Archive for marzo, 2011


Scena n.1.
Pausa pranzo al lavoro, nella settimana del Festival di Sanremo. La sera prima c’è stato il discorso di Benigni, che il qui presente non ha cagato di striscio. I discorsi, sommati insieme, vanno tutti verso questa direzione: che bella la cultura guarda Benigni che ci spiega la rava e la fava dell’Inno di Mameli e poi in Italia abbiamo fatto delle cose strafighe guarda qui le opere di Puccini e la Divina Commedia e il Botticelli e la Torre di Pisa oggi non si fa più un cazzo, ma anche nel resto del mondo eh, oddio lì si fanno delle costruzioni e delle robe che magari fra due o trecento anni saranno considerate opere d’arte chi lo sa.

Scena n.2
Pochi giorni dopo la scena n.1, cena a casa dei miei, c’erano pure amici loro. Un commensale, solitamente ostile a tutto ciò che è nazionalpopolare, mi fa ad un certo punto: l’hai visto Benigni l’altra sera? E io, no, non ho guardato Sanremo. E allora: eh, vedessi che spettacolo, ha fatto una lezione di storia e di cultura, la metrica dell’Inno di Mameli, una roba incredibile, e la celebrazione dell’Unità d’Italia, e me lo scarichi dall’interwebs che me lo riguardo?

Scena n.3
Più recentemente, Riccardo Muti protesta per i tagli ai teatri, che senza soldi non possono andare avanti. Riccardo Muti è un direttore di stampo conservatore, fa esclusivamente repertorio consolidato e la sua protesta (comunque condivisibile) trova immediata eco presso chiunque faccia fatica a distinguere la cultura con l’erudizione, il che non significa Muti stesso ovviamente, ma parecchi commensali che erano presenti alla scena n.2 sì.

Appendice A: sarebbe meglio che in tv ci fossero le ballerine che fanno il Lago dei Cigni al posto di Belen. Io leggo Kant/Sartre/Balzac prima di andare a dormire. Oppure lo leggerei. La musica è morta. La letteratura è morta. La morte è morta.

Appendice B: i protagonisti delle scene 1 e 2 sono tutti quanti professionisti laureati di età variabile dai 30 ai 70 e oltre. Nessuno di loro ha proferito le frasi dell’appendice A, ma ciascuno di loro potrebbe dirle con convinzione in qualsiasi momento.

Le tre scene, con relative appendici, sono statisticamente poco rappresentative di una tendenza nazionale. Però si accordano mirabilmente con una teoria che vado formulando da tempo: la mancanza di cultura in Italia, fra la gggggente, è tale per colpa della cultura stessa. Autogol, ma è proprio così. Fateci caso, il concetto di cultura, in Italia, comprende solo ed esclusivamente il consolidato: il classico, che te lo insegna la scuola, e ciò che al momento si ritiene culturale (oggi per es. Camilleri o Saviano). Basta. Indagare sui perché e sui percome di questo squallore non è facile, ma credo che gli indiziati siano in realtà pochi: secoli di cristian-cattolicesimo, ansia da distinzione, intellettuali che ci sguazzano, poche risorse.

E' Leanne Crowe, così non me lo chiedete nei commenti.

La cultura cattolica si innesta su un meccanismo altamente perverso avviato, credo, da Platone, almeno in occidente. Un meccanismo secondo cui il corpo e la fisicità sono ignoranza e dimonio, mentre la mente e l’anima sono sempre più vicini alla verità e a dio cane. E’ autolesionista, è demenziale, è stupido, è totalmente idiota nonché crudele: la nostra vita la viviamo nel corpo. Sospendiamo per un attimo l’incredulità e ammettiamo pure che ci sia dio, la vita dopo la morte etc etc. In ogni caso, la nostra vita terrena la viviamo nel corpo, tramite esso la cultura si crea e si fruisce… e lo dovremmo rinnegare, aborrire?!? In breve, l’orizzonte del piacere è bandito. Se l’esperienza estetica comporta del piacere, del “divertimento”, un condizionamento culturale vecchio di secoli e scemo come l’acqua ci obbliga ritenerlo qualcosa di deteriore, da mettere in secondo piano rispetto ad una Vera Arte fatta di ascesi e contemplazione e memento mori. Adorno, Horkeneimer e Benjamin hanno buttato, nel ‘900, ulteriore benzina sul fuoco: nella famosa era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte che diventa subito fruibile, capace di muovere un sacco di sterco del dimonio (= danaro) e quindi diventare merce come tutte le altre senza alcunché di Sacro, il prodotto culturale per essere tale deve… tradurre il memento mori in termini laici! Ovvero, se non riesce ad educare ed allargare le percezioni del fruitore (ovviamente stolto), né ad avere rilevanza sul piano sociale, a “diffondere consapevolezza”, allora è robaccia per ottundere le istanze rivoluzionarie. Per molti versi questi signori hanno fallito a capire quel che succedeva loro intorno.

