamo fare riferimento a loro quasi per forza (System Of A Down e Rammstein seguono).

E poi (non centra un cazzo…)
Restando sulla musica, apprendo questa notizia dal baldo Cptrn: Brian Littrell, ex Backstreet Boys, pubblicherà il suo esordio solista (e fin qui niente di strano), specificando che sarà un lavoro imbevuto di fede cristiana e bla bla bla. E curioso leffetto sempre diverso che il concetto stesso di Dio ha sui musicisti.  Ronnie James Dio è un nano che pecca di hybris, ma intanto diventa davvero voce divina quando intona "Stargazer"; John Coltrane tira fuori "A Love Supreme"; Brian Littrell, invece… <!– –>