Categoria: gente ganza


Cose tristi

Tipo la morte del grande, immenso Jack Vance. Scrittore che ho sempre amato alla follia, autore di una serie di classici intramontabili (Linguaggi di Pao? Tschai? I Principi Demoni? La Terra Morente? Lyonesse? Tutti quei meravigliosi racconti? Fate voi! Avesse mai scritto qualcosa di brutto…), quasi sempre incentrati sul viaggio attraverso mondi esotici e culture stravaganti da conoscere se si vuole uscirne vivi. Uno spirito avventuroso con un gusto tutto particolare per l’ironia e la satira, con una prosa sensuale e infiorettata che immergeva nei colori, odori e sapori dei suoi coloratissimi universi, insomma ce ne fossero. Ci vorrebbe un monumento in ogni piazza, ci.

Tristezza, anche se Jack stava male da parecchi anni. E non posso nemmeno dirgli “vai Jack!”, altrimenti penso a Pino Scotto.

E salutiamo pure il grande Mulgrew Miller, colpito da ictus pochi giorni fa. Aveva suonato con una marea di musicisti, ed era un pianista della razza più black, influenzato da McCoy Tyner, Bud Powell, Oscar Peterson, Cedar Walton e Kenny Barron (suo alter ego più anziano). Un pilastro.

Ed era pure assai più giovane di Vance. Peccatissimo.

“Nel 1972, Richard Forthrast, fuggito nella Columbia Britannica per evitare rogne giudiziarie, lavora come guida da caccia specializzata, poi accumula una fortuna contrabbandando marijuana attraverso il confine tra Canada e Idaho. Passano gli anni, Richard torna negli Stati Uniti dopo l’amnistia concessa dal governo e investe la sua ricchezza in un vero e proprio impero. Crea anche T’Rain, un gioco di ruolo online di ambientazione fantasy con milioni di fan in tutto il mondo. Ma T’Rain è diverso dagli altri giochi del genere, perché l’oro virtuale che qui si scava e si conquista può essere trasformato in soldi nel mondo reale. Un gruppo di fanatici dell’informatica cerca di colpirlo creando Reamde, un virus che codifica tutti gli archivi elettronici e li conserva fino al pagamento di un riscatto. Si tratterebbe solo dell’ennesima truffa virtuale, se il virus non colpisse però le persone sbagliate: il ragazzo di Zula Forthrast, nipote di Richard, ha un passato da hacker, e ha appena concluso una transazione illegale vendendo dei numeri di carte di credito alla mafia russa. Quei dati sono stati resi inaccessibili da Reamde, perciò Zula e Peter vengono rapiti dai russi e portati nell’Estremo Oriente per aiutarli a rintracciare e colpire il fantomatico creatore di Reamde. Per la prima volta, il mondo virtuale rischia di scatenare una guerra senza esclusione di colpi: in palio c’è il destino del mondo reale.”

Questa la synossi italiana di Reamde, il nuovo, colossale libro di Neal Stephenson uscito e letto (da me) lo scorso anno. Si tratta di un’opera ciclopia, gigantesca, a tratti umoristica, a tratti delirante, assolutamente esplosiva e… beh, lasciate perdere questa aggettivazione idiota da parte mia, e partite dal presupposto che il buon Neal abbia fatto l’ennesimo centro che distrugge il bersaglio e lo pone più che mai nel novero degli scrittori realmente importanti di quest’epoca. Già, io lo sostengo da una vita e mezzo, ma il barbuto ragazzone di Fort Meade ce la mette tutta per confermare, libro dopo libro, quanto sarebbe meritato un riconoscimento pubblico della sua grandezza. Reamde contiene tutte le caratteristiche che rendono grande Stephenson: una storia di amplissimo respiro in cui brancolano personaggi improbabili che le provano di tutte per uscirne interi, con una fantozziana serie di coincidenze a unire mondi lontanissimi in una polveriera che, pagina dopo pagina, è sempre più pericolosa. La scrittura di Stephenson è, al solito, impareggiabile nel dettagliare un mondo dove natura e tecnologia si fondono senza alcuna soluzione di continuità: sa descrivere con verve, ritmo e naturalezza paradisi tropicali ricoperti di urbanizzazione incontrollata, strade ipertrafficate, ragnatele di cavi e tecnologia onnipervasiva così come se niente fosse, con un ritmo perfetto. Da tempo Stephenson ha fatto dell’infodump una forma d’arte a sè stante: addentrasi nel libro non è molto diverso da una bella navigazione internet, in cui flashback e dialoghi introducono e dettagliano argomenti dei più complessi e disparati per poi ritornare al normale flusso della narrazione. Un po’ come quando si clicca un link per approfondire e si trova una pagina bella quanto quella che leggevamo prima, ce la scorriamo tutta e siamo in grado di ritornare indietro arricchiti da informazione senza rumore di fondo. Non credo che il testo sia mai stato così vicino all’ipertesto, è probabile che mi dimentichi di qualche scrittore , e comunque pochissimi possono vantare una simile maestria. Neal tesse una trama complessa in cui si intersecano molte tematiche e molti sottotesti. Una volta stabilita ambientazione e personaggi, sembra quasi che faccia partire la simulazione lungo binari paralleli. Scrittori poco abili, o semplicemente meno abili, avrebbero fatto ricorso a pesanti deus ex machina per farli convergere. Stephenson si avvale del più semplice, realistico, ockamistico: l’errore, la sbadataggine, l’approssimazione, con le sue impreviste conseguenze che possono essere colte e fatte fruttare se si è particolarmente in gamba. Allo stesso tempo, sono molti i temi tipici di questo tempo che ribollono sotto la superficie: il terrorismo e l’intelligence, la Cina gigante dai piedi d’argilla, la compenetrazione fra mondo reale e virtuale anche oltre il predetto, l’enorme complessità tecnologica, culturale, economica che si agita dietro ad un MMORPG, il geeokdom e la diatriba sulla legittimità del “genere”, il reazionariato provinciale più profondo e pericoloso. E altro ancora: Stephenson maneggia tutto con disinvoltura e lo fa scivolare lungo la narrazione così, come se niente fosse. Sta al lettore soffermarsi a riflettere o lasciarsi trasportare dal turbine degli eventi. Il mondo è tutto interconnesso a portata di click, ogni singolo click può avere inavvertite conseguenze a chilometri di distanza, e poche cose come questo enorme affresco di thriller e azione a rotta di collo nel vecchio medium del libro possono farcelo capire, nei risvolti comici come in quelli drammatici.