L’ansia da distinzione moltiplica i danni. C’è chi ama distinguersi ostentando ville e macchinone, chi invece ostentando cultura. Tuttavia per ostentare cultura bisogna che la cultura sia riconoscibile da tutti come tale, altrimenti niente. E quindi i classici, almeno dalla scuola dell’obbligo, sono nomi che hanno effetto sicuro, mentre gli esponenti della cultura à la page sono famosi e polarizzano il dialogo sulle posizioni sì/no, e quindi di nuovo li si può citare. Questo al di là del valore in sé: un autore può essere di moda in quel momento e a tutti gli effetti essere pure meritevole (non sto parlando di Paulo Coelho né di Michael Nyman, quindi, per tirare in ballo ex novità di moda). Le persone che ho citato nelle due scene, e i loro equivalenti sparsi per la penisola, hanno deferenza assoluta verso il Classico (che è sempre meglio, non siamo degni, siamo cacchette) e generale stima per il Di Moda (specie se in sintonia con le proprie convinzioni politiche), senza sapere assolutamente niente di tutto il resto. Allo stesso tempo si lamentano che una volta qui era tutta campagna ed è sparita la cultura assieme alle mezze stagioni. In realtà, non saprebbero riconoscere la cultura nemmeno se li investisse. Perché sono al massimo eruditi, ma mai realmente colti; hanno paura di esprimere giudizi che li possano mettere in cattiva luce, così provano dubbio o al limite condiscendenza per tutto ciò che non è ancora stato accuratamente tassonomizzato nel Museo, solo e unico certificatore dell’avvenuto ingresso nel mondo di una Cultura intesa come passato.

Sintomatico come nei più prestigiosi teatri nazionali (la Scala, la Fenice, l’Arena di Verona per es.) i cartelloni, anno dopo anno, siano sempre incentrati sul repertorio consolidato con poche, pochissime eccezioni. Non c’è alcun desiderio di provare ad uscire dal noto, e qui entrano in gioco pure le poche risorse: una spirale fatta di prezzi alti, la paura che un cartellone “rischioso” (= che vada oltre i tardoromantici) non richiami pubblico, la necessità di andarci per lo meno pari. Del resto molto pubblico ha un’irragionevole paura di non capirci un cazzo, perché memento mori. E quindi, se per caso scoprissero musica contemporanea E bella, con serenità e senza pungoli e lezioni da parte di dotti ed eruditi, penserebbero automaticamente che si tratta di roba di seconda scelta che insomma mica può competere col Museo, eddiocane.

L’abisso che c’è con gli Stati Uniti, da questo punto di vista, è pauroso, basta vedere figure come Michael Tilson Thomas o John Axelrod, o istituzioni come il Lincoln Center o la NWS. E senza figure e istituzioni simili (ci sono parecchie orchestre che commissionano opere nuove, laggiù), non c’è alcuna speranza per giovani compositori. Questo per tacere di come, alla resa dei conti, la musica non accademica sia ancora disprezzata: tante belle parole, ma il rock è sempre la robaccia per casinari e al massimo si salva ciò che più approssima il memento mori, tipo le tronfie palloserie dei Pink Floyd, mentre quello originale, creativo e riuscito MA casinoso no e no. E il jazz pure lui non se la passa tanto bene, può andare per spararsi pose, ma se non si è del giro viene difficilmente tollerato a meno che non faccia da sottofondo ad una degustazione di prodotti bio.

