Musica èèèèèèèè…..

Questa notizia qui parla di un documentario di prossima uscita, diretto da Rosanna Arquette, dedicato al tragico cambiamento del mondo discografico. La cosa potrebbe anche essere ben fatta. Leggendo le affermazioni riportate nellarticolo, molte sono veritiere ma lasciano anche perplessi: prima fra tutte quella di David Crosby, ovvero che "Lindustria musicale non capisce la differenza tra cavoli e limoni. Non ha la più pallida idea di cosa sia una buona canzone, ed è per questo che ha messo una nana come Britney Spears di fronte ad un gigante quale Joni Mitchell." E vero che Crosby vive nellambiente della discografia da quarantanni e io no, però una cosa a questo punto dovrebbe essergli evidente: i discografici non sono più gli stessi, sono economisti e manager e guardano in prospettiva strettamente utilitaristica la musica, soppesandone linvestimento e la resa. Del valore artistico non gliene cale nè tanto nè poco. E perfettamente ovvio che si orientino verso Britney Spears piuttosto che verso la grande Joni Mitchell: questultima non venderebbe bruscolini, sia chiaro, ma confronto alla Spears il suo apporto sarebbe del tutto marginale.
Il mercato discografico major è diviso in tre colossi: Sony, Universal, Warner. Questi tre hanno comprato tutte le altre. Il mondo delle indipendenti si è suddiviso in indie dure&pure e indie che tali sono unicamente per le dimensioni, mentre per il resto pubblicano materiale con la stessa identica mentalità della mega major di turno investendo sulle Britney e lasciando perdere le Joni (penso alla tedesca Nuclear Blast, quindici anni fa grande esploratrice dellunderground estremo e ora smerciatrice allingrosso di metal ISO 9000).
Per vari accidenti hobbystici (non è possibile parlare di lavoro) ho a che fare con musicisti e discografici, e quindi ho potuto toccare con mano alcune cose. Per esempio, chi lavora per le mega major è certo un grande professionista, ma non ha alcun interesse in quel che promuove. Ti organizza le interviste e ti fa avere i promozionali con grande efficienza, è anche gentilissimo, eppure è palese che della musica in sè e dei musicisti per cui lavora non gli interessa un bel niente (salvo casi particolari – ricordo con piacere uno della Sony addetto al reparto delle ristampe), e potrebbe trattare scarpe, profumi, cravatte di castagnaccio con la stessa glaciale efficienza. E qui parliamo fondamentalmente dei piani bassi di una casa discografica, figuriamoci salendo la gerarchia.
Nel vasto e disomogeneo pianeta indipendente spesso cè la passione dietro; allo spirito pionieristico iniziale però, superati i primi anni in cui non si ha nulla da perdere e quindi si può rischiare, si sostituisce una dose sempre maggiore di standardizzazione del catalogo per semplici questioni di sopravvivenza minima. Niente male in tutto questo – dobbiamo tutti mangiare, ed è sicuramente molto meglio, enormemente più dignitoso, straordinariamente più elevato e più divertente farlo così che non ricoprendo la carica di Assessore al Perdono (esiste). Succede quasi  sempre che la indie si crei un tipo di sound di specializzazione e prosegua su quella linea, diventandone sinonimo – gli appassionati della Culo Records sanno quasi sempre cosa aspettarsi da unuscita Culo Records, e si crea così un rapporto di fiducia reciproca fra la label (sicura di avere un manipolo di fedeli sufficientemente numeroso) e il pubblico (sicuro che le uscite della propria indie preferita avranno quel determinato filo conduttore e quel certo livello di qualità). Mi viene in mente, in tempi recenti, il fenomeno dell Hydrahead. In alternativa, lindie assume percentuali di Essenza Major fino a diventarne unomologa in tutto e per tutto, solo in scala 1:2, 1:3, 1:25… come il caso Nuclear Blast accennato poco fa.
Infine, i musicisti: tutte le persone navigate, leggende che suonano da trentanni e passa come Rob Halford o Tony Iommi, mi hanno sempre detto la stessa cosa. E cioè che il mondo della discografia ha sempre voluto guadagnare (cosa del resto logica). Ma una volta era mosso anche dalla passione per la musica, e era solito ragionare a lungo termine: la norma era prendere un musicista promettente, investire sulla sua carriera e piano piano portarlo in alto. Questo sempre che non fosse già in origine un prodotto usa e getta, si capisce. Ora, invece, chi entro due dischi non ha nemmeno mai fatto un disco di platino USA (un milione di copie) viene subito mandato via – non ha funzionato. Guardate la Jessica Simpson cantante, per esempio. Dave Wyndorf suona "solo" da una quindicina danni, eppure anche lui ha le idee chiarissime. Con il disco doro per "Powertrip" i suoi Monster Magnet avevano raggiunto il loro massimo  in termini di vendite, non si poteva realisticamente fare di più: dire questo ai discografici della Warner fu, secondo Wyndorf, come togliere le caramelle ad un bambino, perchè lidea che il profitto non potesse crescere indefinitamente era per loro un incomprensibile sopruso.
Fermo restando che i grandi vecchi hanno ormai il loro feudo di fan, grande o piccolo che sia, che li rende del tutto autosufficienti, affacciarsi sul mondo discografico alle proprie condizioni (ovvero, suonando solo quel che si vuole) per degli esordienti è un bel casino, ed è paradossale che lo sia ora, in tempi in cui registrare un disco è molto più economico di una volta.
Tornando al documentario dellArquette, vi hanno partecipato molti musicisti affermati. Si parla di Crosby appunto, Annie Lennox, Sheryl Crow, Marylin Manson, Sting, Elton John, Tom Petty e altri ancora. Conclude Patricia a fine documentario: "La musica deve tornare allimpegno politico di un tempo. Bisogna cantare degli ideali in cui credi. Lhanno fatto per decenni schiere di cantanti quali Bob Dylan, John Lennon, Paul McCartney, Joni Mitchell e Crosby, Stills and Nash. Un tempo la musica riusciva a trasportare le masse e sono certo che può continuare a farlo." Non credo sia questo un discriminante sufficiente: è andata bene una volta, pretendere che lo faccia ancora a distanza di quarantanni va bene solo se ti chiami Gino Castaldo o se hai dieci anni e hai visto "Hair" per la prima volta. Cè da dire che infilare Lennon e McCartney in questa lista fa un po ridere: i Beatles seguirono la contestazione come una moda e ne assorbirono lhumus (o meglio, parte del), imborghesendolo per i salottini, quando ormai era agli scoppi finali. A McCartney fregava poco, infatti una volta finiti i Beatles ha continuato a suonare la sua musica preferita fatta di melodie e filastrocche. Lennon invece si è convinto davvero di essere un santone e un filosofo, ha fatto una s
erie di dischi penosi e non è mai sceso dal suo piedistallo artificiale. Insomma, non centrano un cazzo come al solito.
A parte lo scivolone sul finale, questo documentario potrebbe essere anche interessante. Non cambierà niente, e forse darà il via a polemiche ridicole e quindi degne dattenzione.
Vabbeh, chi vivrà vedrà e il budello di tu ma. <!– –>