      

Adesso, immaginatevi di girare, non so, per il Parco dei Mostri di Bomarzo. Vi aspettate, dietro una curva, di trovarci un qualche bestio pietrificato tipo quello che avete visto cento metri fa, e invece c’è un negro che gioca a Monopoli da solo tutto pensieroso. Ci restate per lo meno sbalestrati, no? Ecco, così mi sono sentito io quando ho saputo che Reamde era stato tradotto in italiano. Cioè, proprio non me l’aspettavo. La maniera in cui è stata realizzata la versione italiana è stata la molla per scrivere questo post, visto che sono secoli che non parlo di libri. Perché vedete, la Fanucci l’ha diviso in due libri, uno di 752 pagine e un altro di 704, venduti a 17.50 euri ciascuno, per un totale di 35 euri. Nel primo non c’è scritto assolutamente che si tratta di una prima parte. Il titolo sembra quello di un qualsiasi film di Steven Seagal. La copertina generica e sgommonissima. La traduzione non so. Sapete quanto vi costa, in inglese? Oggi c’è l’edizione cartonata, comprandolo da Amazon.com appena 12.51 più spedizione, e quindi ve lo ritrovate in casa spendendo meno della metà. Appena 7,50 dollari invece per l’edizione Kindle. Il succo della questione, insomma?

Beh, è presto detto: se siete di quelle persone a cui piace leggere, che ci si tuffano, amano stare dietro all’attualità letteraria e a sporcarvi le mani, prendendovi la briga di conoscere e valutare in prima persona senza l’imbeccata del quotidiano puzzone di turno, se insomma per parafrasare Quirino Principe siete “lettori forti”, dovreste fare un bel favore a voi stessi: abituatevi a leggere in inglese. Potrete disporre di una tavola imbandita 365 giorni l’anno a prezzi convenientissimi, e non vi farete più fregare da un panorama editoriale sempre più dilettantesco e scrauso che toglie dalla circolazione qualsiasi libro una volta esaurita la prima tiratura. Fatelo per voi stessi. Contribuirete pure alla percentuale degli “italiani che non leggono”, per il semplice fatto che non comprate nei soliti punti vendita. In realtà sarete troppo evoluti per cattive edizioni a prezzi da rapina, e vi rifornirete altrove. Certo, se tutti facessero così le bovere biggole libbbrerie fallirebbero. E allora? Lo faranno comunque, perché sono obsolete, è solo questione di tempo. Voi armatevi per fare a meno di loro e del pessimo sistema editoriale nostrano.

Se c’è una roba che in questi giorni mi garba veramente da mori’ è Die Young, l’ultima canzone di Ke$ha. Mi piacevano anche altre robe sue, ma questa è veramente il top. Ha la forza trascinante e cazzara che poteva avere l’anno scorso Party Rock Anthem (altro numero di genio). Tra ritmo che pesta e mette in moto il pancreas, flow della strofa davvero acchiappante e un bridge-ritornello fenomenali, è veramente una hit da urlo. Una hit pop che è molto più fica di quel che può essere il rock mainstream di oggi, perché se uno accende la radio che ci può trovare? Finocchiacci come i Muse, i Radiohead o i Kasabian o roba del genere, insomma, nessun genitore si preoccuperà perché il figlio ascolta dei tizi che piagnucolano e si preoccupano della crisi energetica. Due palle. Invece Ke$ha, con la sua immagine pubblica da white trash queen che si trascina da una festa all’altra ubriacandosi con alcolici pezzenti all’insegna della più totale e disinibita irresponsabilità, è la cosa più simile ai Mötley Crüe del 1983 che possiate trovare in giro, e non fatevi ingannare dal fatto che non sia ruock coi guitarroni ma electropop del più ballabile: tutto, ma proprio tutto quello che c’era di pericoloso e dannoso (e quindi bello) in Shout At The Devil si ritrova paro paro in Ke$ha, soprattutto in Die Young. Guardate il video fichissimo:

Visto? C’è tutto l’armamentario di Shout At The Devil: il party irresponsabile e degenerato, Satana, la cccioga, il trombaggio etc etc. Lo dice pure Alice Cooper, che Ke$ha è molto più rock di tanto rock da boy scout che va per la maggiore, e da che mondo è mondo Alice Cooper ha sempre ragione. E ora, a me gli occhi. Ke$ha naturalmente ha un team di professionisti coi coglioni quadrati che lavorano per lei e curano la sua promozione. E oggi la promozione si combatte su una miriade di fronti, fra cui l’interwebs. L’entourage promozionale di Ke$ha ha sicuramente visto, negli ultimi anni, il proliferare di pagine su pagine interwebbare dove una composita congerie di deragliati mentali, imbecilli, ignoranti, stupidi e ritardati scandaglia minuziosamente i videoclip di Lady GaGa o Beyoncè per decifrarne il simbolismo demoplutogiudoilluminatonegro. Cosa c’è di meglio che riempire un video esattamente di tutte le cazzate a cui credono queste teste a travaso, che così lo diffondono viralmente nei loro forum e nei loro blog? E’ classico e giusto: visto che gli idioti sono tanti, serviti di loro – sono pure gratis. Detto fatto:

Questa era la sbroc queen Fiorella Mannoia, ma basta usare Google per trovare migliaia di imbecilli come lei. Per esempio, cercate Ke$ha “Die Young” Illuminati e verrete inondati da merda purissima qualità oro. E solo in italiano, figuriamoci! Morale della favola: qua la mano Ke’, qua la mano staff, avete babbato i gonzi e  fatto un fracco di danaro sfruttando i loro encefali di medusa e la loro abissale stupidità. Vi voglio bene. Colgo l’occasione per dire che la porta dell’Inferno si trova sotto gli uffici della Garrincha Records, che pubblica cose talmente schifose che all’Inferno sono proibite per oltraggio al pudore.

Ancora una volta le forze restaurative remano contro all’Arte e alla Cvltura. E’ successo di nuovo a Caltagruate, dove Ermenio Sbrenna, pittore e performatore, si è visto negato il permesso della sua nuova installazione “Circomene Derelicta” in quanto, a detta degli inquirenti, oltremodo oltraggiosa nei confronti di quella morale del Signore Iddio Gesù (cane, aggiungeremmo in un secondo tempo) che tanto bene ha fatto all’arte, vedasi i dipinti lì di coso, Giotto e Michelangelo, ma tuttavia non possiamo in nessun modo far sì che tutto ciò, lo scembio, diventi un’abitudine, perché ne va della nostra buona nomea, ed dovrebbe essere chiaro a tutti, ma in un paese deficitario di culture e attenzioni, in cui i valori sono in crisi e si mandano in pensione giornalisti preparati come Salvatore Gualla e critici d’arte di fama internazionale come Alybrando Siraghi, ecco, in questo paese per forza poi che scende il PIL, per forza poi che le agenzie di ratingsz declassano tutto e mandano in malora le piccole aziende che lavorano sul chilometro zero mentre arroganti calciatori come Balotelli danno un cattivo messaggio ai giovani, cioè che è bello essere negri e trombare le vedettes, che poi che cultura ci viene fuori se non quella dell’ignoranza e della plebe che non capisce un cazzo, proprio di questa gente qui che sarebbe l’anima del paese insomma il grande processo restaurativo spinge le spinte centrifughe dell’arte a coalizzarsi in un groviglio liquamoso di rizomi e sterco, di incrostazioni del linguaggio e della semantica dell’ovvio per cui al giorno d’oggi

un giovane uscito dal liceo non è in grado di estemporarizzare su due piedi i molteplici dislivelli di lettura della Vita Nova di dantesca memoria, ma allo stesso tempo sa dirvi tutte le formazioni dell’Atalanta dal 1979 a oggi e per di più crede che furbescamente agendo per conto terzi con attività di basso conio morale e intellettuale sia possibile costruirsi non già un futuro, ma quantomeno un presente coincidente con l’acquisto dell’iPhone con cui andare in giro e fare le foto ai negri, oppure da ricaricare mediante l’estrinsecazione di performance sessuali dietro pagamento, che secondo alcuni è pur sempre un’instradazione alla via dell’imprenditoria personale, secondo altri però e io mi ci schiero altro non è che la deriva ultima della corporeità post-meretriciale in cui ormai l’intelletto è totalmente staccato dal corpo e lo utilizza con disinvoltura come mezzo per ottenere qualche osso di gabbiano, qualche enfisema nei kiwi, qualche lavanda gastrica gratis dal reumatologo della mutua

che stando ad alcune voci di corridoio, tuttavia piuttosto affidabili, è pure manfruito e lo acciuffa a chilometri nel tabarén ogni sabato sera per modico prezzo dietro il Mercato Ortofrutticolo, dimmi un po’ te ora se un mestiere onorato come quello del medico oggi dev’essere pure infestato da’ finocchi, sono veramente tempacci di crisi che si rifrangono come un’onda malsana e miasmatica nella vita di tutta la società, al punto che ormai fra un Presidente della Repubblica e uno sbozzascalini non v’è più alcun possibile distinguo, e anzi è ancor più rimarcata l’uguaglianza fra le due parti e si ritiene ormai giusto e scontato asserire che chi dice il contrario sia un negro