Gli intellettuali, che dovrebbero in teoria sondare e cartografare l’ignoto, fornire chiavi di lettura inedite e stimoli interessanti, fanno l’esatto contrario e sono ormai perfettamente integrati nello sterile dibattito mongoloidico di sopra, forse perché consente di campare più facilmente reiterando a livello mediatico le chiacchiere di tutti noi giù al bar (o sul blog). Il loro ruolo è ormai diventato quello della reazione più ottusa, visto che sembrano tutti ormai pronti a giurare pasolinianamente che il mondo antico era una figata e ormai siamo schiavi della merda e dell’assenza di valori voluta dal mondo capitalista e sarebbe meglio tornare all’antico che c’avevamo pure l’Ariosto e Vivaldi e Leonardo Da Vinci e Giuseppe Verdi e gli altri no, tiè! Chiaro che, quando devono valutare produzioni artistiche nostrane, privilegeranno tutte quelle intrise di memento mori. Del resto, libri, film, musica italiana vanno tutte in quella direzione, perché il serpente si morde la coda dopo averci avvelenato i coglioni. Stando così le cose, intellettuali e colti assortiti non potevano che versare lagrime di gommozzzione per Benigni a Sanremo: Benigni, quello che recita Dante, che va a Sanremo, a discettare di testo e musica di quell’inno che fino a due secondi prima faceva venire la merda al culo a chiunque non fosse della Folgore!!1!! Questa è la cultura! Ewwywa!!1!!1!

Non vedo molte uscite da questo panorama desolante, visto che ci sono anche fin troppi feudi politicizzati da difendere. Esistono pugni di valorosi, ma sono casi fin troppo isolati. Vedi la programmazione del Teatro Manzoni di Milano per la sempre eccellente rassegna Aperitivo in Concerto, vedi musicisti di talento come Mauro Ottolini o Caterina Palazzi o Giovanni Falzone, vedi formazioni rock come gli Zeus!. Tuttavia finiscono per disperdersi nel mucchio, li conoscono solo gli appassionati, e nel caso arrivassero altrove si beccano il muro di diffidenza in quanto estranei al Museo. Lo stesso si potrebbe fare, credo, per qualsiasi altro ambito (tranne forse il cinema che è ai minimi storici mondiali).

Concludo con un tentativo andato a male. Due anni e mezzo fa fu organizzato un concerto al Senato. Un’occasione importante. Con un certo criterio e amor proprio, si sarebbe potuto commissionare un nuovo lavoro da presentare per l’occasione; non so, magari al Mauro Ottolini di cui sopra, che è in gamba e avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di interessante, o volendo il marchio d’autorevolezza a Ennio Morricone. Invece, come ben sappiamo, l’ha spuntata l’orrido Allevi. Fraggaboom!

Non ho le conoscenze minime indispensabili per discettare della situazione libica corrente in termini miliari e geopolitici, quindi non lo faccio, segnalandovi piuttosto un paio di uscite interessanti sull’argomento (Wolfstep e London Alcatraz). Preferivo semmai rivolgere le attenzioni ai turbini di sbroc che si addensano all’orizzonte, perché c’è veramente da scoppiarsi in due il culo dal ridere i giorni pari, e irrorare copiosamente col napalm le teste di cazzo i dispari, o viceversa, tanto i risultati sono gli stessi.

Io credo che i pacifisti, come tutti gli -isti, siano dei grandissimi e molestissimi idioti. “Fì ragaffi, la guerra è bruffa!!!!1!!1″ stile Liga-Giova-Pelù ilmionomeèmaipiù è sola chiacchiera vuota. Posto che la guerra non sia una bella cosa, non è neppure possibile escluderla dall’orizzonte rubricandola alla voce “inciviltà”, dando per scontato che oggi siamo così civili mica come ai tempi di XYZ. Stronzate. La guerra, come disse Carl Von Clausewitz, è la prosecuzione della politica con altri mezzi, noti altresì come mazzate, necessari al fine di piegare la volontà della parte avversa. Come ogni ricorso alla violenza, è l’unica soluzione in caso sia necessaria la violenza. Dati i costi, umani e materiali, meno ce n’è e meglio è. Dunque le guerre si possono dividere in due categorie, evitabili e inevitabili. Sulla base di questa distinzione neppure troppo originale, l’attuale conflitto il Libia a quale categoria appartiene?

Secondo il mio illuminato e tutt’altro che modesto parere, a quello dei conflitti EVITABILI. Il motivo è presto detto: il Ghedda (pronunziare in milanese, à la Guido Nicheli) aveva ormai il controllo della situazione e stava per scoppiare definitivamente i raudi fischioni in culo ai ribelli. La normalità, accettata e benvoluta fino a poco tempo prima, stava per essere ripristinata, quindi dov’era il problema? Solo che, osservando in maniera più attenta i fatti, si nota subito come questa rivolta libica non sia affatto popolare. Come già detto, la rivolta libica è più una rivolta elitaria, voluta da un’elite libica desiderosa di partecipare ai futuri banchetti di idrocarburi mediterranei senza averci il Ghedda fra i coglioni. Il fatto che la popolazione libica scappi, anziché partecipare allo scontro, non fa altro che corroborare la mia idea. Siccome questa elite borghese imprenditoriale filoccidentale libica ha molto probabilmente/sicuramente accordi con alcune nazioni dell’ONU (Francia e UK, a naso?), e siccome il Ghedda, contrariamente alle previsioni, gli ha piallato i mercenari, ecco che parte l’attacco.

