EROI

Come vedete,  un secondo post dellotto dicembre non lho fatto. Lo faccio ora, il post necrologico che era mia intenzione fare, aggiungendoci pure qualcosina che francamente fa dispiacere. Tanto per iniziare, non scrivo certo per Gionlennon e la sua moglie vietnamita. Chi se ne frega, fanculo lui e quella lagna da hippy in ritardo che è "Imagine".


Lotto dicembre dello scorso anno fu ucciso a pistolate Dimebag Darrell, magnifica ex chitarra dei Pantera. Dime è stato uno dei chitarristi più influenti degli anni 90, e col suo gruppo ha ridisegnato limmagine e il suono del metal, diventandone il faro per le masse. I Pantera riportarono il metal a terra, ad un immagine di strada, semplice e rozza; la loro musica pescava da Judas Priest, Van Halen, Slayer, Exhorder, Anthrax, Metallica (con laggiunta in seguito del southern rock dei Lynyrd Skynyrd e di una malsana vena psichedelica), smontati e ricostruiti in brani brutali, iperelettrici, meno lanciati sul fronte della velocità e più centrati sul midtempo e sul "groove", quellintraducibile parola diabolica che indica il ritmo che prende il basso ventre e lo scuote – il tutto con una pressochè inedita fisicità brutale da gruppo hardcore punk. Terry Date mise a punto un suono frastornante e impenetrabile (ma sorprendentemente in grado di far respirare ogni singolo strumento) sul cui proscenio si ergevano lanimale Phil Anselmo e Dimebag (non che la sezione ritmica di Rex e Vinnie Paul non valesse, anzi, era altrettanto fondamentale). Il primo, col suo ruggito cavernoso (e una sorprendente versatilità vocale), la gestualità bestiale, il look da macho tatuato petto in fuori e dito medio alzato e una vita da balordo; il secondo con un muro di chitarra tagliente, geniali riff staccati che mescolavano disinvoltamente thrash metal e blues, e assoli cristallini che parevano uscire dalle mani di Eddie Van Halen e Kerry King (contemporaneamente). E la capacità di creare splendide partiture acustiche, alloccorrenza. E pure di avventurarsi in unoscura psichedelia palustre calata in uno sferragliare metallico di primordine. Ecco, a Dimebag gli onori.


E poi, ieri notte è morto il grande Robert Sheckley. Con lo scrittore newyorkese, emerso negli anni 50 sulle pagine di "Galaxy", la fantascienza prende una netta (e apparente) sterzata umoristica per riflettere, con risate di fondo amare, sullassurdità della condizione umana. Robot postini che fanno morire nelle sabbie mobili i destinatari delle lettere, perchè privi di penna per firmare; mogli acquistabili per corrispondenza che non sono quel che sembrano; vincite di viaggi per luniverso grazie a concorsi di cui non si sapeva lesistenza (nè, tantomeno, di avervi partecipato); viaggi swiftiani in universi balordi; e molto altro ancora. Cè chi ha fatto paralleli fra Sheckley e Woody Allen, in effetti il paragone ci sta: stesso milieu socioculturale, la borghesia ebraica newyorkese, stessa passione per lassurdo e il paradossale, stessa predilezione per personaggi inetti e scalcagnati. Molto belli suoi romanzi come "I Testimoni di Joenes", "Anonima Aldilà" o "Lo Strano Ritorno del Signor Carmody", ma dove il buon Robert dava il meglio di sè era nei racconti: brevi, fulminanti, inventivi, sarcastici. Dice di più un suo racconto di cinque pagine che un libro di Umberto Eco di seicento – pertanto se voleste conoscerlo buttatevi prima di tutto sulle antologie di racconti, in particolare la classica "Mai Toccato Da Mani Umane" che fu ristampata un paio danni fa sulla benemerita Urania Collezione. E se non avete voglia di affannarvi fra usato e bancherelle, cè sempre Amazon. Sheckley è morto in unospedale di Poughkeepsie (stato di New York), per un aneurisma, anche se era già stato parecchio male in precedenza nel corso di un viaggio in Russia. Aveva settantasette anni. Un altro mito che se ne va, e il mondo è un luogo più triste. <!– –>