che si chiama pure Billi ed è bravo a basket, questa disciplina sportiva che allena i muscoli senza aguzzare l’ingegno e quindi è tutta una deriva entropica questa qui che prende la società dove i tracciati individuali si atomizzano in un brodo primordiale inconcludente reificato dalla pertecipazione agli Europei di Calcio ove si uccidono cani per permettere ai milionari di tirare calci al pallone, tutto questo uccide l’intelletto dei nostri giovani che troveranno più interesse ad andare in giro sulla spiaggia a vendere gli accendini perché è così che ha iniziato Balotelli, che se magari si fosse dedicato ad uno sport di grandi valori morali tipo il rugby avrebbe smesso già in giovane età di essere negro e oggi occuperebbe un palazzo a Milano con le sue installazioni artistiche che mettono in crisi la società dei consumi e basta che mi sono rotto il cazzo dio merda, oh.

(ps: post n. 666!)


Afterhours? Carmen Stronzoli? Baustelle? Assolutamente no, queste merde sono bandite. Ma non un GG Allin d’annata, che se non vi garba andatevene a fare in culo ascoltando non so, i Modena City Ramblers.

La line-up originale di Polish Busty, da sx: Aneta Buena, Ewa Sonnet, Ines Cudna, Bea Flora

C’era una volta Polish Busty. In realtà c’è sempre, ma ormai sembra al punto di rottamazione o giù di lì. Non ha saputo tenere il passo. Che aveva di speciale, mi direte? Beh, io odio il retro-ismo e il nostalgismo, all’incirca in ogni manifestazione dell’essere. Mi piacciono cose del passato, anche molto, ma non mi piace quando il presente si rinchiude nella contemplazione idealizzata del passato e sospira e moralisteggia e cerca di riprodurlo in laboratorio. Non mi piace in musica, in letteratura, in niente. Però anch’io conosco l’eccezione, ed è il reparto erotico. Non mi piace molto l’erotismo (e lo intendo come soft-core, nudo femminile e basta) che si fa oggi – troppa seriosità, fisici troppo tirati da palestra e Photoshop, nemmeno un sorriso, pose sempre più vicine al pornoduro. Tutta roba che nell’insieme mi garba poco e solo nell’era dell’interwebsz ha trovato contraltari degni – e con questo intendo il recupero di un certo gusto anni ’60 e ’70, con donne puppone e sorridenti dal fisico meyeriano in foto dal clima simpatico & giocoso. Sito leader del settore è diventato Pinup Files, credo, ma il primo in cui mi sono imbattutto è stato appunto Polish Busty. Che aveva quel sapore tutto casereccio e simpatico, quella grafica nata vecchia, quella webmaster i cui testi mi facevano involontariamente ridere. Io mi immagino che la webmaster abbia trovato queste ragazze puppone e le abbia detto, tipo, “oh bimbe, si mettono le vostre foto nude sull’interwebsz in un bel sito a pagamento così si fa du’ vaini che qui altrimenti siamo sempre nel terzo mondo diocane?” e loro evidentemente le devono aver risposto di sì, e credo pure che qualche anno di Polish Busty abbia aumentato almeno del 2% il turismo polacco. Aspiranti sugar daddy in giro per le strade di… boh, non mi viene il nome di mezza città polacca e non mi scende il culo di aprire Google per scoprirne almeno la capitale, quindi fate voi… insomma, per le strade di una città polacca in cerca di una simil-Bea Flora da portarsi a casa: ce li vedo troppo. Oggi, delle ragazze di Polish Busty, non è rimasto moltissimo. L’unica che è riuscita ad emergere e arrivare più in là è stata Ewa Sonnet, che in patria è diventata una piccola celebrità come fotomodella, cantante. forse presentatrice di eventi (non ho capito bene). Le altre sembrano essersi ritirate, tipo Bea Flora, o aver intrapreso una carriera solista di non troppo successo (la concorrenza è numerosissima e la professionalità paga, cosa che avvantaggia nettamente gli States rispetto alla Polonia).

Foto di Polish Busty...

Tutto questo, naturalmente, ha avuto un prezzo, e cioè che Ewa uscendo dall’underground è diventata commerciale. Il suo fisico è più tonico e asciutto, le sue foto molto più riciucciate e professionali – si è perso insomma quel fascino casereccio, tranne che nei videoclip musicali curiosamente pezzentissimi. Ma siccome per lei  è un grande passo avanti, ne siamo felici.

... e di oggi, ultraprofescionalz.