Lo sbroc arriva nel momento in cui la parola “guerra” interagisce col politicamente corretto e la pratica del mirror climbing seguita da reverse engeneering e compulsive cazzing. Data la (fallibile, ok) spiegazione di cui sopra dei motivi di un intervento militare che razionalmente parlando parrebbe del tutto evitabile, perché lo sbrocverse, capitanato dalle varie Concita de Gregorio e solitamente a favore della Pace senza se e senza ma, appoggia l’intervento militare? Stando al sommario di ” “Psicologia For Dummies” For Dummies”, per il solito cocktail di stupidità e malafede. Perché:

1) Il Ghedda era amico di Abberlusconi che l’aveva accolto facendogli portare le amazzoni scosciate e quindi bombardare il Ghedda, in fondo, è un po’ come bombardare Abberlusconi, anzi, siccome gli sbroc rispettano le tradizioni e le culture altre, non sia mai che il vudù…

2) La rivolta! Il popolo in rivolta! Il pueblo unido jamais sarà vincido! Dobbiamo aiutare il glorioso Popolo Libico a rovesciare il Tiranno (antiimperialista a corrente alternata, per gli sbroc)!

Il punto 2 è una merdata di tali proporzioni che ha subito attirato sciami di mosche, entusiaste che il Popolo venisse liberato dal Tiranno. Peccato che il Popolo con quel Tiranno ci campasse più che bene e non avesse la minima intenzione di cambiare un cazzo e che le truppe degli insorti siano andate a nascondersi fra le tribù libiche favorevoli al vecchio re libico, che il Ghedda stesso cacciò via a sassate negli stinchi quando prese il potere. Grasse risate per tutta la famiglia, garantite al limone.

A margine, vorrei far notare una cosetta. C’è ancora gente, al mondo, che parla in termini di globalizzazione. “Eh, la globbbalizzazzzione, è colpa della globbbalizzzazzzione”, lagnano in genere quelli che non hanno più la bottega del ciabattino sotto casa. Questi mongolitici non si rendono conto affatto che il progetto della globalizzazione è definitivamente tramontato. Episodi come quello della Libia e in generale il rafforzamento del Medio Oriente affacciato sul Mediterraneo, la crescita di Cina e Russia, l’Iran ne sono segni inequivocabili: le identità locali sono sempre più forti e risolute, altro che storie. Queste nazioni decidono per i cazzi loro come e a che condizioni interfacciarsi con noi. Chiedersi “ma gli arabi sono pronti per la democrazia?” sorseggiando succo di melograno con un disco di Kitaro sullo sfondo è una stronzata: interagiremo con gli arabi che vivranno secondo i loro usi. Se questi usi, come spesso succede, sono barbari e fanno vomitare la merda, non sono cazzi nostri – possiamo prendere a calci in culo gli arabi che fanno gli stronzi qui da noi , ma non cambiare gli arabi a casa loro perché “la demograzzia la demograzzia son preoccupato per la demograzzia arabbica”.

L’ho già detto un sacco di volte, ma se l’evoluzione non avviene nei loro cervelli, non ha alcun senso, e se gli piace restare nel medioevo, ci restino. Non siamo in condizioni di imporre. Traffichiamo e basta. L’era multipolare è il futuro, chi ancora ciancia di globalizzazione solo perché a Dubai c’è un altissimo Coca Cola Index non ha veramente capito un cazzo ed è un coglione col disco rotto.

Premessa: la rubrica delle Pellicole Decrittate tratta solo ed esclusivamente di film mai guardati. Si basa sull’assunto che, da pochi elementi tratti dalla cartella stampa (trama, attori, produzione, nazionalità, sponsorizzazione) sia possibile a priori stabilirne pregi e difetti.

Qui le essenziali categorie dello spirito (Synossi, Morale Implicita, Giudizio Finale) si liquefanno come diarrea al sole. Voglio dire, in questo film ci sono:

- ragazze semisvestite con armi;
– robottoni;
– draghi sputafuoco;
– battle mech;
– samurai di tre metri con mitra gatling;
– fotografia pazzesca;
– un tocco artistico unificante folle da urlo;
– esplosioni totali;
– la violenza come soluzione ai problemi;
– musica roboante, si vocifera con un impatto da musical;
– il tutto pensato, voluto, pianificato e diretto da Zack Snyder.

Cioè non so se rendo, ma siamo in pieno bullismo totale, questo è il più grande film della storia del cinema e chi dice il contrario è un negro.

Difficile, negli ultimi tempi, non aver sentito niente di Caro Emerald, perché la sua Back It Up la si sente di continuo nel nuovo spot Wind. La canzone mi piace, è molto groovosa e fluida, lei c’ha una bella voce, gli altri videi/canzoni che ho visto/sentito pure e bla bla bla, ma la faccio corta perché non è di questo che voglio parlare, o meglio non del tutto. Oh, sto per perdere il filo del discorso, dio ornitologo. Ah ecco, l’ho ritrovato. Caro Emerald, questa ragazzona olandese che non rientra certo nella definizione di figa atomica, pur potendo vantare un bel viso e pur sapendosi muovere in maniera sexy. Precisamente qui entra in giuoco una discussione facebookara di oggi: un amico pubblica il video di Stuck, una sua amica scrive “cmq la stimo, almeno passa il messaggio che non devi necessariamente essere bonissima !”

Dove sta il problema, posto che non appena sento la parola messaggio la mano corre alla .357? Beh, sta lì e non solo. Perché se Caro Emerald non è necessariamente bonissima, Caro Emerald ha una serie di qualità: sa cantare & interpretare, sa portare con eleganza il suo fisico, sa essere sezzi, e mettendo insieme tutte queste doti e delle buone canzoni, video accattivanti e un’immagine vincente, fa epic win. C’è star power in lei come c’è in Rihanna, solo che i parametri sono diversi e il prodotto si diversifica. Quello che invece non cambia è la risposta corretta alla retorica del “se non sei bella non vai da nessuna parte gne gne gne sbroc sbroc sbroc”

Se non ha un cazzo di dote o qualità spendibile come punto di partenza per creare una professionalità, non vai da nessuna ed è inutile piagnucolare dell’ingiustizia del sistema. Perché, in questo caso, la giustizia del sistema fa giusta strage di derelitti. Ditemi voi se la maggior parte delle ragazze sovrappeso ma con un bel viso che conscete avrebbero la minima chance di fare come Caro Emerald, o le bellone del paese che però alle 19 loro staccano se riuscirebbero a sviluppare le qualità di entertainer e la professionalità di Rihanna o Shakira. Bisogna saper fare, dio zombi, e il sistema falcidia via, al 90%, chi non ha niente da dare, e giustamente.

Aggiunta successiva alla pubblicazione: il post che segue si basa sulle informazione reperite alle 9.30 di mattina del 15/03/2011, e non tiene conto ovviamente di come si sia evoluta la situazione dopo.

Due cosette da notare:

1) Un sacco di giapponesi ha perso tutto, e di che si parla? Nucleare sì, nucleare no, Abberlusconi sì, Abberlusconi no, energie verdi e slow food. Che bella umanità.

2) I numeri, questi sconosciuti. Perché davvero di gente in grado di trarre qualche conclusione dai dati non ce n’è, dio rumba, meglio l’isteria e prepararsi a vivere nel bunker perché dopo l’inevitabile catastrofe nucleare prossima ventura arriveranno i predoni stile Mad Max a portarci via le ultime riserve di Stracchino Nonno Nanni. No, davvero, ci vorrebbe un bel corso di andata in culo senza ritorno.

Mettiamo insieme questi dati:

- 55 reattori nucleari attivi in Giappone;

- 9,0 Richter (“Devastating in areas several thousand miles across.”);

- 3 reattori danneggiati nella centrale di Fukushima, uno dei quali ha subito danni alla struttura di contenimento causando un incidente di livello 4.

Ora, cosa dovrei trarre dal fatto che 1/55 dei reattori di una nazione colpita da un terremoto di 9,0 Richter ha causato un incidente nucleare di livello 4, che è pure nettamente inferiore al bilancio dei danni causati dal terremoto medesimo? Semplice.

Dovrei trarre la sicurezza del nucleare.