Arriviamo dunque al punto, perché sì, questo post ne aveva uno. Conoscete i Rotting Cock? No? Nemmeno io, fino a poco fa. Si tratta di un gruppo pornogrind estone. Il pornogrind fu inaugurato da gruppi come Meat Shits e Waco Jesus una ventina buona d’anni fa, ed è  grindcore con testi incentrati su pornopratiche delle più zozze, con grande abbondanza di escatonecropedodissezionofilia. Un tipo di musica nato per dare fastidio, offendere e fare schifo alla merda, anche se da un certo punto di vista è del tutto superato: nell’epoca in cui un 2 Girls 1 Cup è alla portata di un click, mettersi ad ascoltare gli Anal Ejaculation di turno è un po’ come andare in giro col velocipede. Ma tant’è, siccome il velocipede si produce ancora, ogni Rotting Cock del pianeta ha diritto ai suoi quindici fan, e poi sempre meglio loro che i Muse. I Rotting Cock hanno inciso un ep, My Sister Is Dead And I Fuck Her Corpse Every Day. Bene, guardate un po’ che hanno combinato i Rotting Cock per la copertina:

Avete visto? C’hanno schiaffato Ewa Sonnett senza nemmeno chiederle il permesso. Per forza, altrimenti sarebbe andata all’incirca così:

RC: “Ciao Ewa, senti, siamo un gruppo musicale, possiamo usare una tua foto per la copertina?”
ES: “Beh, tanto per inziare chi siete?”
RC: “Ehm, sai, i.. come si chiama… hhrrrrrrrmph… Rttngcck cough cough!”
ES:  “EH? E il disco?”
RC: “Ehrr… in realtà è un ep di sei canzoni pornogrind e…”
ES: “PORNOCOSA?”
RC: “Grind, pornogrind (tono sussiegoso, nda), e si chiama My Sister Is Dead And I Fuck Her Corpse Every Day (uff, ce l’ho fatta, l’ho detto, oioi…)”
ES: “PROVATECI E VI MANDO I CONTRAS, PORCA PUTTANA LADRA ASSASSINA!!!!!”

Voglio dire, se Justin Timberlake o i LMFAO avessero voluto Ewa per un video o una copertina, lei molto probabilmente avrebbe acconsentito: sarebbe stato un grande passo avanti dal punto di vista della carriera, per di più di fronte ad un pubblico internazionale. I Rotting Cock ovviamente non sono niente di niente e hanno dovuto ricorrere al bracconaggio. Ma è facile presupporre che già ai tempi di Polish Busty la Sonnett fosse molto più nota dei Rotting Cock. Ed è molto probabile che sia più alta la percentuale di fan di Ewa Sonnett fra i fan dei Rotting Cock che viceversa, per ovvi motivi. In breve, se il mondo è piccolo l’interbwebs è in miniatura ed Ewa ha presto scoperto tutto, minacciando ritorsioni legali pese. E noi, che da sempre sosteniamo i Poteri Forti alla faccia dei boveri balesdinesi, siamo con lei che ha assolutamente ragione, e dio cane, speriamo li riduca sul lastrico, que’ merdosi.

Questo post è sofisticatissimo, perché arriva dopo una settimana di esperimenti, e rivela che un sito se non viene aggiornato riceva ancora più visite perché la gente si connette di continuo nella speranza di un aggiornamento, e dunque dimostra che la società è drogata d’informazione e quindi chi detiene i rubinetti della società è il più grande spacciatore del mondo e quindi, in poche parole, ho dimostrato che Rupert Murdoch vive in Colombia e tira di coca dal culo delle negre assieme al subcomandante Marcos. QED.

Per il resto, aggiungo qualche buzzword strategica per attirare gente.

Wikileaks.

Finiani voto fiducia 14 dicembre.

Proteste studenti decreto Gelmini.

Tredicenne scomparsa Bergamo.

Sarah Scazzi Avetrana (è stato il negro, lo ripetiamo).

Assange.

Bene, direi che siamo arrivati in fondo bene e dunque potete anche andarvene tutti quanti a fare in culo (a meno che non siate fan dei Valient Thorr).

Foto che non ho scattato io, e che viene da un altro concerto ma dello stesso tour

Sonny Rollins oggi ha ottant’anni, e li dimostra tutti – curvo, claudicante, sembra che il peso del sax tenore possa spezzarlo a metà da un momento all’altro. Attacca a suonare verso le nove e mezzo, in un Europauditorium gremito, e andrà avanti per ben due ore. La band è, grosso modo, la stessa che lo accompagna da tempo: il fedelissimo Bon Cranshaw al basso, Russell Malone alla guitarra (personalmente lo preferisco a Peter Bernstein), Kobie Watkins alla batteria e Mardoqueo Figueroa alle percussioni. L’avvio in realtà non è dei migliori, lo show è aperto da un calypso (che non riconosco ma poco importa), Sonny a volte appare incerto, emette note traballanti e quando prova a squarciare i fraseggi più lenti con sventagliate ad alta velocità sembra a corto di fiato. Speriamo bene, mi dico, e credo che molti dei presenti abbiano avuto pensieri dello stesso tipo. Dieci minuti dopo, a fine brano, gli applausi sono comunque scroscianti, perché vogliamo tutti bene a Sonny. E tutte le speranze si riveleranno ben riposte, perché dal secondo brano, un torrenziale blues tinto di Caraibi dalle pennellate della chitarra di Malone e dal reticolo di percussioni, il Colosso si rivitalizza, il suo fraseggio si fa robusto e sicuro su tutta l’estensione, quei bassi da vaporiera e quegli attacchi taglienti si combinano in mille modi con glissandi e un vibrato quasi subliminale, come un’evocazione del maestro Coleman Hawkins. E’ fatta, ora Sonny si è scaldato e può cominciare a sbriciolare culi con grande generosità e ammirevole scioltezza. La band si coagula in un’onda ribollente di ritmi afrocaraibici su cui il leader può volteggiare a proprio piacimento, libero di prendere i temi e trasformarli, scomporli e modificarli con la sua classe inimitabile, come se li passasse attraverso una serie di specchi deformanti che alla fine restituiscono un’immagine chiara, nitida e bellissima. C’è spazio per una ballad, You don’t know what love is, anch’essa latinizzata e carica di atmosfera, in cui Sonny ad un certo punto suona senza accompagnamento e vola in un uragano di lick e brevissime citazioni che si susseguono senza pause. Ad un certo punto si ferma, si rivolge al pubblico ed esclama “What the fuck am I doing? I don’t know!” e lo dice in maniera tanto spontanea e buffa che ci mettiamo tutti a ridere, così come nel “Oh, whatever!” di pochi secondi dopo. Due i bis, una lunghissima St Thomas e un’ancora più lunga Don’t Stop The Carnival, super funky e trascinante, con Rollins a suonare di fronte al pubblico che nel frattempo aveva lasciato i sedili e si era accalcato a ballare sotto al palco (me incluso ovviamente). Sicuramente il modo migliore per concludere una serata meravigliosa, e la conferma di come una musica tanto complessa, ok, ma anche tanto ritmata e vitale la si goda molto meglio in piedi e liberi di muoversi.