Non la rievocazione del fantasma di Chernobyl (centrale situata, lo ricordo, nel terzo mondo), non le cazzate della Merkel, non lo sbroc, che magari ci si potesse fare un motore, etc. Madonna jena, noi non abbiamo neppure il problema dei terremoti! E non solo: i giappi hanno subito due bombe atomiche, tuttavia questo non gli ha impedito di ricorrere con successo all’energia nucleare. E non risulta da nessuna parte che in Giappone crescano mutanti come funghi perché Hiroshima e Nagasaki e le centrali.

Naturalmente, per un resoconto serio e dettagliato di danni e controdanni e casini ci vorrà del tempo e finché non arrivano dati veri si resta tutti un po’ sulla speculazione fine a sè stessa. Tuttavia vedo che non si perde occasione di sbroccare e buttarla in politica prendendo la tangente dell’isteria. Che bello, eh? Sareste da nuclearizzare.

Paul DiAnno, circa 1980, in tenuta halfordiana d'ordinanza

Potrebbe sembrare strano o addirittura impossibile a chi conoscesse solo le loro ultime (= degli ultimi venticinque anni) uscite, tuttavia ci fu effettivamente un periodo in cui gli Iron Maiden erano davvero bravi. La loro ispirazione è andata calando di disco in disco, da che si potrebbe dedurre (correttamente) che il primo album sia il più riuscito. Particolare assai rilevante di quel primo album, Iron Maiden, come del successivo, Killers, è Paul DiAnno, cantante originale della Vergine di Ferro, dotato di una voce calda, ruvida, espressiva, estremamente viscerale, molto meno monotona e spaccapalle, in una sola parola migliore, di quella del più celebre Bruce Dickinson. Ecco, Paul DiAnno fu cacciato a zoccolate dagli Iron Maiden perché la sua tossicità lo rendeva sempre più ingestibile, al punto di compromettere la riuscita dei concerti.

Paul DiAnno, oggi: grasso, pelato, tatuato, afono, ma gli vogliamo sempre bene.

La carriera di Paul DiAnno post-Iron Maiden è sempre stata fallimentare, fra band metal di terz’ordine (Battlezone, Gogmagog, Killers), oscillazioni fra vecchio (riciclo di sonorità Maiden/Priest…) e nuovo (…con l’aggiunta di elementi presi da Pantera/Slayer/Metallica), un tour in Giappone coi Praying Mantis, e infinite esibizioni in bettole per una tazza di semolino cantando all’infinito le varie Prowler, Running Free, Murders In The Rue Morgue, Wrathchild ecc. ecc., che tanto del resto della DiAnno-grafia non frega un cazzo a nessuno e poi gli Iron Maiden stessi le suonano poco perché cantate da Dickinson fanno schifo. Tra l’altro, come si può leggere nella sua autobiografia, Paul ne ha fatte di cotte di crude, è stato un teppista, uno spacciatore, un vero e proprio criminale in moto sul confine California-Messico o qualcosa del genere in una gang di motociclisti etc, e per anni ha pure vissuto in Brasile mantenuto sicuramente da qualche troja, sniffandosi nel frattempo, oggi come allora, tutte le royalty degli Iron Maiden. Nel suo spettacolo di Maiden-karaoke, accompagnato da sfigati (conditio sine qua non per accompagnare Paul DiAnno) pescati a sorte fra i disoccupati, Paul fa sganasciare perché dichiara a più riprese che il metal in generale e gli Iron in particolare fanno veramente troppo venire la merda al culo e che lui fa quel che fa solo per i fan, perché in Brasile vende tipo dieci milioni di copie ed è ricco sfondato. Troppo divertente. Il livello della pezzenza di Paul è tale che ad un certo punto mi aspettavo indicesse un concorso, del tipo “Ospita Paul DiAnno per un mese a casa tua! La Leggenda degli Iron Maiden”, selezionando alla fine dodici vincitori fra i Maiden lemming cui scroccare vitto e alloggio per un anno di fila. Anzi, è strano che ancora non gli sia venuto in mente. E lo dico perché ultimamente Paul ne ha combinata un’altra delle sue, finendo dritto in galera, e non mi sto inventando un cazzo. Rapina? Spaccio? Favoreggiamento della prostituzione? No, niente di così avventuroso: truffa al fisco.

Paul DiAnno fuori dal tribunale. E non mi sto inventando un cazzo.

In pratica succede che Paul si dichiara invalido dal 2002 al 2008 per via di una sciatica che gli impedirebbe di lavorare, e quindi chiede il sussidio di invalidità al Dipartimento Lavoro e Pensioni britannico. Peccato che YouTube brulichi di filmati risalenti, guarda caso, proprio al periodo 2002-2008, in cui Paul saltella sui palchi della Sagra dello Stinco Arrosto di Compiobbi o al Merdafest di Guadalcanal o che so io. Il governo britannico, non appena ha scoperto questi filmati, non è andato molto per il sottile: ragazzi, correte, c’è un culo da scoppiare. La morale? Paul è invecchiato, visto che contrariamente alle aspettative si è dichiarato colpevole di frode per 45.000 sterle e si prepara ad scontare i suoi nove mesi di galera. Ma ora che ci penso: vedrai a Paul non pare il vero, visto che mangerà, berrà e cagherà gratis per la durata di una gravidanza! Paul wins, ancora una volta!

Era notte fonda quando, a casa dell’ispettore Camogli, squillò il telefono.
“Pronto?”
“Jack, sono Fransi. Sei sveglio?”
“Ora sì, mortacci tua. Dimmi.”
“La contessa de Molibdenis. L’hanno trovata morta un’ora fa. Una dose letale di Autan (o veleno di cobra). Corri subito!”
“Ma perché proprio io? Non ci poteva andare Cacace? O Palinsesti?”
“No, tu. Ricordi il caso Volscro?”
Già, il caso Volscro. E chi se lo scorda più? Lenny Volscro, il più pericoloso sicario della Trinacria, aveva rapito tre bagnanti per farsi consegnare un motoscafo con cui violare le acque internazionali e fuggire al sicuro nei Caraibi. Sfortuna volle che sua figlia Adelina se ne invaghì e scappò con lui, e ad oggi nessuno ne sa più niente.
“Me lo ricordo sì. E’ vero, quella volta potevo fare qualcosa ma ho preferito di no, e tutto per fare uno spregio a quel pezzo dimmmerda di Lampredotti che mi batteva sempre a calcio balilla. D’accordo, vado.”

Villa Molibdenis dominava una vasta area dalla cima di un colle fortificato. Era difficile introdurvisi senza far scattare allarmi, guardiacaccia o trappole di vario tipo e misura, ma non impossibile per un esperto killer – ripensò per un attimo a Paolo Gronchio, suo compagno d’Accademia che poi si votò al crimine. Divenne un virtuoso dell’omicidio su commissione, talmente bravo che quasi gli dispiacque doverlo insufflare di piombo durante la rapina alla Central Bank Of San Guiduglio. Questi pensieri lo accompagnarono fino al cancello della villa, già affollata per il via vai di poliziotti, paramedici e giornalisti. Raggiunse l’ingresso dopo aver aggirato la piscina. “Salve ispettore, me segua, uè chi scta pizz’ c’aa muzzariell’ ce scta a fa na pumarol’en gopp’!” gli disse l’appuntato Esposito, accompagnandolo sulla scena del delitto. Ebbe un mancamento: la contessa era come esplosa dall’interno e tutte le viscere sparpagliate in giro per la stanza. “Un’ovvia conseguenza di morso da gufo marino che qualcuno deve aver introdotto furtivamente nella magione”, pensò fra sé, quando una voce lo interruppe: “Volere gualgosa da bere, zignore?”

Era il maggiordomo Magombo, tutto livrea, guanti bianchi, sorriso discreto, che gli porgeva una coppa di Orloff Gran Riserva 1812. Lo osservò meglio. Un maggiordomo. Una scena del delitto. C’era qualche legame che però gli sfuggiva. Ma cosa? Ma mentre stava per rispondere la molla nella sua mente scattò ancora una volta e capì.
L’ispettore Camogli estrasse il distintivo, puntò la pistola in direzione del maggiordomo ed esclamò: “Arrestate quest’uomo!”

Tutti i suoi colleghi, la scientifica e i paramedici intenti nel loro duro lavoro di raccolta delle prove si girarono di scatto. Già, come avevano fatto a basta dio bestia che palle tanto lo sappiamo, dio cane, è stato il negro, bastava scriverlo in copertina.

"Ho visto tutti i tuoi filmi!"