Nel 2010, Sonny Rollins è certo vecchio nel corpo, ma lo si nota solo quando cammina e si muove. La sua mente è ancora lucida, però, ed è capace di dar vita a spettacoli di livello siderale ancora oggi. Sonny Rollins è uno degli ultimi titani di un’era ormai tramontata. Tornasse fra un mese ci riandrei. E chi non ci va, il budello di su’ ma’.

Uno dei motivi per cui la gente va sull’interwebs sono le donne nvde. Uno dei motivi per cui uno viene su questo blog, anzi, l’unico, pure. Ora, come avrete notato se non siete proprio teste di cavedano, è che qui ci garbano le donne con tante pvppe. Avrete notato che le foto delle bellezze che adornano i vari post sono beccate da vari meandri dell’interwebs e quasi mai riguardano pornostar scolpitoplasticate o stelle mainstream – questo per il semplice fatto che raramente le une o le altre soddisfano il mio gusto, che coincide con la donna formosa & sorridente, solare. So anche di non essere il solo a pensarla uguale. So anche che molte di queste donne con cui adorno i post hanno ottenuto fama sull’interwebsz, costruendosi un culto personale mediante pubblicazioni di foto qua e là che poi attirano verso il sito principale, che a sua volta può essere un trampolino di lancio per attività da modella, ospite, valletta. So anche che in giro c’é pieno di interviste a pornostarsz e a starlette varie, ma nessuna ad un tipo particolare di bellezza: la pin-up internettara, quella ragazza che si mette in mostra senza eccessi e pesate puntando su un erotismo piuttosto vecchio stile anche  solo rispetto alla pubblicità media di oggi, ed esclusivamente via web. E allora, l’idea geniale, cercare di intervistare qualcuna di loro. Detto fatto, Wendy Fiore ha risposto di buon grado all’invito, e di conseguenza alle domande qui sotto.

Per prima cosa, potresti presentarti?
“Certamente, il mio nome è Wendy Fiore e sono originaria di Chicago, Illinois.”
Leggendo i tuoi post sulla tua pagina MySpace (non più attiva se non per mantenere link, ndr) è evidente che tu sia una ragazza che ha letto e studiato, ed è sveglia.  Tuttavia un osservatore superficiale e maligno potrebbe dire che è impossibile, altrimenti non avresti cominciato a mostrarti in bikini in giro per il web. Zittiscilo…
“Perché quello che faccio dovrebbe automaticamente qualificarmi come stupida o ignorante? Per prima cosa, non sono qui per fare felici tutti, e neppure per assicurarmi di piacere a tutti – so benissimo che non succederà mai, e la gente penserà comunque ciò che vuole, ma forse anziché saltare immediatamente alle conclusioni o trarre giudizi falsi o negativi, quella stessa gente potrebbe fermarsi un minuto a riflettere ed ascoltare a mente sgombra, e forse anziché disprezzare o odiare inzierebbe a comprendere. Oh certo, in un mondo ideale… una ragazza può sognare, vero?”
Hai aperto da poco il tuo sito personale, ma la tua web-notorietà risale a qualche anno prima, quando sono circolate in rete alcune tue foto scattate a party nei locali di Chicago. Cosa hai pensato, la prima volta che hai visto tue foto in giro per la rete?
“E’ stato molto strano, non avrei mai pensato che le persone potessero interessarsi tanto a me. Fino ad oggi mi risulta difficile capire questo meccanismo fino in fondo, penso di essere una ragazza normale, eppure sembra che molti la pensino diversamente…”
Successivamente sono arrivate le foto per SportsByBrooks, un sito di sport con foto di bellezze della porta accanto, o in ogni caso non professioniste. Com’é iniziata quella collaborazione?
“Brooks mi ha contattata via MySpace e poi ci siamo incontrati quando sono passata da Los Angeles. Ci è voluto un po’ prima che lavorassimo insieme, forse addrittura un anno, comunque tutto ciò che ne è venuto fuori mi rende davvero orgogliosa.”
Ti ricordi della prima volta che ti hanno riconosciuta per strada? Che hai pensato?
“Sì, ricordo bene, una sensazione davvero strana. Perché mi sembra sempre così fuori dall’ordinario che una persona come me venga fermata e riconosciuta in giro. Però era ed è ok, fa piacere incontrare persone che hanno qualcosa di carino da dirti.”
Le tette vendono e tutti comprano. Avere grandi tette su un corpo magro ha reso la Chicago Party Girl sempre più famosa. Quando hai deciso di alzare la posta e fare la fotomodella, con tanto di scatti di qualità professionale, partecipazioni a convention, radio etc.?
“Ho preso questa decisione circa un anno fa. Mi ci è voluto un anno per realizzare un sito esattamente come lo volevo, così c’é stato molto lavoro dietro le quinte prima di poter partire, ma sono felice che sia venuto tutto come da programma.  Meglio fare bene e senza fretta. Ora ogni cosa va alla perfezione, quindi posso essere contenta delle mie decisioni ed eccitata per quel che mi si prospetta.”
Riesci a vivere con la tua attività di modella, oggi? Cosa facevi prima, nel caso?
“Sì, ora ce la faccio. Prima lavoravo come capo settore per alcuni negozi di moda, e prima ancora come manager di ufficio, ma adesso che sono molto impegnata col sito e la pianificazione delle mie attività faccio qualcosa che è pure divertente e mi permette di entrare in contatto diretto con la gente. In più ho avuto l’occasione di conoscere varie ottime persone lungo la via, persone che adesso sono orgogliosa di chiamare amici.”
Non hai mai fatto nudi integrali e, come Denise Milani o Jordan Carver, hai scelto un approccio vecchio stile, senza andare oltre il bikini. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, è un approccio che ha molti sostenitori che crescono giorno dopo giorno. Perché secondo te questo tipo di modella sexy-senza-esagerare ottiene tanti responsi oggi, con internet che trabocca di porno gratuito?
“E’ difficile da dire. Oggi il sesso viene venduto dappertutto. Ma me lo stavo chiedendo pure io qualche giorno fa, mentre leggevo dei problemi che sta avendo Playboy… Ricordi quando Playboy era considerato un giornale ‘di classe’? Un giornale che ritraeva alcune fra le donne più belle del mondo in pose sexy, ma sempre con grande gusto? Non dico che non sia più così, però oggi è difficile trovare donne che siano sexy perché ormai è tutto così volgare. Ora mi sembra che l’interesse sia verso donne fatte come Barbie di plastica, con quel naso all’insù, le labbra finte e un fisico quasi da ragazzo perché non hanno carne sulle ossa, finché non arriva un seno di silicone… e nessuna di loro pare più una vera donna, sono tutte giovani, finte e volgari. Tornando alla domanda, forse la gente vuol vedere sì belle donne, ma che siano appunto donne. Così, invece di una delle milioni di ragazze disposte a tutto davanti ad un obiettivo o ad una telecamera, c’è chi preferisce la ragazza più bella e naturale, e con quel tocco di classe che oggi è praticamente inesistente. Non sono poi così sicura che la ragione sia questa, ma ho sempre pensato che lasciare un po’ di spazio all’immaginazione sia più divertente che svendere tutto.”

Vedi Denise Milani (sx nella foto) e Jordan Carver (dx nella foto) come colleghe o rivali?
“Le considero colleghe, Denise l’ho incontrata molte volte e la ammiro davvero molto. E’ una persona davvero straordinaria e di una bellezza incredibile, e mi piacerebbe pure lavorare con Jordan, anche lei è strepitosa. Non penso che ci sia rivalità fra di noi, o almeno spero che non ce ne sia – per quanto mi riguarda, auguro tutto il meglio ed ogni felicità ad ognuna di noi.”
Ti capita di rifiutare brutte proposte, oggi? E non dico da parte di fan, ma di professionisti del porno…
“Assolutamente sì. Diversa gente mi ha avvicinata per portarmi in quel business con la promessa di un sacco di soldi. E’ un campo molto strano per me, non credo che arriverò a capirlo mai.”
Le tettone sono sempre piaciute, tu comunque non sei del tipo stereotipato col fisico modellato in palestra/galleria del vento e ritocchini vari. Pensi che i media mainstream ti darebbero mai una chance, nel caso tu bussassi alla loro porta?

“In realtà in palestra ci vado, anche se non quanto dovrei, perché credo sia importante condurre una vita ragionevolmente salutare, ma tornando alla tua domanda non ne sono sicura. Non so se sono quel tipo che può essere rifiutata dai media normali per via di un tipo fisico non conforme. Avere un seno grande è una cosa, ma il mio è davvero un altro livello di ‘grande’ e quindi non saprei proprio fare pronostici attendibili; sarebbe divertente avere una chance e provare, ma ho imparato a mie spese che con me non ci sono mezze misure, è amore o odio a prima vista.”
E se una produzione cinematografica, dopo essere incappata sul tuo sito, ti contattasse per il ruolo della tettona stupida affettata per prima dal serial killer di turno, o della bellona altrettanto stupida che viene poi superata in intelligenza e maturità dalla protagonista bruttina?