Una questione che da sempre mi rompe i coglioni è quella dei messaggi nei libri/film/cassonetti. Cioè mi fa proprio vorticare i coglioni a forza 11, anche e soprattutto se la questione viene affrontata da persone che ritengo stimevolissime e letture ancor più piacevoli oltre che frequenti – mi riferisco, nello specifico, ad Elvezio e a Davide, che in tempi recenti hanno posto indirettamente la domanda, rispondendo: quest’opera non va bene e puzza di capra marcia in quanto ideologicamente sospetta. Segue rumore di cristalleria in frantumi, ma in realtà mi s’è rotto qualcosa all’interno dello scroto. La storia è sempre la stessa: oh, questo è il libro X, è fatto così e cosà, ma però che bella morale e che bel messaggio di merda! Siamo sicuri che i giovani debbano leggerlo? E i bambini? Chi ci pensa ai bambini?

Io dico: chi stracazzo se ne frega, dio rospo. Quando valuto un’opera letteraria, ne soppeso pregi e difetti, chiaro, ma sempre valutandola in sé stessa: l’alchimia fra storia, tono, adeguatezza della scrittura, personaggi, svolgimento, in varie e diverse dosi, volta per volta. Ne uscirà un capolavoro, una merda o tutte le sfumature intermedie, è ovvio. E si può criticare, dibattere e argomentare all’infinito su questo, anzi, ci sono legioni di discussioni accademico-fanzinare su praticamente tutto. Trovo sommamente disdicevole, però, quando entra in gioco l’autopsia ideologica. Qui non ci siamo più. E’ vero che un autore non può separarsi al 100% da quel che scrive, chi dice il contrario mente o compila elenchi del telefono. Ma se anche ne traggo “messaggi” o “morali” che non condivido…

Perché trovo che l’importante sia la storia e la sua messa in pratica, non l’insegnamento che se ne possa trarre. Che si tratti di riflusso paranoico da assemblea studentesca anni ’70 o seria convinzione personale di alcuni, dal mio punto di vista è niente più che una stronzata colossale.

L’esempio classico fra i classici è la diatriba su Tolkien, le sue posizione politiche e ideologiche e quanto ne traspaia dal Signore Degli Anelli. Apro, già che ci sono, una parentesi su Tolkien: ci sono molto affezionato per via dell’enorme investimento emotivo fatto ai tempi (1987), con la scoperta de Lo Hobbit prima e del SDA, inevitabile, dopo (“C’è un seguito! Ganzissimo!”). Come dice Davide qui, si tratta sempre di un libro da leggere per via dell’impressionante lavoro di world building, di cui è una sorta di manuale – solo Frank Herbert è riuscito a pareggiare la poderosa creazione della Terra di Mezzo. O almeno, fra quelli che conosco. Da quel 1987 a oggi ho letto quei due libri più volte (dei vari Silmarillion, Racconti Ritrovati, Racconti Scalcagnati etc me ne frego perché sono pallosissimi e superflui). Ogni volta mi sono immerso nel mondo tolkieniano con immutato piacere. Ma al di là del valore affettivo ed effettivo, che considero molto alto, se dovessi portarmi un solo libro fantasy sull’isola deserta mi ci porterei qualcosa di R.E. Howard, Jack Vance o Fritz Leiber. Questo per mettere in chiaro che non sono un fanboyz.

Apriamo la sessione Q&A:

Tolkien è conservatore?
Ok, ma non me ne importa un cazzo.
Mancano figure femminile rilevanti mentre i maschi si riempiono di virili mazzate?
Francamente mi ci pulisco il culo.
Modello di società feudale basato sul sangue e la predestinazione dell’eroe?
1) Non è vero (v. Tolkien sì, Tolkien no);
2) Anche se fosse? E’ un libro, non un partito cui affidare le sorti del tuo paese, dio zoccolo!

Se vogliamo criticare ISDA, facciamolo sulla base del libro. Non su quanto si distanzi dalla nostra utopia preferita e, soprattutto, da quanti messaggi sbagliati invia.

Nel penultimo (ad oggi) post elveziano si parla di Harry Potter, di cui ho visto e gradito quattro film, ma di cui non ho letto ancora nulla. Se scorriamo i commenti, c’è pure lì la questione del messaggio e della morale e del cattivo insegnamento e di qui e di là e il ruolo femminile. La discussione in sé è divertente ma mi fa incazzare, perché al solito si arriva a parlare di libri ideologicamente sospetti, che mi sa di indice dei libri proibiti. Sarebbe interessante fare una statistica, fra qualche anno: quanti lettori di Harry Potter, una volta diventati adulti, picchiano la moglie e votano per i Nazisti dell’Illinois di turno? Sospetto la minoranza risibile di quelli che l’avrebbero fatto comunque.

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