“Penso che accetterei senza problemi, soprattutto perché sarebbe un’esperienza del tutto nuova – io stessa ci ho scherzato sopra per anni! Se qualcuno mi offrisse la parte della scema, imbranata almeno quanto lo sono io a cose normali, penso che dovrei cogliere l’opportunità.”
Ci viene spesso ripetuto, da politici, esperti, giornalisti e -ologi vari, che i media volenti o nolenti impongono un canone estetico a cui la maggior parte delle persone tende a conformarsi. La rete ci permette di osservare una realtà diversa, dove la gente paga per vedere bellezze molto diverse dalle solite celebrità e icone di successo. Dov’é il trucco?

“Mi rendo perfettamente conto di quanto suoni clichè quello che sto per dire, ma per me sono le nostre reciproche differenze a renderci umani. Le differenze dovrebbero essere celebrate e accettate, sono le uniche cose che ci rendono individui, e tutti abbiamo differenti gusti e opinioni per ogni cosa – anche per l’aspetto fisico, ma se qualcosa non ci piace non mi pare giusto rinfacciarlo. Sono le differenze a darci diverse prospettive sulla vita e da ogni diversa prospettiva e opinione possiamo imparare qualcosa, quindi non so come ragionino tutti gli altri ma per me è importante avvicinarmi alle cose con la mente aperta. Un sacco di gente è bravissima a parlare ma non sa ascoltare, magari ti sente, ma non ascolta affatto ciò che dici.”
E’ differente la celebrità su internet da quella in tv, al cinema e nel gossip?

“In un certo senso. E’ diverso, per me è qualcosa di strano ma non è semplicemente un altro tipo di celebrità. Internet ha cambiato il mondo e il nostro modo di vedere le cose. Siccome internet è un mondo virtuale, che fisicamente non esiste, ha disinibito le persone rendendole molto più crudeli di prima, molto più di qualsiasi altra forma di media. Ci sono milioni di posti dove dire tutto quello che vuoi, qualsiasi cosa tu voglia che la gente pensi, non c’è quasi niente che sia sincero nella sua assenza di credibilità. Internet è alluvionata da ogni tipo di informazione falsa, non riesco a capire perché qualcuno dovrebbe desiderare la celebrità, soprattutto oggi, quando è impossibile tenere le informazioni personali private.”
Farti vedere su internet ha un ovvio contrappeso, probabilmente – commenti negativi, insulti, voci incontrollate. Tempo fa c’era stata un problema fra te ed un sito di gossip, ma posso immaginare la quantità di illazioni e cattiverie gratuite che la gente ti dice alle spalle, o sui forum e siti su cui non puoi avere alcun controllo (un esempio qui).  Che ne pensi?
“Penso che gli esseri umani siano fatti così, non ci possiamo fare nulla. La maggior parte delle cose che leggo sul mio conto sono false, e se qualcuno volesse sapere qualcosa su di me farebbe meglio a chiedere direttamente. La gente può scrivere quello che vuol farti credere, ma a me non interessa obbligare nessuno ad apprezzarmi. Alla fine so benissimo chi sono e di chi mi possa fidare, ed è tutto quello che conta. Penso tuttavia sia un peccato avere questa tendenza a dimenticare le cose buone e ricordare solo le cattive.”
Perché si tranciano giudizi in maniera più violenta e lapidaria che mai, oggi, nell’era del reality show e di internet? Personalmente, credo che non importa quanto si sia cosmopoliti in apparenza, in realtà l’umanità nel suo complesso abbia un arretrato villaggetto rurale nella sua testa collettiva.
“Ahahah, sono d’accordo. La gente è troppo veloce nel giudicare e troppo timorosa di guardare nello specchio. Siamo umani e facciamo tutti degli errori, non siamo perfetti. E’ veramente brutto che ora chiunque sia personaggio pubblico debba vivere la sua vita sotto un microscopio. Personalmente applaudo quelle persone perché non penso che metà di coloro che li giudicano tanto duramente potrebbe sopravvivere per un anno al loro posto. C’è un pezzo di Bob Marley che mi viene sempre in mente a riguardo,  ‘Judge Not’. Dice, ad un certo punto: ‘Chi sei tu per giudicare me e la mia vita? So di non essere perfetto e non pretendo di esserlo. Così, prima di puntare il tuo dito, assicurati che le tue mani siano pulite.’”
Alla fine sembri essere una ragazza felice e rilassata: ti godi, giustamente, quello che ti sta accadendo al momento senza preoccuparti troppo  di avere successo di massa e soldi facili. Qual’é il segreto del tuo equilibrio?
“Rilassata e felice è il modo in cui voglio continuare a vivere. Ho imparato che la semplicità è la chiave della mia felicità, ci sono meno cose di cui preoccuparsi. Non penso ci sia un segreto, è solo una questione di essere in pace con sè stessi. Sono scesa a patti con errori che ho fatto in passato, e ho perdonato chi mi ha fatto dei torti – spesso è meglio bendare la ferita, lasciar perdere e andare avanti.”

In anni di interviste a musicisti metalz che spesso dicono sempre le stesse cose, questo è un bel passo avanti, no? Qui si ruleggia a smerdo, cari miei.

Ecco. E ora la bestemmia mi ci sta male, non vorrei suonasse come lesa maestà.

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